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lunedì, 22 ottobre 2007

Lobbies in Italia

Il 12 ottobre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge (d.d.l.) che dovrebbe regolamentare l'azione delle lobbies in Italia. Il ddl è stato presentato dal presidente del consiglio Romano Prodi e dal ministro per l'attuazione del programma di governo Giulio Santagata; esso si situa in un più ampio progetto di "trasparenza" nella gestione della cosa pubblica.
Benché il testo del ddl non sia ancora pubblico, la stampa ha già riportato quelli che dovrebbero essere i contenuti principali (per la cui sintesi ci rifacciamo all'articolo di Mauro W. Giannini
Etica e politica: governo, regolamentare l'attività delle lobby):

- i governanti saranno tenuti a rendere pubblici i documenti loro trasmessi dai lobbisti;
- i governanti dovranno citare nella relazione illustrativa e nel preambolo d'atti normativi ed amministrativi gli "atti di rappresentanza dei propri interessi" (ossia le pressioni ricevute) da parte dei lobbisti;
- il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL) diventerà garante dell'attività di lobbying sui governanti: in particolare, istituirà un pubblico registro cui saranno tenute a presentarsi le varie lobbies;
- l'iscrizione al registro pubblico delle lobbies sarà permesso solo alle organizzazioni che rispetteranno alcune condizioni, tra cui un codice deontologico varato dal CNEL;
- i lobbisti non regolarmente iscritti al registro saranno puniti con sanzioni pecuniarie (fino a 20.000 euro) e reputazionali (segnalazione a mezzo stampa);
- ogni anno i lobbisti dovranno presentare al CNEL una relazione riguardante il loro operato;
- ogni anno il CNEL dovrà presentare al Parlamento una relazione riguardante l'operato di tutti i lobbisti.


Posto che la valutazione finale andrà fatta sul testo ultimo della legge, così come sarà approvata dal Parlamento e promulgata sul "Gazzettino Ufficiale", è già possibile qualche considerazione generale.
Quest'iniziativa è positiva per un verso e negativa per un altro. Cominciamo dal lato buono.
Finalmente, è riconosciuta a livello ufficiale la presenza di "poteri forti" che condizionano la politica, e si cerca di regolamentarne l'attività. In particolare, per quanto più interessa ai lettori di "Civium Libertas", l'azione condotta dalle lobbies sionista e neoliberale per limitare le libertà civili degl'Italiani dovrà uscire alla luce del sole e sarà controllata dalle istituzioni e dall'opinione pubblica.
Purtroppo gli aspetti positivi sono vanificati ed oscurati da quelli negativi.
Innanzi tutto, le sanzioni previste contro i lobbisti "abusivi" sono ridicole (da 2.000 a 20.000 euri di multa sono ben poco per chi rappresenta interessi potenti), e dunque l'emersione del lobbismo sommerso non è affatto scontata. Se pure ciò dovesse accadere, il controllo esercitato risulterebbe inefficace, almeno nei confronti delle lobbies più potenti. L'opinione pubblica, infatti, è informata dai media di massa, che già sono ampiamente condizionati dai lobbisti (ed in particolare da quelli sionisti e neoliberali che più c'interessano). Per quanto riguarda il controllo istituzionale, vale analogo discorso: il CNEL ha rappresentanti del mondo politico e di quello sindacale, ossia d'organizzazioni ampiamente colluse con i "poteri forti".
Infine, le leggi di regolamentazione dell'attività di lobbying non si sono mai rivelate granché efficaci, ed anzi talvolta hanno persino avuto l'effetto contrario, poiché banalizzano l'opera di pressione sistematica sui gestori della cosa pubblica, presentandola non più come un'interferenza ma come un'azione legittima. L'esempio degli Stati Uniti è illuminante; per approfondirlo rimandiamo principalmente al saggio di Mauro Manno, dal titolo Dopo Soros: "lobby ebraica", un tabù infranto?, contenuto (pp. 139-217) in: Claudio Moffa (a cura di), La Storia imbavagliata, s.e., Tivoli (stampa) 2007 (ordinabile cliccando
qui). Lo straordinario attivismo delle lobbies che si registra negli USA deriva dal riconoscimento dell'attività di lobbying quale esercizio del diritto costituzionale di partecipazione politica dei cittadini. Il pronunciamento in tal senso della Corte Suprema dipese dalla crescente corruzione della politica statunitense: il rimedio trovato fu quello di "legalizzare la corruzione" rendendola lobbying. Quello che si sta per fare in Italia è un passo analogo: quella che oggi è corruzione, è pressione indebita, è condizionamento dei pubblici poteri, diventerà innocente attività di "rappresentanza dei propri interessi". Forse (e sottolineo: forse) saranno ufficializzate le identità di coloro che condizionano la politica del nostro paese, ma poco o nulla sarà fatto per ostacolarli e, anzi, il ddl Prodi-Santagata potrebbe rompere gli argini e permettere anche in Italia, come negli USA, il prepotente dilagare delle lobbies.

postato da: Lif1 alle ore 18:33 | link |
categorie: italia, articoli

Lobbies nell'Unione Europea

  • Dall'articolo "Ceniamo questa sera, Commissario? La Lobby a Bruxelles" (Belen Balanyà, Rebelion via Comedonchisciotte, 26 luglio 2006):

Negli ultimi venti anni, Bruxelles è diventata un magnete per
                  i gruppi di pressione industriali e le imprese di relazioni
                  pubbliche, per il potere sempre maggiore che ostentano le
                  istituzioni europee. Attualmente più del 50% di tutta la
                  legislazione dei 25 paese membri dell’UE proviene da
                  Bruxelles, e per quanto riguarda il campo ambientale la
                  percentuale sale all’80%.
                  Si ritiene che vi siano circa 15.000 lobbisti che si dedicano
                  a tempo pieno nell’azione di influenzare le istituzioni
                  europee. Più del 70% di tali “corporati” rappresentano grandi
                  imprese.

                  Il mondo della lobby industriale a Bruxelles è formato da più
                  di mille gruppi di pressione, centinaia di imprese di
                  relazioni pubbliche, numerosi studi legali di avvocati che
                  offrono servizi di lobby, dozzine di laboratori “di idee”
                  finanziati dall’industria, oltre a centinaia di imprese che
                  possiedono un proprio dipartimento per le tematiche europee
                  [1]. Il fatturato annuale dell’attività di lobby aziendale a
                  Bruxelles raggiunge cifre tra 750 e 1.000 milioni euro
[2].

                  I gruppi di pressione si sono precipitati a Bruxelles, in
                  seguito all’unione, come mosche sul miele. Ma alcuni, in
                  particolar modo la “Tavola Rotonda Europea degli Industriali”
                  (ERT), si sono avvantaggiati e gomito a gomito con la
                  Commissione Europea, hanno svolto un ruolo fondamentale nel
                  disegnare ed accelerare il processo di unificazione [3]. A
                  metà degli anni ’80 e nei primi anni ’90, questo gruppo
                  formato dai capi di 45 delle maggiori imprese europee, ha
                  rappresentato un ruolo chiave nel promuovere l’integrazione
                  dei mercati, nel porre le basi delle riforme neoliberali che
                  hanno tempestato l’Europa negli ultimi anni.

