Lettera delle famiglie islamiche di Coton Park contro l'apertura della fabbrica alimentare Pet Food Factory:
collegamento per scaricarne una copia (in PDF)
STATEMENT FROM MUSLIM FAMILIES LIVING ON
COTON PARK, RUGBY WARWICKSHIRE.
We live on a new housing development called Coton Park. It lies on the outskirts
of Rugby & is very close to both the Town Centre & the Motorways of M1 M6 &
A14. The area is very nice & well kept.
This proposed site of this Pet food Factory is close to this large new residential
area. Numerous offices, shops and a hotel are also close by. We know that there
are many others close by who also share our devout Muslim Faith & there will be
many people who are both family & friends visiting us who are also of the same
faith.
The owners of the proposed factory (Butcher's Pet Care) do not dispute the claim
that meat extracts of pork will be pumped into the atmosphere via a 100ft
chimney. They have said that there will not be any chemical treatment proposed
to treat the meat extracts prior to leaving the factory.
It is very likely that under certain weather conditions this meat material will not
be properly dispelled and will instead settle and in effect "rain down" on the
surrounding area. A significant proportion of meats used in the pet foods process
are pig meat.
As you will be aware our Religion expressly forbids us to consume pig meat in
any form. The Qur’an states in no less than 4 different places that pork shall not
be consumed. However, because of the way in which this meat material will leave
the factory & given that the area can be "rained upon" we will be consuming pork
e.g. via inhalation of this "rain". Not only that but our clothes also be
contaminated by pork.
"Forbidden to you (for food) are: dead meat, blood, the flesh of swine, and that
on which hath been invoked the name of other than Allah."
[Al-Qur’an 5:3]
Islam means "submission to the will and command of God" and a person who
embraces this religion is called "Muslim" which means "one who accepts and
submits himself to the will of God". A Muslim is obliged to be clean spiritually,
mentally and physically. Abstention from eating flesh of swine is one of the
obligations a Muslim must observe to attain purity of the soul and of the human
nature. Believers in Islam sincerely believe in the Holy Qur'an as the Word of
God, revealed to Prophet Muhammad.
Therefore we believe that not only will we be contaminated but also our Faith by
the owners of this proposed pet food plant. In this country we are allowed the
right to follow our religion & religious beliefs & others have recognised this right
of expression. By allowing this plan to go ahead our Religious rights are being
swept to one side for what appears to be economic greed. We feel sure that there
are other areas where this factory could be built that would not impact on us or
others like us.
Dated 29
th July 2007.«La società italiana invecchia»; «un tappo
generazionale sbarra la strada ai più giovani»,
«tutte le leve del comando sono saldamente nelle
mani dei più anziani»: le lamentazioni sulla
gerontocrazia italiana, spesso per bocca della
medesima, spalmate sui media d'ogni orientamento e
colore si susseguono a ritmo crescente. Grafici e
percentuali assegnano agli ultrasessantenni, ai
cinquantenni avanzati nel migliore dei casi,
parlamento e università, istituzioni e industrie,
segreterie politiche e consigli di
amministrazione, posizionando sui 65 anni l'età
media della classe dirigente. Colpa di una
gioventù viziata e inconsistente, sostengono gli
uni, responsabilità di una pletora di vegliardi
abbarbicati al potere e indifferenti al futuro del
paese, rispondono gli altri. In ogni modo non vi è
esponente politico di destra o di sinistra,
«moderato» o «radicale» che non sbraiti il suo
«largo ai giovani», ben guardandosi, naturalmente,
dal mettere da parte la sua veneranda persona,
anche se qualcuno si azzarda a proporre, con ben
pochi rischi di avere seguito, limiti di età per
gli incarichi politici.
Tratto comune in questo coro di disappunto è la
convinzione che questa gioventù debba accedere
agli spazi sociali, politici ed economici oggi
controllati dai più anziani, vivacizzandoli con la
sua «fresca energia» ma lasciandone in buona
sostanza inalterato l'assetto. Così i giovani
dovrebbero conquistarsi cattedre nell'università
così come è, ma guai se dovesse riaffacciarsi la
vecchia nefasta utopia sessantottina di
rivoluzionarla. Oppure dare il proprio contributo
«innovativo» alle incanutite segreterie di
partito, ma ben guardandosi dal mettere in
discussione quella forma di organizzazione
politica; arrancare nel mercato del lavoro, ma
secondo i sacri dogmi del neoliberismo, per gli
uni, o conquistandosi il buon vecchio posto fisso
«che nobilita l'uomo» per gli altri; abbandonare
la casa paterna e farsi una famiglia, ma secondo
le regole dettate dal cardinal Ruini. Non è un
caso che la conferenza episcopale italiana, nella
sua strenua battaglia contro l'introduzione dei
Pacs, abbia sostenuto che la posta in gioco
consiste soprattutto nel modello di unione
(assoluto e non relativo) che deve essere
«trasmesso ai giovani». Laddove è implicito che
questi ultimi tornano ad essere considerati un
soggetto passivo e acritico, destinato a
conformarsi ai modelli etici e comportamentali
messi a punto e imposti dall'alto. Si richiede
insomma una accelerazione del cursus honorum, che
non ne intacchi regole e gerarchie.
Liberalpaternalismo
Qualcuno ha definito efficacemente l'ideologia
oggi dominante come «liberalpaternalismo»,
indicando con questa espressione una micidiale
combinazione di liberismo economico e
autoritarismo sociale, di permissività per le
fasce alte della gerarchia sociale e controllo per
le più basse. La retorica giovanilista si combina
così con una inclinazione profondamente
conservatrice (ma che paradossalmente si fregia
oggi del nome di «riformismo»). Dai giovani si
pretenderebbe dunque non un cambiamento, ma un
ricambio, la continuità piuttosto che la
trasformazione. Si reclamano insomma eredi devoti,
non nuove soggettività. Le regole, i
comportamenti, i «valori», gli stili di vita
restano dettati dall'alto, saldamente nelle mani
della deprecata «gerontocrazia».
La «questione giovanile» si pone innanzi tutto,
come un problema di «integrazione». Di questo
orientamento è emblematica l'istituzione di
ministeri, di sapore squisitamente saddamista,
come quello «per le politiche giovanili e per lo
sport» o quello della famiglia, destinati a
coniugare la ghettizzazione del tema con
l'invadenza dello stato. I modelli di «gioventù
positiva» che il discorso pubblico e l'insistenza
mediatica hanno imposto negli ultimi anni
oscillano tra i papa boys e le scimmiette che
applaudono nei talk shows, tra «i nostri ragazzi
in Irak» e i volontari della croce rossa. Tutto il
resto passa, più o meno, come anticamera del
terrorismo o del parricidio. Va da sé che con
queste premesse e con questi modelli il «largo ai
giovani» si riduce a poco più che una retorica di
regime e una proliferazione di portaborse.
La ragione di questo «blocco generazionale» è ben
lontana dalle spiegazioni di comodo che
l'etablishment ne dà e risiede precisamente in
quell'orientamento conservatore che, proiettandosi
nel futuro, si pretende addirittura fattore di
sviluppo e conduce, nei fatti, una guerra senza
quartiere contro i giovani che finge di voler
promuovere. Una guerra che, almeno per il momento,
sembra avere vinto. Cosa ha permesso questa
vittoria? E con quali strumenti è stata combattuta
la guerra? In primo luogo ha pesato un fattore
banale e universalmente noto: il calo demografico
intensificatosi a partire dalla fine degli anni
'60.
Demografia sovversiva
La fascia giovanile si è dimezzata dopo il 1980.
