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martedì, 25 marzo 2008

Moschee in Francia

Mappe tratte da France Resistance Action e riportanti (la prima) il numero di moschee presenti nei diversi dipartimenti francesi e (la seconda) l'evoluzione numerica dal 1985 al 2006 circa:





postato da: Lif1 alle ore 10:09 | link |
categorie: francia, immagini e foto
sabato, 22 marzo 2008

Sull'euro-truffa - Parte 2

  • Dall'articolo "'Criminal abuse' of expenses by Euro-MPs" (Bruno Waterfield, The Telegraph, 21 febbraio 2008):

A secret European Parliament report has uncovered "extensive, widespread and criminal abuse" by Euro-MPs of staff allowances worth almost £100 million a year. Senior Euro-MPs and European Union officials have tried to hush up an internal audit that found severe problems and endemic misuse of funds worth at least £98.4 million a year, more than £125,000 for each of the 785 Euro-MPs. Such is the extent of the abuse found in a sample group of 167 Euro-MPs that "terrified" parliamentary authorities have shrouded the report in secrecy and security. Harald Rømer, the secretary-general of the European Assembly, was asked late on Monday night by Hans-Gert Pöttering, its president, and a group of senior Euro-MPs, to take measures to ensure that there was no "collateral damage" from the report. "We want reform but we cannot make this report available to the public if we want people to vote in the European elections next year," said a source close to the decision. Only Euro-MPs on the parliament's budget control committee are allowed to see the report. To do so, they must apply to enter a "secret room", protected by biometric locks and security guards. They may not take notes and must sign a confidentiality agreement. Last night, after an emergency meeting of senior officials including Mr Rømer and Mr Pöttering, triggered by The Daily Telegraph's investigation, a spokesman for the parliament denied a cover-up. "The document is not secret. It is confidential," he said. "It can be read by Euro-MPs on the budget control committee, in the secret room but not generally. That is not the same as a secret document nobody can read." The Daily Telegraph has learned that the report does not name specific individuals but has uncovered endemic abuse of staff allowances. Many Euro-MPs are diverting the office payments, worth £125,000 a year, to "providers", which are supposed to be accountants, professionals or companies delivering administrative services. But in many cases the whole allowance is paid to a single individual or Euro MP's member of staff, suspicious payments that are twice as large as the annual £61,820 salary paid to a British Euro MP. One source who read the report said: "The abuse is extensive. I felt the police should be reading this. Public finances are being skimmed off and there is every indication this is more widespread than anticipated." The internal auditor found that some Euro MPs claiming the allowance had no employees or just one member of staff. Another source who had also read the report said: "Some service providers simply do not exist. Others are individuals that work for or are dependent on the Euro MP." Chris Davies, a British Liberal Democrat Euro MP on the budget control committee, has complained to the EU's anti-fraud watchdog, OLAF, over the "disgraceful" handling of the report. He wrote to Mr Rømer that the findings "most definitely fall within OLAF's terms of reference", adding: "They are so serious that it should be assumed that criminal proceedings may follow." OLAF anti-fraud officials have demanded a copy of the report and have warned that they expect the full co-operation of Euro MPs and the parliamentary authorities. Jeffrey Titford, a UK Independence Party Euro MP also on the budget control committee, said: "We were elected to represent the interests of constituents, not to cover up the illegal activities of our colleagues."
postato da: Lif1 alle ore 12:01 | link |
categorie: unione europea, articoli

Sull'euro-truffa

  • Dall'articolo "La UE protegge gli euro-ladri" (Maurizio Blondet, Effedieffe, 23 febbraio 2008):

Chris Davies è un euro-deputato britannico.
Per giunta, è membro della Commissione Controlllo Bilancio dell’Euro-parlamento.
Eppure, per vedere il documento, ha dovuto firmare un impegno alla segretezza, ha potuto leggerlo solo in una stanza chiusa da congegni di riconoscimento biometrico, sotto lo sguardo di guardie della sicurezza; ovviamente non ha avuto il permesso di fotocopiarlo, e neppure di prendere appunti.

Che cosa c’è di tanto delicato in quel rapporto, da imporre tali misure di segretezza?
Forse i piani di un super-missile comunitario, di un brevetto strategico, il piano per la fusione fredda?
Niente di tutto questo.

Il rapporto, stilato dagli uffici contabili di Bruxelles, documenta in dettaglio le ruberie, malversazioni, peculati e appropriazioni indebite compiute dai membri del Parlamento Europeo. Reati e delitti su «una scala così vasta», ha spiegato Davies alla BBC, «da  impressionare. Coloro che hanno compiuto tali atti non meritano che anni di galera» (1).

Non ci sono i nomi dei malfattori da noi votati, ma solo le nazionalità.
Secondo Davies, «non» ci sono inglesi, né olandesi, né scandinavi (provate a immaginare quale Paese è invece ben rappresentato).
Davies, ha detto che la media delle appropriazioni indebite per ciascuno dei 785 euro-deputati ammonta a 166 mila euro.
Senza contare l’emolumento legale e i numerosi «benefit».

Hans Gert Poettering, il presidente dell’europarlamento, ha spiegato penosamente il fatto di aver sottratto il rapporto all’opinione pubblica con queste parole: «Vogliamo riformare il sistema, ma non possiamo mostrare questo rapporto al pubblico, se vogliamo che la gente voti alle elezioni europee l’anno prossimo».

Ha aggiunto, anche più penosamente: «Il documento non è segreto. E’ solo confidenziale. I deputati della Commissione Controllo Budget lo possono leggere nella stanza chiusa, solo non è aperto a tutti. Non è la stessa cosa che un documento segreto, il quale non può essere letto da nessuno».

Scusa ridicola, e smentita da due fatti: anzitutto, lo stesso Poettering ha chiesto ad Harald Roemer, segretario generale dell’assemblea europea, di prendere misure perché da questo rapporto non nascessero «danni collaterali» - fra cui evidentemente c’è anche il rischio che Poettering sia costretto a  dimettersi a furor di popolo per il mancato controllo, o per complicità nelle malversazioni.

Il secondo fatto: OLAF, l’ufficio anti-frode della Unione Europea (un po’ polizia interna e un po’ euro-KGB) non era a conoscenza del rapporto, o almeno così dice (2).
Ne ha avuto nozione solo quando il britannico Chris Davies ha scritto allo stesso OLAF, e per copia a Roemer, in questi termini: «Le risultanze dell’inchiesta cadono sotto la giurisdizione dell’OLAF, e sono così gravi che si deve ritenere ne debbano conseguire procedure penali».
Allora OLAF ha chiesto una copia del documento, ed ha diramato agli euro-deputati una circolare in cui «si attende piena collaborazione da lorsignori e dalle autorità parlamentari».
Vedremo se seguiranno le necessarie inchieste penali.