                  Una perfetta sincronia

                  A differenza degli Stati membri, a Bruxelles regna una cultura
                  politica che fa in modo che l’attività di lobby sia la forma
                  più comune di fare politica. I procedimenti complessi, la
                  mancanza di un vero dibattito pubblico europeo e la relativa
                  debolezza dei gruppi sociali in scala europea, creano le
                  condizioni ideali del successo del “fare lobby” industriale.

                  In tale contesto, non è un caso che i corsi sull’azione di
                  lobby siano un settore in espansione. Un esempio abbastanza
                  indicativo è rappresentato dal corso intensivo di una sera
                  organizzato dal gigante delle relazioni pubbliche
                  Burson-Marsteller e dal settimanale più letto della città,
                  “European Voice”, celebrato nel luglio del 2004 [4].

                  “Ho bisogno di lobbisti, dipendo dai lobbisti”, diceva un
                  eurodeputato (del Regno Unito) alle più di 100 persone che
                  andavano spingendosi e comprimendosi in una stanza del Marriot
                  Hotel, dopo aver pagato 300 euro cadauna. Gli eurodeputati
                  sono schiacciati dalla quantità di temi sui quali devono
                  decidere fino al minimo dettaglio, sviluppando spesso una
                  dipendenza cronica dai lobbisti. Egli spiegava di non volere
                  commenti generali, bensì correzioni di un testo da poter così
                  presentare direttamente nei “comitati” o nelle sessioni
                  plenarie del Parlamento affinché possano essere votati.

                  Disgraziatamente è un procedimento di routine, che ha come
                  risultato che molti degli emendamenti redatti da parte dei
                  rappresentanti dell’industria (ed occasionalmente dei gruppi
                  della società civile) si convertano in legge. Gli eurodeputati
                  corrono il rischio di convertirsi in meri intermediari che
                  trasferiscono le richieste dell’industria alla macchina del
                  processo decisionale. Molti di essi, dopo un periodo in cui
                  esercitano la propria carica, passano al mondo della lobby
                  aziendale.
Un esempio è dato dai britannici Nick Clegg
                  (liberale democratico) e David Bowe (laburista) che si sono
                  uniti alla squadra di lobby del gruppo GPlus Europe, dopo aver
                  lasciato il Parlamento Europeo nel 2004.

                  In seguito, al termine della loro carica, anche molti
                  Commissari sono tornati a Bruxelles come corporati
                  dell’industria.
Un buon esempio è Leon Brittan, ex Commissario
                  del commercio (1994-1999), che preparò la posizione
                  dell’Unione nelle negoziazioni sui servizi del WTO (AGCS o
                  GATS). Dal 2000 Brittan si è dedicato a premere sui suoi
                  successori, Pascal Lamy e Peter Mandelson, in qualità di
                  Presidente del Comitè LOTIS, un gruppo di pressione che
                  rappresenta l’industria britannica dei servizi finanziari.

                  Più a destra

                  L’attività di lobby a Washington D.C. è famosa per i suoi modi
                  aggressivi, in contrasto con il tono più conciliatorio di
                  Bruxelles. Ma la differenza si va sempre più riducendo.
Uno
                  dei partecipanti al corso sulla lobby, svoltosi nel Marriot,
                  era Chrissie Kimmons, che dirige uno delle centinaia di
                  consultori sulle tematiche europee che vi sono a Bruxelles.
                  Kimmons, che prima era lobbista per conto della
                  GlaxoSmithKline, mostrava le principali strategie di lobby per
                  le imprese a Bruxelles. Consigliava di iniziare “con un Kofi
                  Annan”, combinato con un “terzo”. Nel suo gergo, fare un “Kofi
                  Annan” vuol dire relazionarsi con i legislatori per ottenere
                  un compromesso ed evitare così un risultato peggiore, mentre
                  un “terzo” significa stringere un accordo con ONG e sindacati.
                  Queste due strategie sono state usate notevolmente dalla lobby
                  impresaria negli ultimi venti anni ma ultimamente si vanno
                  imponendo tattiche più aggressive, come il “dentista”
                  (togliere per prima il peggior dente – la parte che meno piace
                  di una proposta - ed una volta eliminato dedicarsi al resto) o
                  “l’elicottero da combattimento” (minacce – per esempio di
                  ricollocamento – se non ritirano la proposta).

                  La posizione della padronale europea UNICE (Union of
                  Industrial and Employers’ Confederations of Europe, ndt)
                  costituisce un buon esempio di quello spostamento verso
                  tattiche più ostili. L’UNICE chiede una moratoria di tutte le
                  iniziative sociali fino a che si compia l’obbiettivo della
                  “Agenda di Lisbona” (il blocco economico più competitivo del
                  mondo). L’arrivo di Barroso alla Presidenza della Commissione
                  nell’ottobre del 2004 ha fatto in modo che il discorso
                  aziendale più duro si sia tolto la maschera della retorica
                  sociale ed ambientale. Barroso ha annunciato chiaramente che
                  gli obbiettivi di competitività dell’Agenda di Lisbona
                  avrebbero goduto della priorità assoluta durante il suo
                  mandato.

                  Le lamentele dell’industria sulle conseguenze della propria
                  competitività impoveriscono, una dopo l’altra, le iniziative
                  per proteggere la salute o l’ambiente. Un triste esempio è
                  REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction
                  of Chemicals, ndt), sistema proposto per registrare e testare
                  sostanze chimiche. La proposta dell’Unione per migliorare la
                  disastrosa normativa esistente sulle sostanze chimiche ha dato
                  luogo alla più grande campagna di lobby industriale che si sia
                  mai avuta in Europa fino ad oggi [5]. La campagna è stata
                  condotta dal CEFIC, l’associazione europea dell’industria
                  chimica, ed ha contato sull’appoggio deciso dell’industria
                  chimica statunitense e dell’amministrazione Bush. Come
                  risultato di tale campagna, nella quale si sono sprecati
                  allarmismo, studi di impatto pieni di falsità e tattiche per
                  ritardare il processo, REACH è andata perdendo impeto fino a
                  diventare un’ombra della proposta originale.

                  Norme per l’attività di lobby?

                  Malgrado l’aumento spettacolare del numero di lobbisti e della
                  crescente influenza politica delle grandi imprese, esistono
                  poche norme che regolano la lobby alle istituzioni europee.
                  Nel registro del Parlamento Europeo compaiono più di 5.000
                  lobbisti accreditati con pass, ma tale lista include solo il
                  nome e l’organizzazione, non per chi lavorano, né in che
                  campo, né con quale budget. Per quanto riguarda la Commissione
                  Europea, è risultata abbastanza ostile alle proposte di
                  regolamento del lobbing.
Negli ultimi anni non solo è
                  aumentato il numero di lobbisti, ma sono anche aumentate le
                  richieste affinché si ponga un limite alla sua influenza.