Se negli anni del «miracolo economico» circa venti
milioni di cittadini erano sotto i 21 anni, nel
2005 sono ridotti alla metà. Ma questo calo
dell'incremento demografico è stato
prevalentemente preso in considerazione con
l'occhio rivolto ai consumi, al peso della
previdenza sociale, all'occupazione, al rapporto
tra popolazione immigrata e autoctona. Assai meno
in rapporto all'incidenza culturale e politica
delle diverse fasce di età sull'assetto sociale
complessivo. Se la popolazione giovanile
diminuisce, il suo peso politico e culturale è
destinato a sua volta a diminuire in proporzione,
penalizzando il desiderio di nuove esperienze
rispetto al bisogno di sicurezza e alla riconferma
di consolidate certezze. Senza alcuna pretesa di
scientificità, a livello del tutto indicativo,
potremmo considerare la popolazione tra i 17 e i
30 anni come la più attiva nei movimenti politici
e culturali insorgenti. Potremmo allora imputare i
movimenti dal 1968 al 1977 ai nati tra il 1945 e
il 1958, circa tredici milioni di individui. Se
consideriamo l'Italia del 1969 con i suoi 54
milioni di abitanti, questa gioventù ribelle
rappresentava circa il 24 per cento della
popolazione totale. Spostiamoci ora al 2002,
l'anno dopo gli scontri di Genova e di piena
espansione del movimento «altermondialista» in
Italia. Se consideriamo le stesse fasce di età, e
cioè i nati tra il 1972 e il 1985, siamo scesi a
circa 10 milioni di individui e al 17 per cento
della popolazione (immigrazione inclusa).
Questa flessione quantitativa contribuisce,
certamente insieme con altri fattori, a un
mutamento dei rapporti di forza tra le diverse
generazioni che investe tutti gli ambiti della
vita sociale e culturale. La pressione per la
conquista di spazi autonomi, dalle abitazioni,
agli spazi culturali, dalle abitudini di vita ai
modi del lavoro, diminuisce sensibilmente. Non
tanto da cancellare la «questione giovanile», ma
abbastanza da ridurla, appunto, a «questione», e
cioè a oggetto di un ordine del discorso che si
svolge interamente all'interno dell'establishment
in termini di «risposte» da dare a un diffuso e
generico «disagio», oppure di problemi economici e
sistemici, come l'andamento dei consumi o il
finanziamento delle pensioni. E' l'immaginario
degli «adulti» a dirigere l'orchestra a dettare
gli stili di vita. Gli effetti di questo
slittamento incidono in misura rilevante sul clima
sociale complessivo. Infatti, aldilà dell'eterna e
insulsa retorica sull'energia, l'ottimismo e la
«generosità» della gioventù, la caratteristica
effettivamente rilevante delle nuove generazioni è
il fatto (che le assimila in qualche modo alle
classi subalterne di un tempo) di non aver
partecipato alla definizione delle norme che ne
regolamentano la vita e dunque la conseguente
propensione a rimetterle in questione, a misurarle
con i propri desideri e le proprie aspirazioni, a
esaminare le possibili alternative. Ciò significa
che qualunque difesa in termini conservativi,
nostalgici o resistenziali di questa o quella
«conquista democratica», senza spinte in avanti,
senza visibili elementi di trasformazione è
destinata a entrare in rotta di collisione con
questa naturale propensione critica. O a cedere
terreno di fronte a una destra che traveste in
termini «innovativi» il rafforzamento delle
gerarchie sociali esistenti.
Sta di fatto che nell'uno come nell'altro caso, la
«conservazione» di sinistra e l'«innovazione» di
destra, fondandosi entrambe su assetti e sistemi
di potere orientati all'autoconservazione,
respingono qualunque interrogazione non subalterna
alle regole date, sulla base di un modello,
sostanzialmente condiviso, di «normalità» (quella
operaia così come quella borghese). E'questa la
base dell'universale richiamo al «moderatismo» che
caratterizza, di fatto, l'intero ceto politico
contemporaneo. Questo osannato «moderatismo» è da
una parte negazione dei conflitti come fattore di
sviluppo sociale, (fino al punto da non
distinguere quasi più tra i fischi delle labbra e
quelli delle pallottole), dall'altro pretesa di
adeguamento a uno standard, a una «medietà», a una
«etichetta» furbescamente confusa con la stessa
democrazia. Così, la tendenza delle giovani
generazioni a investire criticamente le regole
date, attraverso l'adozione di pratiche
conflittuali (accompagnate o meno da
argomentazioni politiche) è immediatamente
classificata nella rubrica della «devianza» quando
non in quella del crimine o delle sue premesse. Ed
è fatta oggetto di una vera e propria guerra.
Disciplina benpensante
Le riforme della scuola e dell'università, dagli
anni '80 in poi, si sono immancabilmente ispirate
a una iperregolamentazione dei comportamenti e a
una predefinizione dei percorsi, intesi ad
adeguare le biografie dei singoli allo stato di
cose esistente (le presunte e quasi mai reali
necessità delle aziende). L'inasprimento
progressivo, e spesso gratuitamente persecutorio,
della legislazione sull'uso di sostanze
stupefacenti, si spinge ben oltre la tutela della
salute verso una dimensione paternalista e
prescrittiva che mette in campo contro pratiche
diffuse a livello di massa e relative sensibilità
culturali una disciplina ritagliata sulla misura,
del tutto immaginaria, dell'elettore-genitore
«moderato». Tra medicalizzazione e
criminalizzazione i giovani tornano ad essere
considerati soggetti del tutto incapaci di badare
a sé stessi, e consegnati a istituzioni
rieducative di carattere repressivo, che coniugano
concezioni arcaiche e profitti privati.
La legislazione del lavoro, con il nobile intento
di favorire l'occupazione giovanile, predispone
una sorta di grado zero dei diritti e delle
retribuzioni, che dovrebbero accrescerne
l'appetibilità sul mercato, o alimenta con
«prestiti d'onore» e altri miserabili
finanziamenti, la leggenda del «giovane
imprenditore» e del self made man. Nello stesso
tempo una selva di leggi, regolamenti e misure
fiscali, ostacolano ogni tipo di
autorganizzazione, individuale e collettiva, e
ogni forma di rapporto con il mondo produttivo che
non rientri negli standard definiti dai
programmatori di stato e di confindustria. Tutto
ciò che proviene dal basso porta il segno della
minaccia o del crimine. I fautori della «libera
impresa» hanno ormai svuotato questa espressione
di qualsiasi senso.
Lavori socialmente forzati
Se guardiamo al tempo libero, l'atteggiamento
bipartisan del ceto politico non cambia
minimamente. Nei centri storici, i «residenti»,
appoggiati dalle amministrazioni comunali,
scendono in piazza contro la movida notturna. Ciò
che è stato l'elemento decisivo nella
valorizzazione dei quartieri e delle rendite
immobiliari è ora stigmatizzato come elemento di
disturbo e di turbativa della quiete «moderata». I
sindaci della sinistra non si vergognano di
cavalcare i tetri umori e le paranoie di un ceto
proprietario che si rifiuta di pagare il prezzo
dei propri privilegi. I giovani figurano così come
orde barbariche a cui opporre un argine, come una
«classe pericolosa» a cui rispondere in termini di
repressione o di disciplinamento. Sergio Cofferati
a Bologna si è caparbiamente proposto come esempio
principe di questa involuzione vessatoria. Il
mondo anglosassone esporta modelli di controllo
sociale fondati sul coprifuoco per i minorenni e
sulla persecuzione delle famiglie dei «devianti»,
sul controllo poliziesco della frequenza
scolastica. Qualcuno si spinge fino a proporre di
vaccinare i bambini contro il «vizio», agendo sui
fattori fisiologici che predisporrebbero al
consumo di droghe, alcol e nicotina, e, perché no,
all'indisciplina o alla promiscuità sessuale. Una
ingegneria medica di stampo etico, che tuttavia
non ricorre tra le veementi denuncie di quanti, a
ogni piè sospinto gridano al ritorno
dell'eugenetica. Sono ricette che, anche
nell'Europa continentale, cominciano a riscuotere
consensi e successi. Segolène Royale, candidata
socialista alle elezioni presidenziali francesi,
propone una soluzione «moderata», come i lavori
forzati per i giovani rivoltosi delle banlieues.
La sinistra europea ha registrato la debolezza
demografica delle nuove generazioni e ne ha tratto
le sue tristi, «moderate», conseguenze. Totalmente
succube delle politiche securitarie, le
accompagna, blandendo la presunta «moderazione»
della mezza età benpensante. La lotta di classe
non è stata certo una questione generazionale, ma,
converrebbe non dimenticarlo, con l'eccezione di
Lenin, i bolscevichi avevano vent'anni. Sarà per
questo che, nella guerra ai giovani, si spendono
tante energie.
Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio, nel marzo del 1968 aveva
diciassette anni. Era iscritto al secondo liceo classico e la mattina di
Valle Giulia, con altri compagni di scuola, aveva partecipato al corteo di
protesta contro la polizia che presidiava l'università di Roma.
"No, nessuna nostalgia. E nessuna lettura particolare di quegli
avvenimenti. Niente di tutto quello che riguarda il '68 ha il valore che
gli si è poi attribuito in occasione del decennale, del ventennale, del
trentennale e, ne sono certo, anche di quello che si dirà nel
quarantennale. Certo Valle Giulia rappresentò un fatto nuovo. Ricordo,
all'inizio, il tiro di qualche uovo e, forse, di qualche sasso. Poi le
cariche della polizia. E la nostra reazione. Era la prima volta.
"Gli edili e i contadini, è vero, si scontravano con la polizia da
vent'anni. Ma gli studenti introducevano nella politica un improvviso
elemento di radicalizzazione. La politica abbandonava l'andamento
tranquillo del tempo di pace, per prenderne uno simile a quello della
guerra.
"La stessa presa di posizione di Pasolini, del resto, non nasceva da un
sentimento di solidarietà con i poliziotti. In quella condanna degli
studenti non c'era nessuna poetica. Pasolini, semplicemente, aveva visto
quel che succedeva in Francia dove i giovani davano delle vecchie barbe
all'intellighentia di sinistra. E, in modo astuto, cercava di contrastare
una generazione ambiziosa che gli avrebbe tolto spazio.
"Al di là di Valle Giulia quel movimento non può essere spiegato con una
visione da intellettuali di provincia, angusta e molto poco
internazionale. Il Sessantotto era un fenomeno che coinvolgeva tutto il
mondo, da Roma a Berlino, da San Francisco a Madrid: la manifestazione di
una nuova classe dirigente che si sentiva stretta nei vecchi panni.
Eravamo i primi della classe; mica, sia detto senza offesa, come gli
straccioni del '77".
Chiunque abbia una minima conoscenza del settore sa benissimo che molti
degli accordi a livello governativo per la vendita di armamenti e altri
materiali militari sono in realtà faccende squisitamente politiche, in cui
almeno uno dei contraenti (e spesso tutti e due) vede l’accordo sopratutto
come uno strumento per mirare a obiettivi strategici a lungo termine, la
cui importanza trascende di gran lunga da un lato la necessità di
soddisfare i bisogni operativi delle forze armate e dall’altro il
desiderio di riportare in cassa almeno parte dei costi di sviluppo e
industrializzazione. Al contrario di quanto gli oppositori del commercio
di prodotti per la difesa (alias ‘mercato di morte’) amano sostenere,
capita ben raramente che degli interessi di tipo puramente industriale e
finanziario siano il fattore principale per la conclusione di un contratto
di questo tipo. La natura eminentemente politica delle vendite d’armi
diventa anzi sempre più chiara e dominante, in parallelo con il crescere
del valore finanziario dell’accordo, e si pone come il fattore assolumente
prioritario nel caso di vendite in aree di crisi.
Ma anche con questo sfondo generale, i piani recentemente annunciate
dall’amministrazione Usa per vendita di armamenti avanzati per uno
straordinario valore totale di 63 miliardi di dollari a Israele, Egitto,
Giordania, Arabia Saudita e le cinque monarchie del Golfo (Bahrain,
Kuwait, Qatar, Oman e gli Eau) spicca come un qualcosa di assolutemente
unico, non solo per le sue iperboliche dimensioni ma sopratutto perchè si
tratta forse della vendita d’armi a più alto contenuto politico che si sia
mai vista. Non siamo più a uno schema tradizionale, in cui le vendite
d’armi vengono usate per appoggiare la politica americana in Medio
Oriente; questo piano è di per sè tutta la politica americana in Medio
Oriente, con la diplomazia in funzione di supporto di retroguardia invece
del contrario.
Chi riceverà cosa è virtualmente irrilevante a livello politico (anche se
naturalmente le persone in uniforme tenderanno a vedere le cose in modo
ben diverso), e anche quella che a noi può sembrare una smisurata montagna
di danaro è in realtà ben poca cosa se vista dalla Casa Bianca o dal
Pentagono; ai livelli di spesa attuali, 63 miliardi di dollari coprono sì
e no dieci mesi dei costi correnti per le operazioni in Iraq, acquisti di
materiali non compresi. Quello che che invece conta davvero è l’obiettivo
politico e strategico, che consiste essenzialmente nel tentativo di
strappare la visione neocon di un Nuovo Medio Oriente dal pantano iracheno
dove è rimasta intrappolata e rimetterla in marcia. L’approccio di base
rimane quello da sempre praticato dall’amministrazione Bush e cioè la
politica estera e la diplomazia basate sopratutto sull’uso (o la minaccia
dell’uso) delle armi; con la differenza che alle armi nelle mani dei
soldati americani, dovranno ora aggiungersi quelle vendute ad alleati e
amici nella regione.
L’estrema importanza dell’obiettivo cui Washington mira è sottolineata dal
fatto che l’amministrazione americana ha platealmente abbandonato uno dei
precedenti punti chiave di tutta la sua politica in Medio Oriente: non
permettere mai delle vendite di armi a paesi arabi, che potrebbero
minacciare la superiorità militare di Israele. E lo stesso Israele, che di
norma non lascia mai passare una sola vendita di materiali militari
americani ai suoi vicini senza esprimere il suo allarme e la sua
opposizione, e che in non pochi casi è riuscito a mobilitare la lobby
filo-ebraica per far modificare, ritardare o cancellare del tutto la
vendita, questa volta non ha nemmeno fiatato. Gerusalemme capisce
perfettamente cosa Washington stia tentando di fare, e pur se forse non
condivide tutti gli scopi della manovra americana, si rende conto che
questo non è proprio il momento più adatto per piantare una grana. Il
primo ministro Olmert si è così affrettato a dichiarare: “Comprendiamo la
necessità americana di appoggiare i paesi arabi moderati”.
Al centro di tutto c’è, ovviamente, l’Iran. A torto o a ragione,
Washington si è convinta che l’Iran rappresenti il principale ostacolo
allo spiegamento della sua visione strategica globale per il Medio
Oriente. In questo contesto, gonfiare i paesi arabi di armi moderne mira a
due scopi: da un lato, rafforzare il potenziale militare di questi paesi
contro una minaccia iraniana che i governi arabi forse percepiscono
davvero o forse no, ma che in ogni caso diventerebbe ben concreta – nelle
loro menti se non nella realtà – se gli Stati Uniti dovessero muoversi
militarmente contro il regime degli Ayatollah; e dall’altro, far passare
con forza il messaggio che gli Stati Uniti, nonostante il caos iracheno,
sono e rimangono l’unica forza che garantisca la sopravvivenza delle varie
monarchie tradizionali e pseudo-democrazie arabe. Questi scopi poi si
combinano nell’assicurare che a loro volta i paesi riceventi continuino a
garantire la tutela degli interessi americani nella ragione, e mantengano
il loro appoggio alla politica americana verso l’Iran e le sue possibili
evoluzioni future.
E’ anche facilmente possibile identificare un certo numero di scopi e
obiettivi collaterali. Ad esempio, una chiara dimostrazione della piena
disponibilità americana a fornire ai paesi arabi (ivi compresi quei paesi
che sono ancora formalmente in guerra con Israele) tutti gli armamenti
moderni che essi possono desiderare, sarà utilissima per impedire che
questi paesi cedano alla tentazione di mettersi anch’essi sulla strada
degli armamenti nucleari, cosa che altrimenti accadrebbe senza ombra di
dubbio se per una ragione o per l’altra gli Usa non riuscissero a fermare
il programma nucleare iraniano. Inoltre, la vera e propria valanga di
sofisticate armi americane che sta per riversarsi sulle monarchie del
Golfo, con tutto quello che ciò comporta sul piano politico e strategico,
avrà il ‘benefico’ effetto di ridurre ulteriormente l’influenza europea
nella regione, che è già al lumicino. Tanto per dirne una, sarà davvero
interessante stare a vedere quanti dei grossi contratti per la vendita di
armi europee all’Arabia Saudita, annunciati trionfalmente nel 2005-2006 ma
mai firmati (a cominciare dall’ordine per i Typhoon) per ‘cause
inesplicabili’, arriveranno davvero a maturazione. Anche le casseforti
degli sceicchi del petrolio non sono proprio senza fondo…
Ma come tutte le manovre spregiudicate in zone di crisi, la nuova politica
delle vendite d’armi americane in Medio Oriente comporta un non
indifferente margine di rischio per possibili effetti controproducenti.