Intanto, il Telegraph ha condotto una sua inchiesta giornalistica, fra i pochissimi funzionari che hanno potuto leggere il rapporto, ed ha appreso qualcosa sul genere di frodi usate.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di diversione dei fondi assegnati ad ogni parlamentare per il funzionamento del proprio ufficio - 166 mila euro annui appunto - e che dovrebbero pagare contabili, traduttori professionisti, aziende che forniscono servizi amministrativi.
Ma i ragionieri autori dell’indagine hanno appurato che per lo più l’intero fondo annuale viene devoluto dall’eurodeputato «ad una sola persona del suo staf» qualche volta un parente stretto.
Anzi, molti europarlamentari che consumano l’intero fondo non hanno alcun impiegato al loro servizio, o uno solo come portaborse tuttofare, per giunta un parente che non parla se non una sola lingua.

«In altri casi», ha detto una fonte al Telegraph, «risultano pagamenti ad aziende di servizi che, semplicemente, non esistono; in altri sono individui che lavorano per il singolo euro-deputato e ne sono i dipendenti».
In altri casi sono «creste» sui biglietti aerei e le spese d’ufficio, in modo da assorbire l’intero fondo.

Vogliamo provare a indovinare di quale o quali Paesi sono gli euro-deputati più attivi in questa ruberia?
Forse riusciremo a capire perché  i nostro politici sono così entusiasticamente europeisti, e tanti desiderino diventare euro-parlamentari, benchè conoscano solo qualche dialetto irpino o romanesco o lumbard.
E come mai i giornali italioti non abbiano riportato una riga di questa informazione.
Per rispetto al loro amato presidente della repubblica, suppongo.

Non c’è che da notare che ad ogni strato di «politica» corrisponde una Casta, con relativo furto di denaro pubblico.
E gli strati che gravano sopra noi contribuenti sono tanti, si moltiplicano e sono molto «spessi», cioè affollati di percettori.
In Italia, si comincia dai consigli di zona delle grandi città (a Milano un presidente di consiglio di zona, di solito un partitante di mezza tacca, già riceve 2 mila euro mensili, più di un giovane ingegnere con responsabilità dirigenziali nell’industria privata), e poi via sovrapponendo: Comune, Provincia, Regione, Stato nazionale, aziende «partecipate»,  burocrazia europea…
E poi ancora gli organi globali, ONU, WTO, Fondo Monetario, Banca Mondiale.
Tutti con stipendi miliardari.
E noi paghiamo per tutti.

Si deve infine notare che le Caste hanno dato ai loro furti abitudinari uno status giuridico.
L’ultimo esempio ci riguarda: Padoa Schioppa, tra le mille cose di cui ha imbottito la Finanziaria, aveva decretato un «tetto» agli stipendi del personale di Bankitalia, che sono i più  alti e costosi del pianeta.
Una cosina giusta, finalmente.
Ma la Banca Centrale Europea ha bocciato il provvedimento, con la motivazione che il tetto di Stato ai compensi «mina l’indipendenza della Banca Centrale italiana».
Ragionamento di cui non si vede la logica - dopotutto, la magistratura non si assegna da sé i suoi emolumenti, e ciò non mina la sua autonomia - ma che si spiega nello spirito di Casta.

I privilegi indebiti sono «diritti acquisiti», i miliardi di stipendio «garanzia di indipendenza».
Non ci sarà mai modo di tagliarli, se non tagliando le teste, accorciando gli strati di «politica» che ci depredano.
L’appendimento dei responsabili a piedi in su a piazzale Loreto compirebbe la riforma.
Ma non osiamo sperare tanto.

Note

1) Bruno Waterfield, «Criminal abuse of expenses by Euro-MPs», Telegraph, 21 febbraio 2008.
2) L’OLAF si auti-definisce  come il «motore dell’‘Europa della legalità’ contro l’‘Internazionale del crimine’ ». Ne fanno parte 280 pagatissimi agenti e giudici. Nel  sito di Olaf si legge: «The mission of the European Anti-Fraud Office (OLAF) is to protect the financial interests of the European Union, to fight fraud, corruption and any other irregular activity, including misconduct within the European Institutions. In pursuing this mission in an accountable, transparent and cost-effective manner, OLAF aims to provide a quality service to the citizens of Europe.
Another source who had also read the report said: ‘Some service providers simply do not exist. Others are individuals that work for or are dependent on the Euro MP’ ».
postato da: Lif1 alle ore 11:54 | link |
categorie: unione europea, articoli

Sui conti segreti in Liechtenstein e altro - Parte 8

  • Dall'articolo "Paradisi fiscali, quarantamila nel mirino degli ispettori di Visco" (Roberto Rizzo, Corriere della Sera, 28 febbraio 2008):

Senza saperlo, forse anche Fabrizio Corona è diventato un prezioso alleato dell'Agenzia delle Entrate nella caccia ai personaggi famosi che evadono il fisco. Perché, spesso, l'indagine degli ispettori, prima di affidarsi a banche dati ed altri strumenti elettronici, parte dalle riviste di gossip. Basta una foto del vip che esce da un palazzo nel centro di Milano o di Roma, oppure la sua presenza ad un evento mondano per allertare i cacciatori di evasori.

Ma come? Il signor X o non dichiara di essere residente all'estero? E allora, come mai entra ed esce da quel palazzo che sembra proprio casa sua? All'Aire, l'anagrafe degli italiani all'estero, risultano iscritti 1.400.000 connazionali. Tra questi, 40 mila hanno la residenza in uno dei tanti paradisi fiscali. È su di loro che ora si stanno concentrando le verifiche degli 007 del Fisco. La maggior parte sono personaggi più o meno famosi: sportivi, attori e tanti imprenditori. Nel solo Principato di Monaco sostengono di abitare 500 persone che arrivano dalla Lombardia e 220 dal Lazio. Possiedono appartamenti o ville. Ma se si va a suonare il campanello, nessuno risponde. Inutile chiedere informazioni a portieri o vicini, la risposta è sempre la stessa: «Mai visto anima viva». Il domicilio estero, più che un tetto vero e proprio, è una «copertura» per occultare i propri guadagni: «Il soggetto prende la residenza in un Paese dove c'è un trattamento fiscale particolarmente favorevole ma, in realtà, non vive e lavora lì bensì in Italia», spiega uno degli ispettori. Per esempio, rimanendo alla cronaca recente, Valentino Rossi sosteneva di abitare a Londra, l'industriale Leonardo Del Vecchio aveva intestato i suoi pacchetti azionari più consistenti ad un'azienda tedesca, Ornella Muti giurava di abitare a Montecarlo.