                  Il grande scetticismo verso le istituzioni europee che impera
                  tra la popolazione, spinge la Commissione a manovrare in cerca
                  di legittimità. Nel marzo 2005 il vicepresidente della
                  Commissione e Commissario per le tematiche amministrative,
                  auditorio e lotta contro la frode, Sim Kallas, annunciò la
                  messa in moto della Iniziativa Europea di Trasparenza
                  (European Transparency Iniziative, ETI) [6]. In un discorso
                  che colse molti di sorpresa, Kallas evidenziò l’influenza
                  degli oltre 15.000 lobbisti a Bruxelles e lamentò “l’assoluta
                  mancanza di norme sui rapporti ed i registri delle operazioni
                  di lobby nell’UE…”. Per la prima volta si apriva una porta
                  nella Commissione alla possibilità di rendere obbligatoria
                  l’informazione sulle attività di pressione.

                  Ma l’opposizione è e sarà feroce. Tra gli oppositori si
                  mettono in luce l’Associazione dei Professionisti di Tematiche
                  Europee (Society of European Affair Professionals, SEAP), la
                  cui ragion d’essere è stata, a partire dalla sua creazione nel
                  1997, prevenire qualsiasi tipo di regolazione vincolante sulla
                  lobby, ed EPACA, la “European Public Affairs Consultancies
                  Association”, creata nel gennaio del 2005 [7]. Oltre a questi
                  gruppi più specializzati, neanche le lobby impresarie sono
                  molto contente della proposta. Diversamente nella società
                  civile sono numerosi i difensori. Nel luglio del 2005 si è
                  formata l’Alleanza per la Regolazione sulla Trasparenza ed
                  Etica della lobby (Alliance for Lobbying Transparency and
                  Ethics Regulation, ALTER-EU), una coalizione di movimenti
                  sociali, sindacati ed accademici per combattere per una ETI
                  forte. Oltre a norme vincolanti per la trasparenza delle
                  lobbies, ALTER-EU reclama anche un miglioramento del codice di
                  condotta per i Commissari europei (che limiti la continua
                  ricerca dei candidati nel mondo industriale) e la fine
                  dell’acceso privilegiato a legislatori ed alte cariche delle
                  quali usufruiscono i lobbysti dell’industria [8].

                  A partire dal primo discorso di Kallas, ed in seguito ad una
                  feroce opposizione dell’industria e di gran parte della
                  Commissione, sembra che i responsabili dell’ETI si siano
                  allontanati dalla possibilità di norme vincolanti, esprimendo
                  preferenza per codici volontari ed altre bellezze simili. Gli
                  interessi impresari hanno scommesso, in gran parte, sulla
                  volontarietà, quel filone che così tanti buoni risultati sta
                  dando loro in altri campi. Sempre più frequentemente, invece
                  di opporsi frontalmente agli obbiettivi sociali o ecologici
                  che perseguono una regolazione potenziale, le imprese si
                  dichiarano portavoce degli stessi, ma con la condizione che
                  non vengano imposti obblighi e che si permetta loro di avere
                  le mani libere. Il fatto che i codici di condotta e gli altri
                  strumenti volontari si siano dimostrati, in modo crescente,
                  assolutamente inefficaci, non sembra un ostacolo affinché la
                  Commissione elimini una dopo l’altra la possibilità di norme
                  vincolanti
(uno degli esempi più recenti è quello relativo
                  alla Responsabilità Sociale delle Imprese –CSR). Nel caso
                  della ETI il risultato finale non è stato ancora deciso, ma è
                  possibile che nasca un qualcosa così tanto “decaffeinato” che
                  non permetta uno scrutinio efficace dell’influenza della
                  lobby, e che, malgrado ciò, cercherebbe tentativi di
                  legittimazione, facendo quindi più male che bene.

                  Delle buone norme potrebbero permetterci di accedere con una
                  certa facilità ai loro dati che solo adesso è possibile
                  osservare ma con sforzo. Nel renderli pubblici, la scandalosa
                  grandezza delle risorse investite per gli interessi aziendali
                  e le disastrose conseguenze sociali della loro influenza,
                  possono far sì che si alimenti un gran rifiuto popolare, più
                  di quanto abbiano fatto molte campagne fino ad oggi.
                  Certamente tali norme non significherebbero la fine del potere
                  delle imprese a Bruxelles, ma rappresentano un passo
                  necessario, e da qui l’importanza di lottare per queste.
                  Esponendolo alla luce del sole, aiuterà anche a porre termine
                  alla simbiosi tra attori politici ed economici. E potrebbe
                  portare la società a smettere di sacrificare il progresso
                  sociale ed ecologico sugli altari della “competitività
                  internazionale”, ed a esigere un controllo veramente
                  democratico dell’economia.

                  Belèn Balanyà
                  è membro di Corporate Europe Observatory. Questo articolo è
                  stato pubblicato nel nº 22 della rivista Pueblos, luglio 2006,
                  Especial Multinacionales, pp 15-17
                  Fonte:
www.rebelion.org
                  Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=34771

                  Traduzione per www.comedonchisciotte.org di RICCARDO ROSINI

                  NOTE:
                  [1] CORPORATE EUROPE OBSERVATORY (Julio 2005): Lobby Planet
                  Guide, Brussels, the EU Quarter.
                  [2] EUROPEAN VOICE: “A spoonful of sugar makes the message go
                  down”, Vol. 11 No. 33: 22 septiembre 2005.
                  [3] BALANYÁ, Belén; DOHERTY, Ann; HOEDEMAN, Olivier; MA’ANIT,
                  Adam Y WESSELIUS, Erik (2002): Europa, S.A., Barcelona, Icaria
                  Editorial, Colección Antrazyt.
                  [4] EUROPEAN VOICE Y BURSON-MARSTELLER: “Lobbying: developing
                  the strategy - delivering the results”, 15 de julio de 2004.
                  [5] CORPORATE EUROPE OBSERVATORY (Marzo 2005): “Bulldozing
                  REACH - the industry offensive to crush EU chemicals
                  regulation”.
                  [6] KALLAS, Sim (3 de marzo de 2005): “ The need for a
                  European transparency initiative”, European Foundation for
                  Management, Nottingham Business School, Nottingham.
                  [7] Evoluzione del “Gruppo del Codice di Condotta”.
                  [8] ALTER-EU (19 de Julio de 2005): “Ending corporate
                  privileges and secrecy around lobbying in the European Union”.
                  Per altre informazioni riguardo il dibattito sulla regolazione
                  delle lobby nell’UE.

postato da: Lif1 alle ore 18:22 | link |
categorie: unione europea, articoli
domenica, 21 ottobre 2007

Censura su Internet - Parte 2

  • Dall'articolo "Vogliono tassare internet" (Maurizio Blondet, Effedieffe, 18 ottobre 2007):