Forse i più evidenti tra questi sono quelli legati alla vera e propria
ossessione di Washington nell’identificare l’Iran come il principale
nemico degli Stati Uniti in Medio Oriente e l’unico vero colpevole per
l’umiliante fallimento in Iraq.
Che l’Iran sia davvero attivamente impegnato in “attività omicide” in
Iraq, come il Presidente Bush ha sostenuto in un recente discorso, rientra
nel novero del possibile. Quello che però è un fatto accertato è che
l’Arabia Saudita ha fornito e continua a fornire un ampio appoggio, in
termini sia di uomini che di denaro e materiali, agli insorti sunniti
(particolarmente nella provincia occidentale di Anbar lungo il confine tra
l’Arabia Saudita e l’Iraq) e che sul fronte opposto anche gli insorti e
terroristi sciiti di origine straniera catturati o uccisi in Iraq
risultano essere in grande maggioranza cittadini sauditi.
Ora, è sin troppo facilmente comprensibile come Washington abbia delle
eccellenti ragioni per non voler porre Riyad di fronte alle sue
responsabilità, almeno in questo momento. E’ altrettanto comprensibile
come gli Stati Uniti intendano far leva sull’aspra rivalità tra sciiti e
sunniti, e anzi cercare di fare tutto il possibile per rinfocolarla e
renderla ancora più feroce, in modo da unire i paesi del Golfo in una
specie di Santa Alleanza anti-sciita che continuerebbe a giustificare e
approvare la presenza americana in Iraq, e si porrebbe solidamente a
fianco degli Stati Uniti nella loro campagna contro l’Iran.
Ma a parte i ben noti rischi connessi con il giocare col fuoco, il
problema di base in tutto questo schema è che le vere minaccie contro
l’Egitto, l’Arabia Saudita e virtualmente tutti gli stati del Golfo non
vengono da un Iran in fregola di supremazie regionali e nemmeno da un
possibile futuro Iran nucleare bensì dal loro stesso interno. Sarebbe ben
difficile citare un solo paese arabo nella regione che non si trovi a
dover affrontare delle potenziali crisi interne di eccezionale gravità e
alimentate da varie combinazioni di elementi esplosivi quali il fanatismo
religioso, l’opposizione a dei regimi corrotti e dispotici o l’ostilità
latente tra la piccola élite dominante dei cittadini originali e la massa
di immigrati che sono spesso la maggioranza della popolazione ma
continuano a essere trattati come servi della gleba.
Anche le armi più sofisticate e avanzate del mondo possono fare ben poco
per sopprimere i sintomi negativi di queste difficoltà; di risolverle
davvero non se ne parla proprio. E più i governi dei paesi arabi si
sentono minacciati e si stringono agli Stati Uniti in cerca di protezione
più cresce l’opposizione interna contro questi governi e le loro
politiche. E in una perversa spirale, più gli Stati Uniti si impegnano ad
assicurare la sopravvivenza di regimi e governi, che sono sempre più
odiati e disprezzati dai loro stessi popoli, più diventa certo che ogni
futura rivoluzione o campagna terroristica prenderà delle caratteristiche
nettamente anti-americane e anti-occidentali, anche quando questo non è
necessariamente dovuto a fattori ideologici o religiosi.
Ma la politica di vendite d’armi annunciata da Washington rischia di avere
un altro risultato non proprio piacevole: e cioè che un futuro Osama bin
Laden diventato davvero Califfo, o anche solo una versione araba di un
Castro o un Chavez, si troverà pronto a disposizione un bellissimo
arsenale di armi americane. Una specie di versione aggiornata del
passaggio tra l’Iran dello Scià e quello degli Ayatollah, ma su scala
ancora più vasta e molto più pericolosa.
Forse un missile, forse una bomba russa,
sganciata, forse per sbaglio, forse per
avvertimento, da un aereo russo; forse una finta
bomba russa sganciata, non per sbaglio, da un vero
aereo georgiano. La verità, in queste cose, è
inutile cercarla, anche perché domani sarà
superata da altre non verità.
L'essenziale è capire cosa significa quello che,
dal 2003, sta succedendo nei rapporti tra la
Georgia e la Russia. Quel novembre di quattro anni
fa, denominato la Rivoluzione delle Rose, segna il
passaggio – definitivo, ma cosa c'è di definitivo
nelle cose umane? – della Georgia dalla sfera
d'influenza russa a quella americana.
Putin subisce (che altro può fare?) , ma segna nel
libro dei conti la perdita e i possibili guadagni.
Ha delle carte da giocare e le giocherà non appena
si presenta l'occasione.
Le carte si chiamano Ossetia del Sud e Abkhazia.
Una era una repubblica autonoma e l'altra era una
regione autonoma, entrambe all'interno della
Repubblica Socialista Sovietica di Georgia, quando
ancora esisteva l'Unione Sovietica.
A quei tempi non si badava troppo ai confini:
intanto erano tutti sovietici e, tirate le somme,
era Mosca che comandava da una parte e dall'altra.
Ma, finita l'Urss, tutte le tensioni tra ex
“fratelli sovietici”, sono diventate importanti,
vitali. Tanto che si è cominciato a morirne, lungo
tutte le quasi invisibili demarcazioni che anche
il sistema sovietico era stato costretto a segnare
sulle carte. E quei confini si sono insanguinati.
Molti se non tutti. Nel Caucaso quasi tutti, prima
o dopo. Alcuni non ancora ma è solo questione di
tempo.
La Georgia, poi è stato il campo più minato dagli
odi. Anche perché il primo presidente
democraticamente eletto dai georgiani, tale Zviad
Ghamsakhurdia, si mise in testa che tutte le
autonomie andavano abolite e che la Georgia
democratica sarebbe stata dei georgiani, e basta.
Gli altri, nel caso specifico gli osseti, gli
abkhazi, i mingreli, dovevano adattarsi.
E siccome gli altri non si adattarono, lui mandò
le truppe a massacrarli, mentre quelli
proclamavano le loro sovranità. Solo che , con
l'aiuto della provvidenza, e dei russi, abkhazi e
osseti, la sovranità se la presero con le armi,
sconfiggendo i georgiani.
Correvano i primi anni '90. Al potere a Mosca
c'era Boris Eltsin, uno dei principali
responsabili del disastro. Lasciò fare, anzi ci
mise del suo cominciando la guerra con la Cecenia
di Dudaev, e anche lui fu sconfitto.
Ma la Russia non era Eltsin. Venne Putin, che alle
sfere d'influenza ci teneva e ci tiene.
Shevardnadze, tornato a Tbilisi come salvatore
della patria, si alleò con Washington. E Mosca
tenne in caldo le caldarroste dell'ex Georgia,
appunto Sukhumi e Tzkhinvali.
La differenza la fecero i dollari. Washington si è
comprata la Georgia , con cinque milioni di
dollari l'anno, all'inizio. Spiccioli. Gli
oligarchi di Mosca non avevano niente da dare agli
amici della Russia, dovendo mandare i loro denari
nelle banche svizzere e negli offshore. Ma avevano
armi in quantità gigantesche. E un esercito allo
sbando ma numeroso. Quello diedero e bastò, perché
si sommava alla paura che abkhazi e osseti avevano
di tornare sotto il giogo del Ghamsakhurdia di
turno.
Poi arrivò l'avvocato “americano” Saakashvili,
anche lui con la promessa di riunificate le terre
perdute dalla Georgia. E siamo alle “rose” del
2003.