All'ufficio centrale dell'Agenzia delle Entrate è stata costituita una task-force di 40 uomini specializzati in questo tipo di ricerca. Con loro collaborano altre 200 persone sparse negli uffici periferici. «Le cronache rosa sono solo uno degli input che seguiamo», prosegue l'ispettore. «Elementi preziosi arrivano dal controllo dei registri navali, del catasto, della motorizzazione, dai beni intestati e dai prelievi Bancomat. Se ci sono figli, verifichiamo l'iscrizione a scuole e università. Oppure i contributi versati all'Inps per la colf. Quando il cerchio si stringe, succede che siano gli stessi consulenti fiscali della persona oggetto d'indagine a far emergere il nome, come nel caso di Valentino Rossi, per poi trovare un accordo con il Fisco». La caccia agli evasori con residenza, fittizia, nei paradisi fiscali si sta estendendo in tutta Europa. In Germania sono entrati in azione i servizi segreti che hanno versato 4,2 milioni di euro ad un dipendente di una banca del Liechtenstein per entrare in possesso di una lista con i nomi di un migliaio di evasori. Di questi, in 160 hanno confessato immediatamente.
postato da: Lif1 alle ore 11:42 | link |
categorie: italia, articoli

Sui conti segreti in Liechtenstein e altro - Parte 7

  • Dall'articolo "Les 200 Français possèdent un md d'euros au Liechtenstein" (Rachida El Mokhtari, Le Figaro, 3 marzo 2008):

Les actifs des 200 Français mis en cause dans l'affaire d'évasion fiscale au Liechtenstein représentent un total d'environ 1 milliard d'euros.

La somme globale des comptes bancaires aux noms des 200 Français apparaissant sur la liste donnée à la France par la Grande-Bretagne «représente à peu près un milliard d'euros», a déclaré Eric Woerth, ministre du Budget, sur Europe 1 lundi matin. «C'est possible que ce soit de l'argent transféré légalement. C'est tout ce que nous devons vérifier», a-t-il ajouté en précisant que cela prendrait plusieurs semaines. Une équipe de quinze personnes travaillent actuellement sur cette liste pour établir des faits: il s'agit de savoir si ces transferts d'actifs ont été réalisés de façon légale ou non. Si les faits sont établis, «cela ira jusqu'au pénal», a ajouté le ministre.

Pas de célébrités sur la liste

Interrogé lundi matin par Jean-Pierre Elkabbach sur l'identité des quelque 200 personnes mises en cause, le ministre a déclaré qu'on «ne lâche pas en pâture comme cela des noms». La liste des 200 noms français transmise par la Grande-Bretagne ne comporterait pas de «noms connus» a aussi précisé le ministre du Budget.

La fraude fiscale et sociale a de fortes répercussions sur l'économie française. Pour Eric Woerth, elle coûterait «plus d'un point de croissance» à la France chaque année. La fraude la plus importante demeure celle liée à la TVA. Quelque 7 milliards d'euros sont redressés par le fisc français via 50 000 contrôles fiscaux qui sont faits chaque année. «J'appelle à la création d'un organisme doté de pouvoirs juridiques qui lutterait d'une amnière générale contre la fraude fiscale en général, pas seulement celle liée à l'évasion fiscale», a indiqué le ministre au Budget.

La traque à la fraude fiscale via le Liechtenstein, touche plus de dix pays, dont les Etats-Unis, la France, l'Italie, la Suède, l'Australie et l'Espagne. 200 Français sont soupçonnés de détenir des comptes bancaires au Liechtenstein utilisés à des fins d'évasion fiscale, 150 en Italie, une centaine au Royaume-Uni et en Suède. En Allemagne, plus de 600 personnes sont visées. Pour l'instant, l'Etat allemand aurait récupéré environ 30 millions d'euros sur 160 cas examinés.
postato da: Lif1 alle ore 11:23 | link |
categorie: articoli, francia

Sui conti segreti in Liechtenstein e altro - Parte 6

  • Dall'articolo "La Germania dichiara guerra ai paradisi fiscali" (Il Messaggero, 25 febbraio 2008):

La Germania dichiara guerra ai paradisi fiscali in Europa e avverte di essere pronta a condividere con altri stati la lista di evasori che ha fatto scoppiare un maxi-scandalo nel Paese. Nell'elenco, comprato da un informatore del Liechtenstein, infatti non ci sono solo i nomi di cittadini tedeschi che hanno portato capitali nel Liechtenstein, ma anche stranieri, e già si sono fatte avanti le autorità di tre paesi nordici.

Guerra ai paradisi fiscali. Berlino è decisa quindi a proseguire nella sua strada e non solo contro il piccolo stato incastrato tra l'Austria e la Svizzera. A tornare alla carica sull'argomento è stato il ministro delle Finanze tedesco Peer Steinbrueck. «Il nostro obiettivo è quello di dichiarare guerra ai paradisi fiscali in Europa», ha detto al domenicale Bild am Sonntag. E, come primo passo, il governo intende mettere a disposizione anche di altri paesi l'ormai famoso cd con la lunga lista di nomi (circa 900) di evasori - non solo tedeschi - comprato per oltre quattro milioni di euro da un informatore del Liechtenstein. Cd, questo, che era stato rubato nel 2002 alla banca del Liechtenstein Lgt Group, come ha confermato lo stesso istituto.

Il quotidiano economico tedesco Handelsblatt scrive oggi che la Finlandia, la Svezia e la Norvegia hanno già chiesto a Berlino di consultare il cd. Il ministero delle Finanze olandese ha invitato invece gli eventuali interessati a sistemare le loro posizioni. Altrimenti rischiano di dover pagare pesanti multe. Steinbrueck ha ammesso la disponibilità di Berlino ad aiutare chiunque sia impegnato nella lotta ai paradisi fiscali. Sembra quindi che il governo del cancelliere Angela Merkel non sia soddisfatto della prevista riforma delle fondazioni annunciata la settimana scorsa da Vaduz. Al centro dello scandalo, come è noto, ci sono le cosiddette fondazioni offerte dal Liechtenstein, molto attraenti dal punto di vista fiscale perché prevedono tra l'altro aliquote anche inferiori all'1%. «Queste non sono affatto fondazioni - ha detto Steinbrueck -. Il Liechtenstein deve modificare l'intera struttura che usa per incoraggiare l'evasione fiscale in Germania e altrove». Vaduz, da parte sua, ha già detto che la prevista riforma delle fondazioni non toccherà il diritto alla privacy dei facoltosi clienti del principato.

Informatore ha ottenuto nuova identità. Heinrich Kieber, l'ex dipendente della banca del Liechtenstein Lgt Group che ha venduto alla Germania, per oltre quattro milioni di euro, le informazioni su centinaia di evasori fiscali tedeschi, ha ricevuto nel frattempo dai servizi segreti anche una nuova identità. Lo scrive il settimanale Der Spiegel confermando che anche gli Usa - oltre al Regno Unito - hanno acquistato le informazioni della talpa del Liechtenstein.