Entro pochi giorni, gli americani potrebbero dover pagare un’imposta anche solo
per accedere ad internet, creare un blog e spedire una mail
(1).
Il primo novembre prossimo scade la moratoria, firmata nel 1998 dal presidente
Clinton, che sospende la tassazione (che allora già nove stati avevano
applicato) sull’accesso, il download di musica, le-mail, il commercio
elettronico.
Si trattava di una moratoria, appunto.
Potenti note lobby (sostenute dai governi locali che vogliono fare cassa) sono
riuscite a ottenere che quella legge avesse solo un effetto sospensivo e a
termine, anziché permanente.
Gli argomenti contro un’esenzione permanente già fanno capire quali lobby sono
pro-tasse.
David Quam, il direttore per le relazioni federali della National Governors
Asssociation, parla per i governatori ma anche per le compagnie telefoniche: che
temono la concorrenza del telefono via Internet (VoIP) e dei grandi network, che
vedono come il diavolo lo sviluppo della tv sul web (IPTV).
«Dare ai provider la capacità di confezionare insieme i contenuti e questi altri
servizi costituisce una zona di elusione», dice Quam: «Vengono esentati servizi
che sono tassati quando non sono su internet».
Se il VoIP finirà per rimpiazzare del tutto il telefono, aggiunge, gli stati
perderanno 20 miliardi di dollari annui in mancati introiti tributari (2).
In realtà, la mira è un’altra.
Difatti già oggi la moratoria non esenta le vendite fatte su internet, nel senso
che scaricare una canzone o un film in modo legale, o ordinare un libro da
Amazon o un oggetto da eBay, è soggetto alle stesse tasse applicabili alle
vendite in negozio o per corrispondenza.
Ci dev’essere un’altra lobby che preme per far pagare agli utenti la colpa di
cercare le notizie su Internet anziché sui grandi media autorizzati, e dalla
lobby controllari.
E questa lobby ignota spera di far spirare la moratoria alla chetichella.
La Commissione Giustizia della Camera dei rappresentanti ha accettato l’idea di
estendere ancora un po’, magari, la moratoria, ma ha rifiutato di prendere in
considerazione una legge che esenti da tasse internet in modo permanente.

Il parlamentare Jim Walsh, per fortuna, ha suonato l’allarme.
«Negli ultimi vent’anni, internet ha rivoluzionato il modo in cui comunichiamo,
il modo in cui i nostri figli imparano, e il modo in cui facciamo gli affari.
Oggi andiamo su internet per trovare un lavoro, una nuova casa, o la cura
migliore per la malattia di un nostro caro. Tassare l’accesso ad internet
colpirebbe la nostra economia e la nostra qualità della vita».
«E’ come tassare qualcuno perchè entra in una biblioteca o in un grande
magazzino», ha rincarato il senatore dell’Oregon Gordon Smith.
E anche lui ha parlato di un effetto di stagnazione dell’economia, degli
investimenti e dell’innovazione che verrebbe provocato dalle tasse.
Già queste proteste dicono a cosa mira la ignota lobby che non si dichiara.
Un sito di mera informazione (come EFFEDIEFFE.com, per fare un esempio a caso),
che non guadagna nulla perché nulla vende, ed è basato sul lavoro gratuito,
sarebbe ammutolito dall’imposizione fiscale.
Il movimento-verità su «ciò che è veramente successo l’11 settembre» non avrebbe
avuto voce, e conosceremmo solo la versione ufficiale.
Il candidato anti-guerra Ron Paul continuerebbe ad essere una non-persona, mai
citata dai grandi media controllati.
Ignoreremmo persino i nomi dei professori Walt e Mearsheimer e del loro saggio
«The Israeli lobby».
E non sapremmo nulla (già sappiamo poco, avendo Israele vietato l’accesso dei
giornalisti a Gaza) della tragedia del milione e mezzo di palestinesi chiusi lì
e messi alla fame (3).
Con quali effetti?
Un sondaggio della Pew Internet & American Life Project (marzo 2007) ha mostrato
che 71 adulti su cento usano regolarmente internet, e addirittura l’87 per cento
dei giovani dai 18 ai 29 anni. Ancor più: ha mostrato che l’uso di internet non
varia molto per gruppi di redito familiare, per razza ed etnia, e per posizione
geografica.
Se gli americani che vivono in città e nei suburbia residenziali sono utenti
internet al 73%, lo sono anche il 60%  degli abitanti in zone rurali.
Anche i meno istruiti, anche i negri, e anche i meno benestanti sono utenti di
internet in USA.
E’ ciò che accadrà anche da noi in Italia, un giorno, speriamo.

E un’altra indagine condotta da Technorati mostra quanto segue: per coloro che
su internet cercano informazione, la credibilità dei blog e dei siti è almeno
pari a quella dei «grandi» media ufficiosi.
Technorati ha notato che sta crescendo il numero di blog annessi ai cento più
frequentati siti web, e questi blog sono ricchissimi d’informazioni che vengono
«dal basso».
E queste informazioni hanno autorevolezza, per gli utenti, pari a quelle di
«marchi» accertati, come il New York Times.
Si può capire l’allarme della ignota lobby.  E si capisce meglio la recente
proposta di Franco Frattini, il «nostro» commissario UE, di censurare internet
con la scusa che «su internet si imparara fare le bombe» e i «terroristi
islamici» si parlano.
Sempre uguali, questi commissari del popolo. Come ai tempi belli dell’URSS.
Negli Stati Uniti, la proposta anti-tassazione del deputato Walsh ha raccolto
237 firmatari al Congresso: il che significa che un bando permanente della
tassazione all’accesso internet passerebbe senza difficoltà.
Ma si sa già che non passerà, per il semplice fatto che non sarà discussa.
Tutto ciò che si potrà ottenere sarà, magari, un’estensione della moratoria.
E della spada di Damocle sull’informazione non-autorizzata.
E’ poco, ma almeno in USA si muovono i parlamentari, evidentemente premuti dal
loro elettorato.

Il commissario Frattini non è stato eletto da nessuno, ma – come tutti i suoi
colleghi commissari UE – indicato e cooptato.
Non ha elettorato a cui rispondere.
Risponde alle lobbies, ignote e note, che l’hanno messo lì.

Note
1) Katrina Smith, «American could face internet tax», PrisonPlanet, 16 ottobre
2007.
2) Grant Gross, «Governnment groups oppose permanent Net tax ban», IDG News
service, 21 giugno 2007.
3) Gideon Levy, «Needed in Gaza: israeli journalists», Uruknet, 14 ottobre 2007.