Da allora è scaramuccia continua. Mikhail
Sakashvili è convinto che, se la Georgia entra
nella Nato, la Russia dovrà cedere e lasciare al
loro destino l'Ossetia del sud e l'Abkhazia. La
Nato , che fa il gioco di Washington, incoraggia
le speranze (o le illusioni). Tbilisi tiene alto
il fuoco perché in questo modo pensa che non sarà
abbandonata. Il presidente Saakashvili dichiara
(12 febbraio di quest'anno) che la Georgia entrerà
nella Nato nel 2009. Intanto raddoppia il
contingente di soldati georgiani che combattono in
Irak a fianco di quelli americani e inglesi,
guadagnando altri crediti a Washington.
Qualche mese prima arresta quattro ufficiali russi
di quelli che ancora stazionano in Georgia. E
Mosca risponde interrompendo ogni relazione,
trasporto e rapporto anche economico con la
Georgia. Poi è la guerra dell'alcool, poi quella
del vino... Tutto fa brodo per attizzare la
tensione.
L'Europa – che è impegnata con una forza
d'interposizione, insieme alla Russia - non si
vede quale interesse abbia a sostenere l'ingresso
della Georgia nella Nato. Che, tra l'altro,
metterebbe le truppe russe a contatto diretto con
quelle della Nato anche a sud, dopo la identica
situazione a nord, sul Baltico.
Brutta storia, perché mettersi in casa ospiti così
bellicosi significa poi farsi trascinare nelle
loro liti. Intanto Putin esce dal trattato sulla
limitazione delle armi e forze convenzionali in
Europa. Muoverà le sue truppe come gli pare. E se
Washington insiste lascia capire che riconoscerà
Tzkhinvali e Sukhumi, e forse anche Tiraspol. Si
marcia verso grandi tensioni. Ci serve? A cosa
serve?
L’accordo per la riduzione degli armamenti in Europa, di cui Vladimir Putin ha
sospeso l’applicazione, risale al 1999 ed è figlio di un trattato che venne
solennemente firmato a Parigi il 19 novembre 1990 da George Bush sr, Mikhail
Gorbaciov, François Mitterrand e gli altri primi ministri o ministri degli
Esteri dei paesi dell’Alleanza atlantica.
Il primo decise la drastica riduzione degli arsenali dei due blocchi (esisteva
ancora il Patto di Varsavia); mentre il secondo, firmato a Istanbul con la
partecipazione di alcuni stati ex sovietici, prevede un altro taglio, pari al 10
per cento degli armamenti permessi dall’accordo precedente. Il decreto firmato
da Putin negli scorsi giorni, quindi, avrebbe rimesso in discussione l’insieme
delle intese con cui venne solennemente celebrata la fine della guerra fredda.
I suoi critici in Europa e negli Usa non hanno dubbi. La sospensione del
trattato non sarebbe che l’ultimo ruggito di una dirigenza russa divenuta in
questi ultimi tempi sempre più repressiva sul piano interno e sempre più
aggressiva sul piano internazionale. Putin ha deciso di rispettare la
costituzione (che vieta il terzo mandato) e non si presenterà alle elezioni
presidenziali dell’anno prossimo. Ma si prepara a governare la Russia per
procura e non perde occasione per abbellire il suo ritratto di uomo forte,
necessario al destino della nazione, con mosse energiche e nazionaliste. Ha
debellato gli oligarchi, ha “pacificato” la Cecenia, ha restituito allo stato il
controllo delle maggiori risorse nazionali, ha messo a tacere i dissidenti, si è
impadronito dei maggiori organi d’informazione. E approfitta della debolezza di
George W. Bush, impegolato nella guerra irachena, per sferrare un attacco contro
la presenza americana in Europa.
Questa tesi non è del tutto falsa, ma trascura parecchi elementi. L’accordo del
1999 è stato ratificato soltanto da Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Ucraina. I
paesi della Nato non lo hanno ratificato perché la Russia non ha mantenuto
l’impegno di ritirare le proprie truppe dalla Transdnistria (una regione moldava
abitata in buona parte da russi e ucraini) e da alcune province secessioniste
della Georgia (Abkhazia e Ossezia del sud). È vero, ma è altrettanto vero che la
Nato si è allargata in questi anni sino a comprendere gli ex satelliti del
blocco sovietico e tre repubbliche ex sovietiche.
Mentre la Russia mantiene alcune posizioni militari in territori della vecchia
Urss, gli Stati Uniti hanno creato basi militari in Bulgaria, Romania,
Macedonia, Kosovo, Uzbekistan (da cui si sono recentemente ritirati),
Afghanistan, Tagikistan; e si preparano a raddoppiare la base di Vicenza.
In una intervista a Ennio Caretto (Corriere della sera del 15 luglio) Jack
Matlock, ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca dal 1987 al 1991, ricorda che al
momento dell’unificazione tedesca “noi promettemmo al leader sovietico Mikhail
Gorbaciov (io ero presente) che se la nuova Germania fosse entrata nella Nato
non avremmo allargato l’alleanza agli ex stati satelliti dell’Urss nell’Europa
dell’Est”. In quell’occasione gli Usa promisero che la Nato sarebbe intervenuta
solo in difesa di uno stato membro. Ma questo non le impedì di bombardare la
Serbia e conquistare il Kosovo.
La crisi non sarebbe scoppiata, probabilmente, se Bush, nel 2001, non avesse
denunciato l’accordo degli anni Settanta con cui Usa e Urss si erano accordati
per limitare il numero dei missili antimissile che ciascuno dei due paesi
avrebbe avuto il diritto di costruire.
La denuncia dell’accordo ha permesso agli Usa di programmare la costruzione di
uno scudo antimissilistico in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica
Ceca. Lo scopo dichiarato è quello d’intercettare missili iraniani che oggi non
esistono.
È davvero indispensabile collocare queste armi a breve distanza dalla frontiera
russa? È stato opportuno lasciar cadere la proposta avanzata da Putin per l’uso
congiunto di una stazione russa in Azerbaigian? È davvero sorprendente che la
politica americana susciti a Mosca reazioni nazionaliste?
Tra le dichiarazioni di Vladimir Putin al Corriere della sera e ad altri
giornali europei (”Punteremo i nostri missili sulle città europee”) e la visita
di George W. Bush a Roma vi è stato il G8 in Germania, dove le parole del
presidente russo sono state probabilmente, insieme alla politica climatica, il
piatto forte dell’incontro. Ma esiste in questa vicenda un problema
italoamericano di cui Romano Prodi e Massimo D’Alema sono certamente
consapevoli. L’Italia ospita alcune installazioni militari Usa (fra cui alcuni
depositi nucleari) e ha concesso recentemente agli Stati Uniti il raddoppio
della base di Vicenza. Non sappiamo ancora quale uso ne verrà fatto e, in
particolare, se verrà inserita nel dispositivo antimissilistico che gli
americani stanno creando in Polonia e nella Repubblica Ceca. Ma le basi formano
una rete in cui ogni parte contribuisce al buon funzionamento dell’insieme.
Un paese non può affittare una parte del proprio territorio agli Stati Uniti
senza essere automaticamente corresponsabile della loro politica militare nella
regione a cui appartiene. Dobbiamo quindi chiederci se le dichiarazioni di Putin
abbiano una qualche giustificazione e quale debba essere la posizione
dell’Italia di fronte alle minacce del presidente russo.
L’intervista al Corriere è più minacciosa delle dichiarazioni precedenti, ma
riflette preoccupazioni che Mosca manifesta da parecchio tempo. Le ragioni sono
tre. In primo luogo la Nato si è estesa sino a comprendere, insieme ai vecchi
satelliti, tre piccoli
paesi (Estonia, Lettonia e Lituania) che facevano parte, sino al 1991,
dell’Urss. Non è la vecchia alleanza della guerra fredda, ma è pur sempre una
organizzazione politico-militare diretta da un generale americano e da un
consiglio in cui gli Usa hanno una posizione determinante. La frontiera militare
della Russia con l’Occidente corre oggi sul Golfo di Finlandia, a 150 km da San
Pietroburgo. In secondo luogo, l’America di George W. Bush critica
esplicitamente la politica autoritaria di Putin e non perde occasione per
ribadire che l’esportazione della democrazia resta, nonostante l’insuccesso
dell’operazione irachena, uno dei maggiori obiettivi della sua politica estera.