Il materiale venduto alla Germania, rivela lo Spiegel, contiene informazioni su un totale di 4.527 fondazioni e cosiddetti istituti (entità legali caratteristiche del principato). Di queste, 1.400 sono di proprietà di investitori tedeschi. Inoltre, il settimanale rivela che le informazioni vanno dagli anni Settanta al 2003, ma in alcuni casi fino al 2005, e che circa 65 fondazioni erano ancora attive nel 2008. In particolare, oltre la metà degli investitori e circa 3.100 tra fondazioni e istituti - scrive sempre il settimanale - sono stranieri. Alcuni fanno parte della criminalità organizzata nei Balcani e in Russia, incluse società «molto conosciute» e altre «relativamente sconosciute». Ed è proprio a causa della presenza di nomi legati alla criminalità organizzata che secondo gli 007 tedeschi la vita di Kieber è in pericolo.

Lo scandalo si allarga alla Gran Bretagna. Intanto, lo scandalo si allarga alla Gran Bretagna, ma non solo. La notizia che anche Londra ha comprato (dallo stesso informatore) una lista contente nomi di ricchi britannici che avrebbero evaso il fisco grazie alle fondazioni del Liechtenstein è di ieri, mentre in Germania non è escluso che nella rete possa finire anche qualche politico.
postato da: Lif1 alle ore 11:19 | link |
categorie: articoli, germania e austria

Sui conti segreti in Liechtenstein e altro - Parte 5

  • Dall'articolo "Gli stranieri facoltosi amano la Svizzera" (Olivier Pauchard / Françoise Gehring, Swiss Info, 24 febbraio 2008):

All'estero la reputazione della Svizzera non si misura solo con la forza del segreto bancario. Il nostro Paese è anche considerato un paradiso fiscale che riserva ai ricchi stranieri una buona accoglienza.

Una situazione non priva di problemi e controversie. La pratica del forfait fiscale suscita infatti critiche tanto all'estero, quanto nella stessa Svizzera.

L'attore francese Alain Delon, l'ex pilota di Formula 1 Michael Schumacher, il fondatore dell' Ikea Ingvar Kamprad, la cantante francese Patricia Kaas: le personalità straniere che hanno deciso di vivere in Svizzera sono sempre più numerose.

Queste "star" del mondo dello spettacolo, della finanza o dello sport, scelgono la Svizzera per la bellezza del paesaggio, per la qualità della vita, la tranquillità, la discrezione e la stabilità politica. Ma gli interessi legati al sistema fiscale non sono certamente marginali.
 
Forfait fiscale


La questione è tornata prepotentemente alla ribalta all'inizio del 2007 con l'arrivo a Gstaad, la celebre stazione alpina nell'Oberland bernese, del cantante transalpino Johnny Halliday. Icona longeva e incontrastata del rock francese, Hallyday ha candidamente dichiarato di aver scelto la Svizzera per sfuggire alla voracità del fisco del suo paese.

Il cantante dispone di quello che viene comunemente chiamato un forfait fiscale. Che cosa significa? Che le persone soggette a questa formula di imposizione fiscale, pagano all'erario un somma annuale fissa, calcolata non in base al patrimonio e al reddito, bensì al tenore di vita. Concretamente la somma imponibile corrisponde almeno al quintuplo dell'affitto o del valore locativo del domicilio dove vive il contribuente.

Gli stranieri facoltosi che hanno scelto di accasarsi in Svizzera, devono tuttavia onorare un certo numero di condizioni: vivere in Svizzera la maggior parte del tempo (180 giorni) e non avere una fonte di guadagno in territorio elvetico.

Secondo la Conferenza dei direttori cantonali delle finanze, sono circa quattromila gli stranieri che beneficiano di condizioni fiscali agevolate. All'anno pagano complessivamente 390 milioni di franchi di imposte. Ad offrire questa soluzione, sono in particolare i cantoni Vaud, Vallese e Ginevra.
 
Polemica

In Francia, in piena campagna elettorale per la conquista dell'Eliseo, il caso di Johnny Hallyday aveva sollevato un polverone. Il portavoce della candidata socialista Ségolène Royal, Arnaud Montebourg, si era scagliato contro la Svizzera, accusata di "saccheggiare economicamente i suoi vicini".

Ma anche in Svizzera non sono mancate le voci contrarie al forfait fiscale, soprattutto tra i ranghi della sinistra. I detrattori di questa formula sostengono in primo luogo che una concorrenza basata su queste premesse, non giova a nessuno. Alla lunga i diversi Stati non hanno nulla da guadagnare da questi sconti fiscali.

Va inoltre precisato che il forfait fiscale crea una serie di problemi di equità anche in Svizzera. I contribuenti facoltosi - svizzeri e stranieri - che esercitano un'attività lucrativa nel nostro Paese, sono tassati in modo decisamente più pesante rispetto a coloro che beneficiano di un accordo forfaitario.

Un'ingiustizia che, per la verità, non era neppure sfuggita a Montebourg. In occasione di un'intervista accordata a "Matin Dimanche", il socialista francese aveva dichiarato: "Il forfait fiscale pesa sulle spalle dei contribuenti svizzeri che non hanno diritto a tali vantaggi".
 
La lotta della sinistra

Ecco perché la sinistra svizzera vuole finirla, attraverso un'iniziativa popolare, con i privilegi fiscali accordati ai titolari di grandi patrimoni In causa, tuttavia, non c'è solo il forfait fiscale.

L'anno scorso, come si ricorderà, il canton Obwaldo aveva instaurato un sistema di "imposte regressive" allo scopo di attirare ricchi portafogli. Era poi tornato sui suoi passi in base ad una decisione del Tribunale federale che aveva decretato l'incostituzionalità del provvedimento. I giudici di Mon Repos hanno infatti fatto notare che la Costituzione svizzera stabilisce che le imposte devono essere prelevate in funzione della capacità economica dei contribuenti.

Comunque sia, in Svizzera la pratica di seduzione verso i contribuenti più ricchi è palese. Una forma di corteggiamento al quale la sinistra vuole però mettere un freno. Va in questo senso l'iniziativa lanciata dal Partito socialista svizzero, battezzata: "Per imposte eque – Stop agli abusi in materia di concorrenza fiscale".

Il testo propone di inserire nella legge federale un tasso di imposizione minimo del 22 per cento sui redditi superiori ai 250 mila franchi e i cinque per mille sui patrimoni che superano i 2 milioni.

La destra invita però a stare in guardia, ricordando che l'autonomia fiscale è uno dei pilastri del federalismo svizzero. Tassare più pesante i contribuenti facoltosi – che siano svizzeri o stranieri - non sarebbe altre che spingerli alla fuga, sotto cieli più clementi. L' esodo non gioverebbe a nessuno.

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NON SOLO LA SVIZZERA

La Svizzera non è l'unico paese ad offrire dei vantaggi ai contribuenti stranieri.