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Censura su Internet

  • Dall'articolo "Allarme terrorismo on-line - Ue divisa sulle contromisure" (Alberto D'Argenio, La Repubblica, 2 ottobre 2007):

L'Europa si prepara ad erigere una serie di barriere virtuali per
allargare al web la lotta al terrorismo. Mentre a Bruxelles il vicepresidente
della Commissione Ue, Franco Frattini, si prepara a sfornare una serie di norme
che renderanno più facile bandire i siti a rischio, in Germania il ministro
degli Interni, Wolfgang Schauble, si prepara ad usare le stesse tecniche degli
hacker per spiare i computer dei sospettati.
E come sempre in questi casi non
mancano le critiche contro misure che possono essere ritenute necessarie per
garantire la sicurezza o lesive della privacy dei cittadini.

Le proteste più accese si sono verificate in Germania, dove Schauble sta
lavorando ad un piano per spiare virtualmente i terroristi tramite le famigerate
Trojan, le e-mail fino ad oggi usate dai pirati informatici per irrompere
clandestinamente nei computer dei navigatori: l'intenzione del ministro è quella
di leggere i contenuti dei pc dei sospettati, tracciandone anche le password.
Una proposta che ha spaccato la "grande coalizione" di Berlino, con i
cristiano-democratici favorevoli e i socialisti contrari, e ha provocato la
mobilitazioni di numerosi gruppi per la difesa dei diritti, infuriati per la
violazione dei diritti dei cittadini.

E sempre nel nome dell'antiterrorsimo il ministero della Difesa svedese ha
avviato il monitoraggio del traffico delle e-mail senza il permesso di un
giudice, mentre il governo australiano ha introdotto una legge che abilita la
polizia federale a bloccare i siti web dei sospettati.

Esattamente il progetto che Frattini presenterà il prossimo 6 novembre. L'idea
dell'ex ministro degli Esteri italiano è quella di inserire in un corposo
pacchetto dedicato alla lotta contro il terrorismo una serie di norme proprio su
Internet: nel mirino saranno i siti con le indicazioni su come si fabbrica una
bomba e quelli in cui si incita al terrorismo. Insomma, si renderanno esplicite
una serie di "fattispecie criminose" legate ad internet, in modo da permettere
alle forze dell'ordine dei vari paesi Ue di chiedere ai provider la chiusura dei
siti con un iter molto più rapido. Ovviamente se non ritengano più utile
lasciarli attivi per tracciare le attività dei sospetti. Quello che invece non
sarà contenuto dalla proposta, al contrario di quanto riportato da alcuni media
[leggere più sotto, ndr],
sarà l'introduzione di una nuova tecnologia in grado di bloccare automaticamente
l'accesso ai siti in cui siano contenute parole chiave collegabili ad attività
terroristiche.

Proprio ieri i ministri degli interni dell'Ue riuniti a Lisbona hanno ascoltato
una prima sommaria relazione di Frattini sulle sue future proposte legislative.
Tutti hanno sottolineato che bisogna fare di più nella lotta al terrorismo,
anche se la proposta del commissario italiano non è stata accolta da tutti con
entusiasmo.

Il portoghese Rui Pereira, che presiedeva la riunione, ha indicato che sul tema
rimangono aperte "moltissime discussioni di carattere politico e tecnico".
Insomma, un modo per dire che simili misure potrebbero essere tacciate di
censura o di violazione della libertà di espressione. Cauta anche la francese
Michele Alliot-Marie: "Personalmente sono favorevole, ma non tutti i paesi la
pensano come me". Come il collega lussemburghese Luc Frieden, secondo cui
"sarebbe molto più importante capire i canali di comunicazione dei terroristi e
tenerli sotto monitoraggio".

  • Dall'articolo "Un commissaire européen veut bloquer la diffusion sur le Web d'informations dangereuses" (Le Monde, 10 settembre 2007):

Le commissaire européen Franco Frattini a préconisé lundi le blocage de certaines informations qui circulent sur Internet comme des modes d'emploi pour fabriquer des bombes. A la veille d'une rencontre, mardi 11 septembre, entre des représentants du secteur Internet et des responsables de l'Union européenne lors d'un forum européen sur l'innovation et la recherche en matière de sécurité, le commissaire européen Franco Frattini a préconisé lundi le blocage des informations qui circulent sur Internet, concernant notamment la fabrication de bombes. "J'ai la ferme intention d'entreprendre une étude avec le secteur privé... [...]

Vedere anche:

Frattini il Commissario vuol chiudere internet (Maurizio Blondet, Effedieffe, 12 settembre 2007)

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categorie: unione europea, articoli
mercoledì, 17 ottobre 2007

Lo s/Stato delle privatizzazioni

Riprendiamo il discorso sulle privatizzazioni già analizzato in diversi numeri di PROTEO per cercare di collocare storicamente ciò che è avvenuto nel nostro Paese dagli anni ‘90 in poi; anni in cui si è cominciata ad attuare quella politica di dismissione del patrimonio pubblico che, pur non essendo ancora conclusa, ha già mostrato i suoi tanti lati negativi.

I lavoratori e i cittadini, infatti, hanno già potuto saggiare le conseguenze della politica di liberismo e della “febbre di apertura al mercato” che ha contagiato ormai tutti i governi occidentali.

Insomma analizziamo lo stato delle privatizzazioni, nel doppio senso della situazione attuale e della forma di governo.

COLLOCAZIONE CRONOLOGICA

Nel nostro Paese nel marzo del 1990, è sorta una Commissione per il riassetto del patrimonio mobiliare pubblico e per le privatizzazioni presieduta dal prof. Scognamiglio che ha stilato un documento atto a determinare le condizioni per l’adozione di una prima misura governativa per definire le regole generali delle privatizzazioni. In seguito nel 1992 con il D.L. n. 333, convertito nella Legge 8 agosto 1992, n. 359, si è avuta la trasformazione dell’IRI, l’ENI, l’ENEL e l’INA in società per azioni con assegnazione delle azioni al Ministero del Tesoro che si vide attribuire anche le azioni della Bnl Spa e dell’Imi Spa [1].

Comunque: “L’avvio effettivo del processo di privatizzazione in Italia è avvenuto nel 1992. La maggior parte delle vendite realizzate da quell’anno sono state effettuate dal Tesoro (come nei casi di Telecom, INA, IMI, e, da ultimo, ENEL), mentre una quota minore è stata effettuata dal gruppo IRI (come nei casi di Banca commerciale, Credito Italiano, ILVA, Nuovo Pignone, e infine Società Autostrade) e dall’ENI (Enichem e Agip Petroli)... Complessivamente, la cessione di mercato di quote di aziende pubbliche è ammontata tra il 1992 e il 1999 a circa 185.000 miliardi di lire, pari al 12,3% del PIL dell’anno iniziale. Ne consegue che, mediamente, tra il 1992 e il 1999, la vendita di partecipazioni pubbliche ha comportato incassi pari a 1,5 punto di PIL del 1992” [
2].

Il D.L. 27 settembre 1993, n. 389 ha stabilito le prime disposizioni a carattere legislativo per garantire una giusta stabilità alle procedure di dismissione delle partecipazioni dello Stato in società per azioni. Per sistemare e regolarizzare il programma di privatizzazioni si sono avuti ben cinque decreti legge e questo ha portato al fatto che molte privatizzazioni importanti (Credit, Comit, IMI, INA) siano state attuate sulla base di regole diverse.