Dopo la rivoluzione georgiana e le grandi dimostrazioni ucraine del dicembre
2004, i russi sanno che queste affermazioni non sono soltanto dichiarazioni di
principio e si traducono generalmente in generosi finanziamenti alle
associazioni non governative dei paesi per i quali auspica un “cambiamento di
regime”.
È questo probabilmente uno dei motivi (o dei pretesti) che hanno ispirato le
dure reazioni del governo russo alle ultime manifestazioni di Mosca e San
Pietroburgo.
In terzo luogo, gli Stati Uniti si preparano a installare una rete di postazioni
antimissilistiche in Europa centrale. Sostengono che gli intercettori sono
collocati sulla rotta dei missili con cui gli iraniani potrebbero colpire domani
gli Usa. Ma i missili iraniani, per ora, non esistono e le postazioni, ancor
prima di sventare le minacce di Teheran, avranno l’effetto di neutralizzare
l’arsenale russo in Europa. Gli intercettori polacchi svalutano i missili russi
e non possono lasciare Mosca indifferente.
Le minacce di Putin diventano così più facilmente decifrabili. Dopo avere
denunciato le iniziative americane, il presidente russo ricorda agli europei che
non possono prestare il loro territorio agli Stati Uniti senza esserne complici.
Non è escluso che le sue parole abbiano l’effetto, soprattutto in un primo
momento, di creare un fronte euroamericano più compatto di quanto non sia stato
in questi ultimi tempi. Ma finirà per prevalere la convinzione che l’Europa non
abbia interesse a lasciarsi coinvolgere dalle provocazioni militari di una
declinante presidenza Bush.
Se la minaccia è davvero quella dei missili iraniani, esistono altri mezzi per
fronteggiarla. E non si comprende perché la soluzione non debba essere raggiunta
d’accordo con la Russia anziché contro la sua volontà.
Dear Son, Let me tell you what immigration has done to this country (estratto da Time to Emigrate? Letters From A Father di George Walden, The Daily Mail, 17 agosto 2007):
Dear Son,
It's getting on for ten months now since you and Catherine left for a new life
in Canada. And we didn't get the impression, when we came to see you, that
you've regretted your decision for a moment.
Still, I'd better avoid saying anything excessively encouraging about the state
of the nation you've left behind. Not difficult, as it happens.
In fact, it looks as though you got out just in time. Driving close to your old
place in West London the other day, I saw a police notice asking for information
about a young man who'd brandished a gun at an officer.
The people who bought your house at a ludicrously high price are unlikely to be
thrilled. I don't suppose there's another city in the world where people have to
pay that kind of money for the privilege of living in an area where hoodlums go
round flashing guns.
There is an atmosphere of suppressed - or outright - violence and disorder that
makes me worry for the next generation.
Often, it's the little incidents that are telling. Yesterday, your mother was on
a bus when three girls aged between 16 and 18 tried to board in Ladbroke Grove.
They were Brazilians, she thinks, but so completely anglicised that they'd got
themselves roaring - or rather squealing - drunk.
Toting bottles of vodka and plastic cups, they pressed on to the platform, but
the Bangladeshi driver stalwartly refused to allow them to board. The bus was
held up for 20 minutes while the girls blocked the doors, laughing and screaming
obscenities in their newly-acquired Essex accents.
The point is that during all this little drama, not a single one of the weary
rush-hour passengers said a word. The great British public held hostage by a
trio of sozzled teenage girls!
Toronto sounds safer, though it seems a hell of a way to go for a little peace
of mind.
Back from our visit to you, we did a sort of audit of your new life. We loved
your old brick house with wooden trimmings in the Riverdale area of Toronto -
bigger than your London one and, at £220,000, less than half the cost.
Not to speak of your country place at Muskoka: a simple cottage but with the
swimming, boating and fishing on all those lakes, a cut above Ruislip Lido.
And it's good to hear that the children look set to get into the nearest state
secondary. A citycentre school with no problem of drugs or knives and one that
teaches Latin!
We were relieved that you picked up an academic job so quickly, paying rather
more than you got in the UK. With taxes and the cost of living lower, you should
feel more relaxed financially.
The very fact that Canada has half our population (30 million) in a land many
times bigger is good for the spirit - not to speak of car-parking.
The ethnic population, I see, is higher than here, but then Canada is much more
selective. The points system they operate seems pretty rigorous, and it was only
your impressive chemistry qualifications, I suspect, that got you in so smartly.
Also, the ethnic pattern is different, with the Chinese the largest element,
followed by Indians, and fewer ghettos. As Catherine said, a strong secondary
state education system is a key to integration.
Here, the country is not so much disintegrating as disaggregating. The
Balkanisation of our lives is happening on a national scale.
Scotland's falling off the top, self-sealing ethnic communities are
proliferating in the Midlands, and London's got its own thing going at the
bottom.
We boast of our prosperity, but it's fragile and concentrated in the South East
- an island within our island. Perhaps we'll have to get used to thinking of
London and its environs as a kind of Hong Kong or an Italian city state.
Here, the most obvious disconnection is between the rich and the rest. An old
story, but the difference today is that the fate of those at the top is divorced
from those lower down.
When the housing ramp collapses, most of the falling masonry will hit the little
guys in the middle and at the bottom. The top London prices helped drive up the
entire market, but are less likely to fall when it all comes down. There's no
feeling that we're all in this together.
The divisions run from earliest youth to grim old age. More boys at Eton get
five good GCSEs, I hear, than in the entire borough of Hackney.
And now there's another divide growing up: between those who have a decent
pension to look forward to and those for whom longevity has become more a threat
than a promise.
Then there's the widening gap between the married and unmarried, or rather those
with children and those without.
Large areas of our towns are now such havens of hedonism for the money-flashing
singles that they're pretty much out of bounds for the poor bloody infantry who
keep procreation going and cannot afford such leisures.
Everything's geared to the needs of the drinker and consumer, and little to the
couple with the buggy. On top of all this is the growing disconnection between
politics and the people.
And the more fractured we become, the greater our pretence of togetherness to
cover it up. That's why the Government bangs on about 'community' and has tried
so hard to ignore the problems caused by immigration.
Imagine my astonishment when the Minister responsible, Liam Byrne, actually
admitted recently that large-scale immigration has profoundly unsettled the
country - and that it's the poorest communities that have suffered the most. The
influx was overwhelming public services, schools, the NHS and housing, he said.
If Labour failed to address public concern, he concluded, it could lose the next
election.
I couldn't have put what Byrne was plucky enough to say better myself. But what
is extraordinary is the lack of reaction to his words. Where are the columns and
editorials and BBC programmes saying that the Government has gone racist?
On the principle that a sinner who repenteth deserves the greatest praise, Byrne
is something of a saint. He'll certainly have the majority of immigrants on his
side.
According to a speech by the former chairman of the race relations commission,
Trevor Phillips, 54 per cent of them think there's been enough immigration.
Hardly surprising, since they and their children are among those who stand to
suffer most from overcrowding, poor schooling, racial tensions and
discrimination.
To complete this outburst of honesty, Byrne should have acknowledged that it's
the rich who stand to gain from the profits of low-paid labour. But it would
have raised the cry: "So why in God's name have you done it - and why are you
letting more in?"
The evidence that the whole country benefits has shrunk to vanishing point.
The Governor of the Bank of England recently told MPs it was getting
increasingly hard to manage the economy without knowing how many people were in
the country. But everyone seems to have missed the implications of this: if the
Bank doesn't know the true population, neither can the Treasury.
And now local councils are up in arms, saying the Office of National Statistics
(ONS) does not have a clue about the number of people - for whom local services
are required - who are entering the country.
How can anyone assess the profit and cost of migration, and claim that the
balance is positive, if nobody knows the figures?