Gli stranieri che risiedono nel Principato di Monaco, per esempio, non pagano imposte. Solo i francesi non beneficiano di questa pratica, frutto di un accordo franco-monegasco imposto dal generale Charles De Gaulle. Il Principato di Andorra va oltre, non tassando neppure i residenti.

Nel Regno Unito, gli stranieri che non hanno intenzione di stabilirsi definitivamente, pagano le imposte solo sui redditi realizzati sul suolo britannico, esentasse quelli ottenuti all'estero. Per quanto riguarda il patrimonio, può essere trasferito nelle isole anglo-normanne o nell'isola di Man, che non tassa i non residenti.

Il Belgio, infine, pratica dei tassi attrattivi. L'arrivo, negli ultimi anni, di patrimoni francesi nel "Plat Pays", ha il sapore di un vero e proprio esodo.
postato da: Lif1 alle ore 11:14 | link |
categorie: articoli, svizzera

Sui conti segreti in Liechtenstein e altro - Parte 4

  • Dall'articolo "EU Bootboys Threaten Minnows" (Michael Huntsman, The Brussels Journal, 23 febbraio 2008):

Monaco, Andorra and Liechtenstein 
are all, unless they have been visited overnight by a trio of Bundeswehr Panzer Divisions, sovereign independent states. All are members of the United Nations. The former has a history as a polity going back to 1297; Andorra to 1278 and the latter to 1719. As such they are entitled to pass whatever laws they choose without interference from outside.

Each has made themselves prosperous by passing tax laws and setting tax rates that attract wealthy people and corporations to their lands, each has had the temerity to run themselves efficiently and frugally and thus has chosen to impose low tax rates upon its citizens, residents and corporations.

All of these qualities offend mainstream European politicians who have acquired the narco-habit of high taxes, high expenditure, inefficiency and profligacy, not least Frau Merkel, Chancellor of Germany, who plans to bully Albert II, His Serene Highness The Sovereign Prince of Monaco (and other knavish competitors) into all manner of ‘reforms’ to their laws. Thus, as The Times reports:

    Thomas Steg, a German government spokesman, said: “The Chancellor [...] will make clear that we […] expect Monaco to co-operate and to accept the OECD standards on transparency, information exchange and fair behaviour in taxing.”

I have no problem with them being asked to beef up their money-laundering restrictions (politely, mind) since the system of control of money-laundering depends on all being part of it. It is the phrase “fair behaviour in taxing” which raises my hackles. What business is it of Germany what the tax regime is in another State? None whatsoever.
 
When they refer to the concept of ‘fair’ in the context of tax regimes, however, what they really mean to say is ‘competitive’. The EU hates competition in the field of tax rates, not least because the ones with ‘low’ (or as they would see it, ‘unfair’) tax rates always seem to have the best growth and most efficient economies and are the ones which attract companies to move their corporate HQs and to set up new businesses.
 
This is, of course, all part of the next step which the EU will be taking once the Treaty of Lisbon comes into force. All that is required is a coalition of high-taxing nations to be assembled and tax harmonization will be transformed from an Onanistic fantasy into a wonderful reality.
 
For the moment the UK has zero-rating for VAT on food, children’s clothes and books. From time to time the EU has made a fuss about this and has tried to prod London into ‘harmonizing’ (which is another word for ‘imposing’) such rates. This has been strongly resisted whenever mentioned, not least because the government that imposes a 17.5% price hike on food and children’s clothing must expect to be out of power for a generation.
 
All this can be put to an end by the EU once they have their hands on the levers of real power. Once ‘reforms’ can be introduced without the need for further treaties (and thus inconvenient referenda) and pushed through with lots of Qualified Majority Voting (QMV), member states can be forced upon pain of some swingeing penalties to increase their taxes so as to be ever so harmonious with those of other member States. And of one thing you may be quite sure, the tax rates will never go down, only up. After all, wielding absolute power costs lots of money.
 
Of course, such a system will not work if there are pockets of independence around the place which continue to offer low (“unfair”) tax rates because that might undermine all the wonderful achievements of the EU. So we cannot have, can we, the likes of Monaco, Andorra and Liechtenstein offering a low tax regime that might attract lots of companies and individuals there? Thus they are going to have to be bullied into line.
 
And while they are at it they will have to breach every known rule of banking privacy and confidentiality and give the EU the low-down on every one of its ‘citizens’ who has a bank account or any other sort of presence there; or any money being transferred will be taxed automatically as it leaves the country. It will, then, be back to the tried and tested method of the suitcase in the back of the Merc.
 
Monaco is ruled by its own Prince as is Liechtenstein. They may feel inclined to tell the EU where it can stick itself. Poor Andorra, however, is ruled by two co-Princes, one the Bishop of the Seu d’Urgell and the other none other than Nicholas Sarkozy, President of France, so it may well find that some less-than-subtle pressure is applied to bully her into line.
 
None of which will work, ultimately, as other more distant tax havens will simply develop themselves yet further with lots more offerings of business-friendly low tax regimes and banking privacy laws. The only effect on the EU will be to suck money out of the system.
 
This is a process known as “cutting your nose off to spite your face."
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Sui conti segreti in Liechtenstein e altro - Parte 3

  • Dall'articolo "Angela Merkel urges Monaco to be more transparent over taxes Foreign staff" (The Times, 23 febbraio 2008):

Angela Merkel, the German Chancellor, will urge Prince Albert of Monaco to boost transparency at his state's secretive financial institutions when he visits Berlin next week.

Liechtenstein came under fire in Germany after prosecutors announced last week that they were investigating hundreds of people suspected of dodging German taxes by parking money in secret bank accounts in the principality.

German officials have pointed out that Monaco and Andorra are also on the Organisation for Economic Co-operation and Development's (OECD) blacklist of unco-operative tax havens. Thomas Steg, a German government spokesman, said: “The Chancellor ... will make clear that we also expect Monaco to co-operate and to accept the OECD standards on transparency, information exchange and fair behaviour in taxing.”