Nel 1995, poi, (Legge n. 481) sono state create le Autorità di regolazione dei servizi di pubblica utilità (c.d. Authorities) riguardanti l’energia elettrica, il gas e le telecomunicazioni. Vi sono in questa legge due diversi gruppi di norme: il primo stabilisce le regole generali per tutte le Authorities, definisce le loro caratteristiche e le loro funzioni mentre, il secondo gruppo regola le Autorità per il settore energetico (energia elettrica e gas).

La tavola 1 espone in modo sintetico l’iter normativo delle privatizzazioni in Italia dal 1990 al 1995.

E’ fondamentale aver presente che dal 1992 al 1999 sono entrati allo Stato oltre 178.000 miliardi di lire (il 12,3% del PIL del 1992, anno in cui sono partire le privatizzazioni; i ricavi lordi delle cessioni in sette anni sono stati di oltre 100.000 miliardi di lire)

E’ opportuno sottolineare però quali sono stati i maggiori settori interessati a questo intenso processo di privatizzazioni. Il 31,6% delle aziende privatizzate appartiene al settore bancario-assicurativo, il 33,2% al settore delle telecomunicazioni (Telecom, STET) [3], il 13% ai trasporti, il 2,8% all’editoria, il 3,4% al settore alimentare, il 4,6% al settore siderurgico, mentre l’11,5% ad altri settori. [4]

A livello finanziario comunque fra il 1993 e il 1999 le privatizzazioni hanno portato nelle casse dello Stato 152.000 miliardi di lire, quasi l’otto per cento del Prodotto interno lordo (Pil) dello stesso periodo.

Negli anni ‘90 sono state privatizzate tutte le aziende statali nel settore dell’acciaio e in quello alimentare mentre si è ridotto il controllo nei settori strategici quali quello dell’elettricità, delle telecomunicazioni, del petrolio, dei prodotti chimici, dei trasporti.

Ci pare interessante ora mostrare una breve cronologia delle privatizzazioni italiane dal 1993 ad oggi [5]:

1993: le prime operazioni

Fu l’anno più contenuto, con un incasso totale di 2.753 miliardi di vecchie lire. Oltre alla vendita di Italgel, Cirio-Bertolli-De Rica (IRI) e di SIV (Efim), fu anche l’anno dell’addio alla prima delle grandi banche pubbliche, il Credito Italiano (IRI) che fu ceduta tramite Offerta pubblica di vendita (Opv) per 1.801 miliardi di vecchie lire.

1994: in vendita la Comit

Con 7 operazioni, lo Stato incassò 12.704 miliardi di vecchie lire. Fu l’anno della vendita di Comit (Opv da 2.891 miliardi) da parte dell’azionista IRI, della prima tranche di IMI (2.147 miliardi), INA (4.530 miliardi) e Sme (IRI), della cessione di Nuovo Pignone (ENI), dell’Acciai Speciali Terni (IRI) e di altre società dell’ENI.

1995: l’anno di ENI

Per complessivi 13.462 miliardi di vecchie lire furono collocate le seconde tranche di IMI, INA (entrambe tramite trattativa privata per rispettivi 1.200 e 1.687 miliardi) e Sme e la prima tranche dell’ENI (Opv da 6.299 miliardi). Lo stesso anno furono anche cedute Italtel (IRI), Ilva Laminati Piani (IRI), Enichem Agusta, Ise (IRI) e altre società dell’ENI.

1996: il grande boom

Assieme al ‘95 è stato l’anno con il maggior numero di privatizzazioni, con un introito totale di oltre 18.000 miliardi di lire (circa 9,3 miliardi di e). Oltre alle ricche vendite di ENI (seconda Opv, 8.870 miliardi) e INA (terza tranche, 3.260 miliardi) furono ceduti anche Dalmine (IRI), Italimpianti (IRI), Nuova Tirrena, Sme (terza tranche), Mac (IRI), IMI (terza tranche), Montefibre.

Dal luglio 1992 al 31 dicembre 1996 il gruppo IRI ha realizzato cessioni per un valore pari a 20.873 miliardi di lire , dei quali il 55% è da imputarsi ad operazioni effettuate dal gruppo IRI S.p.A.

Il gruppo ENI dal luglio 1992 al 31 dicembre 1996 ha realizzato cessioni per un importo pari a 5.839 miliardi di lire; i debiti finanziari trasferiti sono stati pari a 2.481 miliardi di vecchie lire. In complesso l’effetto finanziario è stato pari a circa 8.320 miliardi di vecchie lire.


[
6]

1997: poche ma ricche

E’ l’anno con il minor numero di operazioni ma con incassi più che raddoppiati, pari a oltre 40.000 miliardi di vecchie lire.

Il Ministero del Tesoro ha gestito la vendita della Telecom (nucleo stabile + Opv, 22.883 miliardi), alla terza tranche ENI (Opv, 13.230 miliardi), alla Bancaroma (Opv + prestito obbligazionario, 1.900 miliardi), alla Seat e Aeroporti di Roma.

Il Tesoro ha gestito poi le dismissioni riguardanti la vendita della parte del pacchetto azionario posseduto nell’Istituto Bancario San Paolo di Torino S.p.A e la vendita di una quota delle azioni nel Banco di Napoli S.p.A.

Dal luglio 1992 al 31 dicembre 1997 l’incasso è stato di oltre 48.209 miliardi di lire , dei quali oltre il 76% riguarda le operazioni attuate direttamente dall’IRI S.p.A.

Nel 1997, nel gruppo IRI vi fu un incasso di oltre 2.800 miliardi di lire (1,4 miliardi di e).

Dal luglio 1992 al 31 dicembre 1997 il valore delle operazioni effettuate dal gruppo ENI è stato di oltre 6.291 miliardi di lire; a questi vanno aggiunti circa 2.427 miliardi di lire di debiti finanziari trasferiti.

L’effetto complessivo totale finanziario è stato di oltre 9.348 miliardi di lire.

“Il Tesoro, in particolare, realizza operazioni per un controvalore complessivo pari ad oltre 38 mila miliardi di lire (circa 19,6 miliardi di e): cede tramite l’offerta globale, la propria partecipazione nell’Istituto Bancario San Paolo di Torino; vende tramite asta competitiva e dopo un’operazione di riassetto patrimoniale, il pacchetto di maggioranza del Banco di Napoli; colloca, tramite un’offerta globale, la terza tranche di azioni dell’ENI; cede, attraverso un’asta competitiva, la partecipazione detenuta nella SEAT e, infine, porta a termine la maggiore offerta pubblica secondaria mai realizzata in Europa, dimettendo la partecipazione detenuta in TELECOM ITALIA , attraverso un’offerta globale e una trattativa diretta, volta alla costituzione di un azionariato stabile” [7].


[
8]

1998: sul mercato Bnl

Nel 1998 le entrate da dismissioni hanno superato i 25 mila miliardi di lire (circa 13 miliardi di e).