Meanwhile, the Government continues to pour billions into the NHS. That's
supposed to be another success story, but nobody can really explain where all
the money's going, let alone why it's so hard to keep our hospitals clean.
Let me tell you what happened to me recently. As you know, for years I've
suffered from that irritating condition Dupuytren's contracture (named after a
Frenchman) - or claw-hand in its less distinguished appellation, because the
fingers contract until they look like one.
There's no pain - it's just a bloody nuisance, not least because after you've
had an operation for one finger, the next one starts to contract.
I've had two fingers treated, one on the NHS and the other private - because I
didn't fancy going into hospital for a minor operation, catching MRSA and coming
out dead, as thousands are now doing.
Anyway, another damned finger began curling last year, so I went to my NHS
doctor and - after a wait - saw a consultant who told me to come back in six
months to see how it was progressing.
Meanwhile, I read that the French had developed a cure. So thanks to them and
none at all to the NHS, 30 years of aggravation was fixed while we were in Paris
in a single afternoon by injection, for the sum of about £60 - with no pain, no
anaesthetic, no hospital operation and no maddening sling.
It's a strange society we're building. You can't avoid the conclusion that the
way to avoid all the inequities and social fractiousness is simple: be rich.
Then you can flash those beneath you a benign, ingratiating smile - and have as
little as possible to do with them.
There's a new brand of social selfishness about, a kind of "Sod you Jack, I'm
all right" attitude.
For those doing well out of New Britain PLC, I don't see how things can change.
The problem is that for those lower down - the middleclass majority - I don't
see how they can change either.
I can't report much joy on the security front, though: the mood is still one of
evasion.
In the case of Islamic terrorism, we're so afraid of antagonising the Muslim
community that we turn our anger on our defenders rather than the killers. If
the security services slip up - as occasionally they're bound to - they're
branded as criminally incompetent on Newsnight.
The most likely reason is that they're overwhelmed. Yet if MI5 were expanded as
much as it should be, its operations beefed up and surveillance increased, watch
out for Newsnight programmes proclaiming the beginning of the end of our human
rights and warning that picking on Muslims will alienate the community further.
It's all part of our loss of any sense of balance. We may not go in for
revolutions, but Britain has become a society of extremes.
Look at public policies. It's lunacy to go on promising free medical treatment
for all- comers, but we do. It's against every tenet of common sense to have
mixed-ability classes, but in the delirium of our classconsciousness, we
persist.
Doing away with most of our manufacturing base is reckless economic behaviour,
but the moderate British have done that, too. The income gap, house prices and
mass immigration - they're all examples of national excess.
Wherever you look, crazy systems have replaced our old prudent-minded approach.
Look at families. Instead of beginning with the self-evident proposition that
two parents are better than one, we start at the other end.
The result is that we insist on individual rights to the exclusion of everyone
else's interests, including the child's. As a result, we have more single
parents, more teenage pregnancies, more adolescent misfits and more destitute
families than anyone in Europe.
Not bad for the country of balance and moderation.
Meanwhile, debt is at a dangerous high and millions of us are living beyond our
means. Actually, the more I look at the economic outlook, the wiser your
decision to take a break from Britain begins to seem.
Everything seems to be unreal - whether it's the bonuses in the City, the
purchasing power of the pound on shopping trips to America, or the money you
sold your house for before emigrating.
If the economy falters - and the signs are beginning to show - the social
consequences of unemployment don't bear thinking about. And, this time, people
who are laid off won't be able to retire early because Gordon Brown has blocked
that avenue of escape by b*****ing up their pensions.
Even now, with the economy still riding high, a record number of people are
leaving the country to start again elsewhere. Think what will happen to
emigration figures if the economic bubble is pricked.
Whether it is or not, we can certainly expect the splits and cracks in society
to grow. Which leaves people your age with three choices: resign themselves to a
life in a perilously fragmented community, get rich or do as you have done and
get out.
Politics or parenting, schools or Scotland, wherever you look, very little seems
to be holding things together. People live side by side yet separately, in
mental isolation, with their eyes fixed warily on one another.
When communities, races, classes and families become segregated to the degree
they have, feelings of social solidarity erode.
Society ends up like a shattered windscreen: holding together by the grace of
God, even though it's all cracked to hell, so no one can see ahead or have any
idea where they are going.
Love to all, Dad
A daughter’s last letter to father killed tackling gang of vandals (Lucy Bannerman, The Times, 14 agosto 2007):
A devastated young daughter has paid tribute to the father she lost after he was
beaten to death by a gang of youths.
The family of Garry Newlove, 47, released a letter from his daughter Amy, who is
believed to be 12, which was written as he was dying in hospital.
She wrote: “I can’t get across how much I will miss you and I don’t know what I
would do without you. You have always been there for me when I am down and you
always put a smile on my face (even if it is a rubbish joke).
“You mean the world to me and I wouldn’t change you for the world.”
Mr Newlove was attacked on Friday night after a gang of youths vandalised a
mechanical digger parked in a neighbour’s drive in Warrington, Cheshire, and his
car window was smashed. He suffered head injuries and died at Warrington
Hospital on Sunday afternoon.
Mr Newlove, a sales manager who had previously survived stomach cancer, had been
due to go to Lanzarote on holiday tomorrow with his wife, Helen, and their three
daughters, Zoe, believed to be 19, Danielle, 16, and Amy.
Mr Newlove had met police officers in May to discuss problems with youth
disorder in his area. Detective Chief Inspector Martin Cleworth, of Cheshire
Police, said: “Mr Newlove had gone outside when his car was vandalised. He did
what any of us would do in those circumstances. He was set upon and sustained
several injuries including an injury to his head, which is most likely the cause
of death.
“We do believe that the youths were drinking, although there is no evidence to
suggest drug use. We have identified members of the group, some of whom have had
previous dealings with police, and we are appealing for others to come forward.
“The officers involved are as sickened as anybody would be. Mr Newlove is a very
active, very much wellrespected member of the community.”
He added: “This is an absolutely tragic incident and I would appeal to any young
people who may have knowledge about what happened to think about this as if it
was their father or their brother. How would they feel?” Mike Roscoe, a work
colleague who has known Mr Newlove for 30 years, said: “They were your typical,
happy family. I spoke to Helen yesterday and she is distraught. There’s no other
word for it.”
Derek Lockie, local neighbourhood inspector for Cheshire Police, said that Mr
Newlove had proposed setting up a Neighbourhood Watch scheme and had sent out
letters to all his neighbours.
Inspector Lockie said: “There have been a dozen reported incidents of disorder
in Mr Newlove’s road this year. The area is a cut through to a shopping precinct
where you do get youths, and that is where most of the calls come from. There
has been an increase in the number of uniformed officers patrolling the area.”
There was a bunch of flowers outside Mr Newlove’s home yesterday. The card read:
“A true hero. Trying to take our street back. Standing up for what is right. God
bless.”
Next to the house is a railway bridge under which, neighbours said, the youths
would congregate.
Vera Flynn, 69, who has lived next to the bridge for 30 years, said: “The police
came and asked me about it but I never saw anything. I don’t leave my house
after dark because of the gangs.
“The kids are always under the bridge messing about and if you say anything you
get a mouthful. They are drinking, taking drugs, and I just don’t want to leave
my house because of it.”
Three teenagers were charged last night with the murder of Mr Newlove. Two
15-year-olds and a 16-year-old will appear before magistrates at Runcorn today.
La lettera di Amy al padre morente:
To Daddy
I am unable to see you right now as you are too ill but I know you can fight
this as you are a strong, loving man who I know loves me no matter what. I am
asking you to be strong and don’t give in as I love you too much to believe that
you won’t go without a fight.
I had a dream last night that you woke up and you were fine except you didn’t
know me at all. If that did happen and you didn’t know me I would still try to
help you remember. I will stick by you while you are in hospital and I will take
care of mummy.
I can’t get across to you how much I will miss you and I don’t know what I would
do without you. You have always been there for me when I am down and you always
put a smile on my face (even if it is a rubbish joke).
You mean the world to me and I wouldn’t change you for the world. When you get
out of here I will be there with a big smile on my face.