Ms Merkel's Government has said that it prefers European and international mechanisms to curb money laundering, fraud and unfair tax competition. Peer Steinbrück, the Finance Minister, said Germany might consider bilateral measures. “You could imagine, for example, that all transactions might be subject to an obligation to report,” he said. Money transferred to Liechtenstein could also be taxed at source, he said.
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Sui conti segreti in Liechtenstein e altro - Parte 2

  • Dall'articolo "Liechtenstein, "talpa" vende nomi possessori conti segreti al fisco inglese, tedesco e americano" (Il Messaggero, 24 febbraio 2008):

La notizia ha causato sicuramente qualche batticuore: il fisco inglese ha comprato per 100mila sterline (130mila euro) una lista con i nomi di un centinaio di possessori di conti segreti nelle banche del Liechtenstein. Lo scrive il Sunday Times, affermando che la lista è stata venduta da una talpa che nel gennaio 2007 ha già passato ai servizi segreti della Germania i nominativi di 750 tedeschi con conti aperti nella stessa banca del Liechtenstein, in cambio di quattro milioni di euro. La talpa avrebbe tentato la stessa operazioni con Stati Uniti, Canada, Australia e Francia, riuscendo a vendere la sua "merce" soltanto agli americani. L'informatore, secondo il giornale inglese, sarebbe un cinquantenne Heinrich Kieber, ex-impiegato di LGT Group, «banca appartenente alla famiglia Alois».
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Sui conti segreti in Liechtenstein e altro

  • Dall'articolo "Il generale Mini: «Il nuovo Stato conviene solo ai clan - Sarà un porto franco per il denaro che arriva dall'Est»" (Francesco Battistini, Corriere della Sera, 16 febbraio 2008):

Generale Mini, ma alla fine a chi conviene quest'indipendenza?
«Ai kosovari. Non parlo della gente comune che non ha più fiducia: alle elezioni ha votato solo il 45% e Hashim Thaci ha preso il 32. No, conviene a chi comanda: allo stesso Thaci che fa affari col petrolio, a Bexhet Pacolli che ha bisogno d'un buco dove ficcare i soldi del suo mezzo impero [vedere articolo del 4 agosto 2007, ndr], a Ramush Haradinaj che è sotto processo all'Aja, ad Agim Ceku che vuole diventare il generalissimo di se stesso... Del Kosovo indipendente, a questi non gliene frega niente. Come non gliene frega ai serbi. Quel che serve ai clan, d'una parte e dell'altra, è un posto in Europa che apra nuove banche. Un porto franco per il denaro che arriva dall'Est. Montecarlo, Cipro, Madeira non son più affidabili. Ecco perché pure Belgrado ci tiene tanto. Altro che terra sacra: non entra nell'Ue, se prima non sistema i soldi da qualche parte».
Fabio Mini sa di che cosa parla: nel 2002-2003, è stato il comandante della Nato in Kosovo. E non ha molta stima della nuova dirigenza di Pristina: «Da lavarsi le mani, dopo avergliela stretta. Spero che la nuova generazione se ne liberi presto. L'anima nera è un signore di cui non le dico il nome, perché se lo scrive vengono lì e la ammazzano. È il mandante di almeno 28 assassinati del partito di Rugova. Uno che, come molti dei capi Uck, non ha mai spiegato la fine d'un migliaio di rom, serbi e albanesi accusati di collaborazionismo, desaparecidos
negli anni del primo dopoguerra. A Pristina, si dice che se i pesci d'un certo lago potessero parlare...».
Però quest'indipendenza è stata pagata con la pulizia etnica. Con anni di apartheid sotto Belgrado. Era impossibile rinviarla ancora...
«Io capisco la fretta dei kosovari. È giustificata. Pensano a se stessi. È legittimo avere uno status definito, dopo anni di prese in giro e tante promesse da Stati Uniti e Gran Bretagna. Quella che non capisco è la fretta della comunità internazionale. Questi processi non si risolvono in pochi anni. E non si affidano a chi ha partecipato allo sfascio. Ci si rende conto che ora all'Aja non testimonierà più nessuno, contro gente che comanda uno Stato? E le modifiche al quadro internazionale? La minaccia d'una proclamazione unilaterale c'è sempre stata. Questa è la quarta volta che il Kosovo la mette in pratica. Quando c'ero io e la proclamò Rugova, dovetti scrivere a mezzo mondo: attenzione, ci saranno conseguenze sul campo... Nei Balcani non sai mai quale mano arma il coltello: al primo incidente, sarà uno scarico di responsabilità. Lo sto notando con le bombe di questi giorni: le bombe non sono tipiche dei Balcani. Le hanno sempre messe personaggi venuti da fuori. Quando scoppiano, è il segnale che qualcuno sta ficcando il naso».
Si teme un effetto domino.
«Certo, questa proclamazione fa saltare il diritto internazionale fondato sulla sovranità degli Stati. Uno scempio voluto dagli Usa, che in questo diritto non credono e l'hanno dimostrato in Iraq. Sotto quest'aspetto, il Kosovo è l'altra faccia dell'Iraq. Se all'Onu passa il riconoscimento, dopo domattina saranno tutti autorizzati a fare lo stesso: l'Irlanda del Nord, i baschi, i ceceni, i catalani... I primi ad agitarsi sono già i serbi di Bosnia: hanno uno status di Repubblica più alto del Kosovo, possono staccarsi subito dalla federazione bosniaca. In fondo, chiedono la secessione che voleva Milosevic. Per bloccare Milosevic, però, sono morte decine di migliaia di persone. E noi ora gliela regaliamo così?».
D'Alema ha detto in commissione Esteri che l'Italia riconoscerà quest'indipendenza.
«Sarebbe un errore fatale, peggio di quando si riconobbe in tempi record la Croazia. Quella almeno era una Repubblica federata, non un territorio sottratto a uno Stato membro dell'Onu. Non credo che l'Italia ci cascherà: il riconoscimento non spetta ai singoli Paesi, basta l'ombrello Ue».
E Putin?
«Dal 1989 i russi non contavano più niente nei Balcani. E oggi non gliene frega niente del Kosovo. Però stiamo facendo loro un regalo grande: la Serbia. Buttiamo via vent'anni di lavoro. Toccasse a me, andrei a Belgrado dal presidente Tadic e lo prenderei per la collottola: concedi l'indipendenza prima che la proclamino i kosovari, ti conviene. Salvi il tuo Paese. E la comunità internazionale».
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sabato, 15 marzo 2008

Sull'Unione Mediterranea - Parte 3

  • Dall'articolo "A geopolitical show-off" (Alexander Eliseev, RPMonitor, 31 gennaio 2008):

[...]

A NEO-IMPERIAL BARRIER FOR CHAOTIC MIGRATION


    The French president is obviously pursuing some personal goals in this geopolitical horseplay. It would be incorrect to explain his policy only with a backward glance at the United States, as France is one of the leading world powers, able to allow itself a lot of freedoms. Sarkozy is definitely motivated also with some considerations of his own.

    In fact, Sarkozy had made his career by displaying a harsh stand towards Afro-Asiatic immigration. His slips of tongue were very illustrative: "an African can't enter history", he was once quoted to have said. Ostensibly, the UMS project represents a revision of this attitude – as well as Sarkozy's recent expression of intent to guarantee ethnic and cultural diversity within the AMS.

    This shift is actually quite logical. In case Sarkozy just reiterated the phraseology of Jean-Marie le Pen, with his traditional anti-immigrant rhetoric, the domestic and international financial elites would hardly tolerate such a kind of "provincialism". Instead, Sarkozy is trying to sooth both the liberals and the leftists. Obviously, that is the reason for the liberal amendments he is going to introduce in the national constitution.