Il Ministero del Tesoro ha dismesso una ulteriore quota della partecipazione azionaria tenuta in ENI S.p.A. e la vendita della partecipazione nella Banca Nazionale del Lavoro.

Si è avuta la vendita della quarta tranche dell’ENI (12.995 miliardi; la partecipazione del Tesoro è scesa così molto al di sotto del 50%), della BNL (6.707). Il gruppo IRI ha realizzato dismissioni per più di 4mila miliardi di lire ((circa 2 miliardi di e), mentre il gruppo ENI ha realizzato operazioni che hanno portato ad entrate pari a 1.100 miliardi di lire (5,68 miliardi di e).

Dal luglio 1992 al 31 dicembre 1998 il gruppo ENI ha realizzato un volume complessivo di entrate pari a circa 8.106 miliardi di lire (4.186.399,624 e).


[9] [10]
(Immagine non disponibile nel sito originale)

[
1] Va ricordato che le privatizzazioni possono essere di carattere mobiliare (possono riguardare il settore finanziario-assicurativo, quello industriale in senso stretto, quello delle utilities e quello dei servizi pubblici) e privatizzazioni, invece, che hanno per oggetto il patrimonio immobiliare dello Stato o di altri enti pubblici.

[2] Cfr. S.De Nardis (a cura di), “Le privatizzazioni italiane”,il Mulino, Bologna, 2000, pag.15.

[3] Dati OCSE

[4] E’ interessante notare che i dati forniti rilevano che in tutti i paesi OCSE il settore delle telecomunicazioni è stato quello che ha registrato gli incassi più elevati.

[5] L. Nivarra : “Le privatizzazioni tra riforma del mercato azionario e democrazia economica “, in www.ansa.it

[6] Cfr. Libro Bianco sulle operazioni di privatizzazione , pag.28

[7] Cfr. Libro Bianco sulle operazioni......, op. cit., pag.41.

[8] Cfr. Libro Bianco sulle operazioni di privatizzazione, pag.42

[9] Cfr. Libro Bianco sulle operazioni......, op. cit., pag.63.

[10] Cfr. Libro Bianco sulle operazioni......, op. cit., pag.78

14.23 13/10/20071999: l’anno del record

Link: http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=202

E’ stato l’anno più generoso con incassi senza precedenti. Con due sole dismissioni, quella di ENEL (il più grande collocamento fatto in Italia, 32.045 miliardi di lire) e quella di Autostrade (asta + Opv da 13.500 miliardi), lo Stato ha incassato in tutto 47.112 miliardi di lire (24,33 miliardi di e). Il Tesoro ha poi venduto anche la partecipazione detenuta nel Mediocredito Centrale.

Solo nel settore energetico e bancario il Tesoro ha avuto un incasso di oltre 36 mila miliardi di lire (circa 18,6 miliardi di e).

Dal luglio 1992 al 30 giugno 1999 il gruppo IRI attraverso le cessioni ha realizzato proventi pari a circa 52.745 miliardi di lire.

Nel 2000 si è avuta una diminuzione delle dismissioni condotte dal Tesoro, anche perché il Governo ha deciso di non lasciare la quota di controllo dell’ENI; l’IRI invece in attesa della liquidazione, ha portato avanti il processo di privatizzazione.

Le entrate del Tesoro sono state di circa 1.100 miliardi di lire (600 milioni di e). Tra le più importanti operazioni di dismissione si è avuta la vendita delle azioni di controllo nel Credito Industriale Sardo e delle azioni rimaste nel Mediocredito Lombardo e nella Meliorbanca.


[
1]

L’IRI SpA (che ha effettuato il 97% delle azioni del gruppo) ha realizzato la vendita di circa il 44% delle azioni in Finmeccanica , ha perfezionato il trasferimento del nucleo stabile del 30% della società Autostrade ed ha venduto la partecipazione di controllo della società Aeroporti di Roma ; tutto ciò ha portato entrate per 19 mila miliardi di lire (circa 10 miliardi di e) [2].

Al termine dell’operazione il Ministero del Tesoro detiene il 32,45% del capitale sociale di Finmeccanica.

E’ interessante evidenziare che negli anni tra il 1992 e il 2000 le dismissioni di imprese pubbliche hanno consentito un’entrata apri a circa 198 mila miliardi di vecchie lire provenienti rispettivamente :

“Lire 121.741 miliardi per operazioni realizzate direttamente dal Tesoro.

Lire 56.051 miliardi (esclusi 24.533 miliardi relativi alla cessione di azioni Telecom Italia e SEAT curata dal Ministero del Tesoro) per operazioni realizzate dall’IRI dal 1992 al 30 giugno 2000.

Lire 6.605 miliardi per operazioni realizzate dall’ENI dal 1992 al 1998.

Lire 844 miliardi per operazioni realizzate dall’EFIM.

Lire 9.639 miliardi per le principali operazioni realizzate da enti pubblici diversi (prevalentemente per cessione di azioni bancarie)

Lire 3.572 miliardi per le principali operazioni realizzate da enti pubblici locali”. [3]

Il Tesoro ha iniziato la politica di dismissioni nel 1994 con la vendita della prima tranche dell’IMI; tra le operazioni più considerevoli va ricordata la vendita della prima tranche dell’ENEL nel 1999 e la vendita della Telecom Italia che va ricordata come la più grande OPV a livello mondiale che ha portato ad una privatizzazione.

L’IRI e l’ENI dal 1992 al giugno del 2000 hanno realizzato rispettivamente oltre 105.000 miliardi di vecchie lire per l’IRI e quasi 10.600 miliardi di vecchie lire l’ENI, per un totale di oltre 115.700 miliardi di vecchie lire.

Infine, va ricordato l’EFIM, posto in liquidazione nel 1992; le entrate derivate dalla vendita delle società ai privati sono state di oltre 850 miliardi di lire.

Nel primo trimestre 2001 il Tesoro ha venduto una quota di circa il 5% del capitale dell’ENI ad investitori istituzionali con entrate pari a 5.268 miliardi di lire (2,72 miliardi di e).

L’IRI invece con la vendita del 100% delle azioni della Cofiri ha realizzato entrate pari a 984 miliardi di lire (508 miliardi di e).


[
4]

Sono state, inoltre, programmate ulteriori operazioni di dismissione da parte del Tesoro; una vendita che porti la partecipazione pubblica sull’ENEL al di sotto del 50%, la vendita delle residue quote mantenute nella Telecom, la vendita di importanti settori del patrimonio immobiliare pubblico e del settore bancario.

Va ricordato che i dati del consuntivo del 2000 mostrano che l’ENEL è ancora l’operatore dominante in tutti i segmenti di mercato (produzione, potenza, trasmissione e distribuzione). In particolare, infatti, fino al 2000 il gruppo ENEL deteneva il 77,4% della produzione netta, il 74,3% della potenza, l’89% della trasmissione delle linee a 380-220 KV e l’85% delle linee a 150-132-120 KV (attraverso la Terna, società del gruppo) e l’80% della distribuzione . Anche nella vendita al mercato libero l’ENEL Trade possiede ancora una quota di mercato di oltre il 40%; nel mercato vincolato il 92% dei clienti è fornito dall’ENEL Distribuzione coprendo circa il 97% delle vendite. (Cfr. Tav.8.)