I hope you can hear me right now as I hope it will give you more strength and
determination as to wake up.I thought I saw nanna Newlove’s face in the TV last
night and I keep seeing her. I know she is here with you looking out for you and
is probably offering cornflakes or Thorntons toffee.
I love you with all my heart so please don’t give in. We are all taking care of
you and mummy. We will deeply miss you and I want you to know you are the best
dad anyone can ask for.
I love you so much and I do hope you can fight this. I love you!
From your darling daughter who loves you so much and from the whole family.
WE LOVE YOU!! AND DON’T GIVE IN!!
xxxxxoooooxxx
How the Government has declared war on white English people (Leo McKinstry, Sunday Express, 9 agosto 2007):
England is in the middle of a profoundly disturbing social experiment. For the first time in a mature democracy, a Government is waging a campaign of aggressive discrimination against its indigenous population.
In the name of cultural diversity, Labour attacks anything that smacks of Englishness. The mainstream public are treated with contempt, their rights ignored, their history trashed. In their own land, the English are being turned into second-class citizens.
This trend was highlighted this week by the case of Abigail Howarth, a bright teenager who applied for a training position with the Environment Agency in East Anglia but was turned down because she was too white and English. The post, which carries a £13,000 grant, was open only to ethnic minorities, including the Scots, Welsh and Irish.
Such social engineering was justified by the Agency on the grounds that minorities were under-represented in its workforce, the parrot cry used by bureaucrats throughout the public sector to justify bias against the English.
Though Abigail’s case rightly caused outrage, it was not unique. This kind of reverse discrimination is now rife across the state machine, underwritten by the very English taxpayers who are the targets of institutional prejudice.
Although it is technically illegal to restrict jobs to certain ethnic groups, the racially fixated commissars have found a way round that problem by developing training schemes open only to minorities. Under the 1976 Race Relations Act it is permissible to use racial considerations in recruitment to trainee positions such as the one to which Abigail applied.
Such practices are dressed up as “positive action” to widen diversity and, in the words of one Labour council, “to overcome past discrimination”. So HM Revenue and Customs offers work experience jobs, worth up to £15,900 a year pro-rata, to ethnic minority graduates, while the Museums Association has two-year ethnic minority apprenticeships.
Similarly, Birmingham City Council gives £16,000 a year to “black and minority ethnic individuals” in its “Positive Action Traineeship Scheme”, and a £10,000 allowance to clerical trainees from “the Bangladeshi and Pakistani communities”.
Discriminatory training schemes can also be found in ITV, the civil service and the NHS, which boasts “a management development programme specifically designed and tailored to the needs of black and minority ethnic midwives”.
It was revealed last year that Avon and Somerset Constab-ulary rejected 186 applications from white men on the grounds that they were already “over-represented” in the force. In the same way, London Mayor Ken Livingstone last month refused to endorse a series of nominations for the London Fire Authority because they were dominated by whites.
And whole towns are beginning to suffer state disapproval. Eighty administrative jobs in the Prison Service have recently been transferred from Corby in Northamptonshire to Leicester because, as the Home Office admitted, Corby’s population is predominantly “white British”, a terrible sin in our multicultural society.
It is a bitter irony that the Labour Government, which works itself into such a synthetic rage over racial prejudice, should practise overt discrimination on an epic scale. The remorseless focus on supporting minorities has led to a perverted ideology of anti-white racism.
Almost every interaction with any public service now leads to a detailed analysis of one’s ethnic status. A vast race equality industry has been built up, filled with overpaid paper shufflers, consultants and advisers with little to do except invent new grievances.
There is an air of the Maoist permanent revolution about their activities. Since immigration now runs at probably one million people a year, the make-up of society is changing dramatically. So, in this climate of endless demographic upheaval, the race relations brigade will always be able to invent more work for itself.
Yet anti-English discrimination undermines the central plank of the propaganda for mass immigration. We are constantly told we need vast influxes of foreigners to boost our economy and fill vacancies but unemployment levels in immigrant communities are so high and skills so lacking that we need to reserve parts of our economy for them.
So if we have to spend a fortune on training schemes, why are we inviting hundreds of thousands of arrivals from the Third World and Eastern Europe here every year?
Economics have little to do with the issue. The Left in Britain have seized on mass immigration and multiculturalism as a battering ram to destroy the society they despise. They once sought to change our country through economic revolution. That failed with the Winter of Discontent and the downfall of communism. But demographic change through migration has proved far more damaging.
George Orwell once wrote: “England is perhaps the only great country whose intellectuals are ashamed of their own nationality. In Left-wing circles it is always felt that there is something slightly disgraceful in being an Englishman and that it is a duty to snigger at every English institution.”
That is now precisely the mentality that predominates within the machinery of the British state. And our country is dying as a result.
Sick family of Europe (Benedict Brogan, The Daily Mail, 19 marzo 2007):
Social breakdown has turned Britain into the 'sick family of Europe' and
promises to be the major battleground for the next election, David Cameron
warned yesterday.
Creaking public services, irresponsible parents and rampant crime have stretched
society to breaking point, the Tory leader said
Evoking the memory of Margaret Thatcher's economic achievements, Mr Cameron
sought to set out the challenges facing his party.
And he attacked Gordon Brown for ignoring how family breakdown lies at the heart
of Britain's social problems.
Mr Cameron used a speech to the Conservative spring conference in Nottingham to
expose what he believes is a crisis lurking behind its economic success.
He claimed his mission was nothing short of bringing about 'Britain's social
revival'.
He said: 'The big argument in British politics today is not about the free
enterprise economy. It's about our society.
'Because it's not economic breakdown that Britain now faces, but social
breakdown. Not businesses that aren't delivering, but public services. Not
rampant inflation but rampant crime, disorder and anti-social behaviour. Not
irresponsible unions - it's irresponsible parents.'
Recalling the criticisms levelled at Britain in the 1970s before Lady Thatcher
took over, Mr Cameron said: 'It's not that Britain is the sick man of Europe.
We're becoming the sick family of Europe.
'The mission of the modern Conservative Party is to bring about Britain's social
revival.
'We must speak out for the people of Britain who are sick and tired of living in
a country that is economically rich but socially so poor.'
Mr Cameron pledged to restore the Tories as the party of the family, with tax
breaks and a comprehensive overhaul of the benefits system.
He said the Tory Party was interested not just in helping people get on, but
helping those left behind.
He said: 'Quality of life. That is the modern mission of the Conservative Party.
'Just as we helped clear up the economic mess Labour left in 1979, so the next
Conservative government will have to clear up the mess that these Labour
politicians have made of our society.'
His party would speak up for 'working people' by telling them it is just as fed
up about higher taxes, spin and 'this Government of dashed hopes and
disappointment'.
Mr Cameron attacked Gordon Brown, accusing him of 'ducking' the issue of family
breakdown 'at the heart' of social problems.
He said: 'Gordon Brown won't do anything about family breakdown. We've got a tax
system that doesn't recognise marriage. A benefits system that does recognise
marriage but penalises it.
'In fact it penalises any form of commitment between two people. What sort of
system is it that pays people to live apart? It's got to change.'
The Tory Party is already working on a package of measures aimed at targeting
the family. The social justice policy group, led by former leader Iain Duncan
Smith, is working with Shadow Chancellor George Osborne to channel state cash to
families.
Transferable tax allowances - axed by Labour in 1998 - are likely to be
re-introduced alongside changes to the benefit system that would end the
discrimination against parents on welfare who choose to stay together.
As he prepared to take on the Chancellor over the Budget on Wednesday, Mr
Cameron also delivered a coruscating attack on the failings of the NHS and said
he would be on the look out for 'spin' on Budget day.
He said: 'Do you think we've forgotten the stealth taxes and council tax rises
that are hammering every home in Britain?
'Gordon, you are not the answer to spin. You are spin, and we won't let people
forget it.'
He also defended his decision to consider 'green' taxes on flights, claiming it
was the kind of 'tough decision' voters demanded.
A survey for the Mail on Sunday showed 66 per cent of voters believe green air
taxes will have no effect on the numbers flying and would just raise the tax
burden.
But Mr Cameron said: 'You can't be serious about climate change unless you're
serious about aviation.