    On the background of this rhetoric, Sarkozy's government is actually preparing to restrict the inflow of immigrants. Brice Hortefeux, Minister of Minister of Immigration, has just reported of establishing a task force to elaborate constitutional amendments on immigration quotas. Thus, the liberal rhetoric may serve as a mere cover for a real crackdown on the inflow of immigrants.

    Meanwhile, the UMS is actually an imperial project, though the word "imperial" could be put in quotes. From the maximalistic standpoint of Evola, that is a surrogate empire. Still, it inevitably borrows some features from the traditional empire, as the UMS design suggests integration of a lot of peoples of various faiths. This integration can be successful only under the conditions of a serious ordering in all the regions of the imperial entity. In that case, the leader would be interested rather in colonization – which is essentially different from integration.

    It is true that while European colonial empires were existing, the problem of immigrants did not emerge, as their quantity was strongly regulated (the same being true for Russia and the Soviet Union until the 1990s).

    An imperial order prevents the chaos of irregular migration. In the conditions of an empire, ethnic minorities prefer to inhabit their native lands, preferring slow but stable development, not being forced to hunt for luck in an alien ethnic and cultural environment. Recognition if this fact has probably inspired Sarkozy for the initiative of a new empire, supposed to order the political and economic situation in the southern Mediterranean region. Still, the abovementioned lack of a cultural kernel makes the solution of this problem hardly available.

    RUSSIA AND THE BALTIC UNITY


    Sarkozy's France is distancing itself from Germany. In its turn, Germany may undertake a geopolitical move of its own, adequate to the French President's geopolitical initiative. Germany could initiate foundation of an Association of Baltic States – for instance, on the base of the existing Cooperation Council of the Baltic Countries. Emergence of such an alliance would be quite favorable for Russia, especially in the context of construction of the North-European ("North Stream") pipeline.

    The Russian-German axis of this alliance would not ignore the role of Poland and the Baltic states. Such kind of a union would be highly symbolic, as the coastline of the Baltic had historically served as the site of intensive Slavonic-Germanic connections. Tribes of Western Slavs, such as Liutizians and Obotrites, had once populated the area between the Oder and the Elbe, being eventually Europeanized – not by the German population as such but by fanatic Western Christians.


    Centuries before, Slavonic and Germanic tribes closely cooperated in the ranks of Varangian retinues which once played a crucial role in the culture of Eastern Europe, Rus, and Byzantium. The common equation of the Varangians to Scandinavs is essentially erroneous. According to such Russian authors as Fyodor Moroshkin and Ivan Zabelin, the history of the Varangians has once started on the southern coastline of the Baltics, extending later to the Volga Bulgaria. Definitely, Vikings could hardly extend to the Volga. In fact, the Varangians, or Warins, were a Slavonic tribe that once efficiently colonized the continental lands of Northern Russia.

    According to a different theory, Varangians were a multi-ethnic, Slavonic-Germanic unity of warriors, sailors, and merchants. Varangians are described by Helmold of Bosau, a medieval German historian, as the best sailors among the Slavs. Prince Rurik, whose name is also spelled in some sources as Rereg (a falcon), could have relied upon such a community. In the "Legend of the Princes of Vladimir", Rurik's origin is traced back to Prus, the younger brother of Caesar August. In its turn, The Life History of Monk Juvenalius, another ancient manuscript, links the Romanov dynasty to the posterity of Vetevdat, a Prussian king. Therefore, Eastern Prussia is abundant of meanings essential for Russia's destiny.

    The foundation of the Association of Baltic States is likely to resurrect old archetypes more essential than the current economic and political problems. The old times have never vanished; they are revivified in the politics or metapolitics of today, influencing minds and re-emerging in a new essence. (In fact, Sarkozy's strategy is similarly based upon ancient Roman geopolitics).

    The Union of Baltic States could fulfill several missions, 1) facilitating a further rapprochement of Russia and Germany, 2) mitigating the contradictions between Russia and Germany with Poland, and thus preconditioning a stable development from the Atlantic to the Urals, and 3) solving the problem of Russia's relationship with the Baltic States. This development is actually going to expand in other directions as well. In this regard, the UMS project may serve a role of an indispensable trigger of the world's diversity.
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Sull'Unione Mediterranea - Parte 2

  • Dall'articolo "Le riverains du Sud approuvent l'idée mais restent divisés" (Alain Barluet, Le Figaro, 14 marzo 2008):

SUR LES vingt-cinq pays du Sud considérés comme riverains de la Méditerranée, vingt-deux ont favorablement répondu au projet d'Union pour la Méditerranée. Absorbés par leur crise régionale, le Liban et la Syrie ne l'ont pas encore fait. La Turquie suspecte le projet d'être voué à remplacer l'adhésion à l'Union européenne. Chargé de ce dossier, l'ambassadeur Alain Leroy était il y a quelques jours à Ankara pour tenter de désamorcer cette méfiance. En revanche, le Maroc, l'Algérie, la Tunisie, l'Égypte, la Libye, l'Autorité palesti­nienne et Israël applaudissent des deux mains. Craignant au début de perdre les aides dont ils bénéficient dans le cadre du processus de Barcelone, ces pays ont été rassurés sur leur pérennité. Ils ont également été rassurés de voir Berlin et les Européens du Nord rester « à bord » ­grâce au compromis franco-allemand de Hanovre, le 3 mars. « Avec sur son sol 10 millions de Méditerranéens qui votent, l'Allemagne est un des pays les plus méditerranéens d'Europe », soulignait le Tunisien Chékib Nouira, président de l'Institut arabe des chefs d'entreprises, lors d'un récent colloque à l'Ifri. Le principe paritaire séduit dans la mesure où il promet d'associer le Nord et le Sud sur un pied d'égalité dans l'élaboration des projets.

« Méthode Monnet »

On constate toutefois des différences d'approche. Et les leçons tirées de l'échec de Barcelone sont contrastées. Manque de moyens, manque de structures ? Ou carences en matière de gouvernance et défaut d'intégration au marché transméditerranéen ? « L'idée d'une union de projets est excellente mais devra être accompagnée car notre tissu de PME est trop faible », relève Chékib Nouira. « Nous avons des difficultés objectives qu'il serait dangereux d'ignorer », souligne Hassan Abouyoub, ambassadeur itinérant du Maroc, pointant le « péril sécuritaire ».