Il decreto legislativo 164 del 23 maggio 2000 ha definito i principi che dovranno accompagnare la liberalizzazione del settore del gas. Le attività di trasporto, di erogazione, di approvvigionamento e di vendita del gas sono stati oggetto di diversi decreti che prevedevano di volta in volta la liberalizzazione dei diversi settori.

“Il Ministero dell’Economia nel corso del 2000 e nei primi sei mesi del 2001 ha realizzato le seguenti operazioni di dismissione relative a società direttamente controllate:

a) La vendita della quota detenuta nel Credito Industriale Sardo (53,23%) realizzata nel maggio 2000;

b) La vendita dei pacchetti di minoranza residui detenuti in Meliorbanca (7,21%), Banco di Napoli (16,16%) e Mediocredito Lombardo (3,39%) realizzata sempre nel corso del 2000;

c) La vendita di una quota del 5% del capitale sociale di ENI realizzata nei primi sei mesi del 2001;

d) La vendita delle partecipazioni residue detenute in Beni Stabili (0,25%) e San Paolo-IMI (0,35%) conclusa nel giugno 2001.

Tali operazioni hanno generato un introito lordo complessivo pari a 6.558,678 miliardi di lire (circa 3.387,274 milioni di e), di cui 6.466,451 miliardi (pari a circa 3.339,643 milioni di e) sono stati versati al capitolo 4055 dello stato di previsione dell’entrata del bilancio dello Stato, per poi affluire al “Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato” [5]; quanto ai residui 50 miliardi di lire (pari a 25,823 milioni di e) sono stati versati a ricostituzione delle somme di cui al capitolo 4056 dello stesso stato di previsione dell’entrata del bilancio dello Stato [6].

L’incasso netto delle operazioni del periodo è stato pari a complessivi 6.512,439 miliardi di lire (3.363,394 milioni di e).

I proventi delle privatizzazioni costituiscono la principale fonte di alimentazione del Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Dal 1994 (primo anno di esercizio dello stesso) al 30 giugno 2001, vi sono affluiti complessivi 163.810,222 miliardi di lire (84.600,919 milioni di e), dei quali 157.197,499 miliardi (81.185,732 milioni di e) derivanti da dismissioni patrimoniali.

In base alle disposizioni normative che ne regolano il funzionamento, le somme ivi accreditate possono essere impiegate per il riacquisto di titoli di Stato sul mercato, per il rimborso di titoli in scadenza nonché per l’acquisto di partecipazioni azionarie possedute da società delle quali il Tesoro sia unico azionista, ai fini della loro dismissione” [7].

E’ interessante analizzare la distribuzione delle nuove quote di mercato del settore del gas attraverso i dati forniti dall’ Autorità Energia elettrica e Gas nel 2001.

Si sta procedendo alla vendita della società Tirrenia e la dismissione della partecipazione dell’IRI nella Fincantieri.

Per realizzare il tanto decantato beneficio del mercato, in sostanza è richiesta:

- “l’uscita dello Stato dalle principali imprese ancora a controllo pubblico, e in particolare dal settore dell’energia elettrica, da quello petrolifero e, gradualmente, da quello della difesa. La privatizzazione della RAI dovrà essere avviata in un adeguato contesto normativo del settore radiotelevisivo;

- la rinuncia ai poteri speciali attribuiti al Ministero del Tesoro in base alla legge 474/94, come richiesto dalla Commissione Europea. Questo consentirà di accrescere ulteriormente la contendibilità delle imprese privatizzate;

- l’attuazione, auspicata anche nell’ultimo rapporto dell’OCSE, di autentici programmi di privatizzazione a livello locale, dove, anche in un passato recente, si è assistito ad una continua crescita del pubblico rispetto al privato;

- il controllo attento e puntuale nell’attuazione in tempi rapidi della normativa sulle fondazioni bancarie, in modo da promuovere l’efficienza dell’intero settore, separando la gestione del patrimonio delle fondazioni dal controllo delle banche e generando al contempo la disponibilità di risorse finanziarie da impiegare nel settore no-profit;

- l’accelerazione dell’impiego del project financing e di forme di Public-Private Partnership, estendendo il concetto di privatizzazione alla realizzazione e gestione di infrastrutture e servizi di pubblica utilità...

- il completamento di un quadro regolamentare certo, che consenta la programmazione di strategie industriali e lo sviluppo della concorrenza in mercati sempre più aperti ed integrati a livello europeo” [8].

Ed ancora: il Ministro dell’economia Giulio Tremonti sostenendo che “Nello Stato c’è ancora molto da vendere” si è detto favorevole ad accelerare il processo delle privatizzazioni sostenendo che il Governo pensa di realizzare nelle legislatura corrente oltre 120.000 miliardi.

“Completare, accelerandone i tempi, la cessione di ENI ed ENEL; realizzare rapidamente la vendita delle partecipazioni residue in Telecom e Seat, nei vari Mediocrediti regionali , gli scampoli di azioni detenuti in INA e BNL, dare l’avvio alla procedura per privatizzare l’ETI, la società che ha ereditato l’attività degli ex Monopoli: questo il menù delle operazioni che dovrebbero assicurare gli incassi ipotizzati” [9].

[1] Cfr. Libro Bianco sulle operazioni......, op. cit., pag.91.

[2] Cfr. Libro Bianco sulle operazioni......, op. cit., pag.92.

[3] “Le privatizzazioni in Italia dal 1992”, R&S , op. cit. pag.25

[4] Cfr. Libro Bianco sulle operazioni......, op. cit., pag.103.

[5] Il “Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato” è stato istituito ai sensi dell’art.2 della Legge 27 ottobre 1993, n. 432.

[6] A tale capitolo vengono imputati gli importi necessari al pagamento dei costi sostenuti per la realizzazione delle operazioni di cessione.

[7] Relazione sulle privatizzazioni Relazione al Parlamento sulle operazioni di cessione delle partecipazioni in società controllate direttamente o indirettamente dallo Stato (ex art. 13, comma 6, legge 474/94), Ministero dell’economia, Dipartimento del Tesoro

[8] Cfr. Libro Bianco sulle operazioni......, op. cit., pag.114-115.

[9] Cal. M., “Privatizzazioni, 120 mila mld in 5 anni”, in Il sole 24ore del 17/07/01

Rita Martufi, Consulente ricercatrice socio-economica; membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Trasformazioni Economico Sociali (CESTES) - PROTEO

Fonte: http://www.proteo.rdbcub.it/
Link: http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=202
2002, Numero 02

Articolo segnalato su Comedonchisciotte del 13 ottobre 2007

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