En substance, s'interroge ce diplomate chevronné, quelle peut être l'efficacité de la « méthode Monnet » (un noyau d'États rassemblés sur un projet précis comme le fut la Ceca), avec des pays menacés dans leur stabi­lité par les défis terroriste, migratoire, climatique…

Les réticences des opinions publiques du Sud devront également être surmontées. « Dans le monde arabe, le débat entre modernité et islam nourrit deux courants contradic­toires qui détermineront la position des gouvernements, sur l'Union pour la Méditerranée  », relève aussi Hassan Abouyoub. « Entre l'accord officiel et un engagement sincère, le chemin est long », poursuit-il en soulignant, pour cette raison, la nécessité de s'attacher à des projets utiles aux populations. «  Si les chancelleries s'en mêlent, on retombera dans les ornières de Barcelone », prévient un observateur. Les démarches «  à géométrie variable  » offrant un rôle moteur aux entreprises et aux financements privés seront privilégiées. Mais ces pays du Sud auront à s'accorder sur une liste de chantiers forcément limitée (dépollution, eau potable, plan solaire, protection civile…). Les principaux obstacles seront toutefois les graves différends opposant certains pays, tels le Maroc et l'Algérie, à propos du Sahara occidental.
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Sull'Unione Mediterranea

  • Dall'articolo "L'Union méditerranéenne corrigée passe le cap européen" (Reuters, 14 marzo 2008):

Le projet français d'Union pour la Méditerranée (UPM) a passé jeudi le cap des dirigeants européens après avoir été sévèrement élagué par l'Allemagne, même si des doutes subsistent sur sa mise en oeuvre concrète.

Angela Merkel et Nicolas Sarkozy ont trouvé mardi dernier un terrain d'entente au prix d'une révision à la baisse des ambitions initiales du président français et ont présenté ensemble la nouvelle version au sommet européen de Bruxelles.


"Cette initiative a obtenu le soutien du Conseil et le travail va maintenant commencer (...) pour préparer tout ce qui est nécessaire", a déclaré le Premier ministre slovène Janez Jansa, dont le pays préside actuellement l'UE.

"Pour moi c'est une grande émotion de voir que cette idée (...) voit le jour puisque la totalité des pays européens l'a accueillie avec enthousiasme", a déclaré le président français.

"On est tous conscients qu'en Méditerranée on aura la paix ou la guerre et que c'est là où beaucoup de choses se jouent."

La Commission européenne, qui avait beaucoup à perdre dans le projet originel qui prévoyait de n'associer que les pays riverains de la Méditerranée, ce qui aurait réduit son rôle dans le pilotage, a donné le signe du ralliement après avoir eu l'assurance que tous les Vingt-Sept en feraient partie.

"En ce qui concerne l'Union méditerranéenne, nous la soutenons pleinement", a déclaré son président, José Manuel Barroso, tout en soulignant qu'il restait du travail à faire.

L'un après l'autre, les chefs d'Etat et de gouvernement de l'UE, qui se sont retrouvés à Bruxelles pour débattre de la situation économique et de la lutte contre le réchauffement climatique, se sont prononcés en faveur du projet révisé.


PROJET EUROPÉEN

"Ce qui est important, c'est que c'est un projet européen", a souligné le chancelier autrichien Alfred Gusenbauer. "Nous ne ferons pas un barbecue pour quelques Etats membres seulement."

La France voulait initialement limiter le périmètre de l'UPM aux seuls 22 pays strictement riverains de la Méditerranée, plus le Portugal, la Jordanie et la Mauritanie, ce qui avait suscité la colère d'Angela Merkel, qui évoquait une division de l'UE.

Le "processus de Barcelone" entamé en 1995 entre l'UE et les pays de la Méditerranée aurait été affaibli par ce projet qui prévoyait aussi de siphonner les fonds communautaires, ce qui était inacceptable pour de nombreux pays nordiques.

L'accord s'est fait selon cinq axes: relance du processus de Barcelone rebaptisé parité Nord-Sud, participation de tous, coopération régionale et appel à des fonds privés.

Sarkozy a également dû modifier son projet de lancer l'UPM le 13 juillet lors d'un sommet réunissant uniquement les pays riverains, avant une réunion plus large le 14 juillet.

Désormais, il n'est plus question que d'un seul sommet réunissant le 13 juillet les Vingt-Sept, les pays du Sud de la Méditerranée et la Commission européenne.

Le principal mérite reconnu à l'initiative française est l'ambition de redonner du tonus à une processus jugé peu productif et qui, selon Gusenbauer, était "dormant".

Mais il reste toutefois des problèmes à régler avant le lancement officiel de l'UPM le 13 juillet prochain.

LE PROBLÈME DE LA COPRÉSIDENCE

L'architecture institutionnelle, la principale novation du projet avec l'accent mis sur la coopération régionale - l'objectif est de présenter quelques projets emblématiques, comme la dépollution de la Méditerranée ou la lutte contre les feux de forêt - ne sera pas aisée à mettre en oeuvre.

L'UPM sera coprésidée pour deux ans par un tandem composé d'un pays de l'Union européenne et d'un pays du sud de la Méditerranée qui prépareront des sommets ayant lieu tous les deux ans ainsi que des réunions ministérielles.

Le poste de coprésident du côté de l'Union serait réservé "dans un premier temps" aux pays riverains, ce qui fait débat.

La coprésidence posera problème à cause du conflit israélo-palestinien, Israël faisant partie du processus de Barcelone depuis le début. Les pays arabes n'acceptent pas l'idée que l'Etat hébreu puisse les représenter.

Mais Jansa a estimé que ce conflit n'était pas une raison pour ne pas aller de l'avant dans la coopération.

"L'objectif n'est pas de résoudre les problèmes du Moyen-Orient ou le conflit israélo-palestinien", a-t-il dit.
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sabato, 01 marzo 2008

Sulla morte di Diana Spencer - Parte 2

  • Dall'articolo "La morte della principessa del Galles, 10 anni dopo" (intervista di Thierry Meyssan a Francis Gillery, Reseau Voltaire via Comedonchisciotte, 23 agosto 2007):

Scrittore e regista, Francis Gillery conduce da svariati anni
                  un'inchiesta sul caso Diana, o piuttosto sul modo in cui la
                  ragione di Stato ha imposto una versione ufficiale e soffocato
                  ogni contestazione a proposito della morte del suo amante,
                  l'armatore Dodi Al-Fayed. In occasione della coraggiosa
                  diffusione del suo film "Diana e i fantasmi dell'Alma"
                  attraverso France 3, egli risponde alle domande di Thierry
                  Meyssan.


                  Voltaire: Nella notte tra il 30 ed il 31 agosto 1997, una
                  Mercedes si scontrava contro un pilastro del tunnel del ponte
                  dell'Alma, uccidendo l'autista della limousine (Henry Paul), i
                  due passeggeri (l'armatore Dodi Al-Fayed e la sua amante la
                  principessa Diana), e ferendo gravemente la guardia del corpo
                  della principessa Trevor Rees-Jones). Le autorità hanno
                  riassunto l'avvenimento come un banale fatto di cronaca: un
                  incidente d'auto provocato da un autista brillo. Pertanto,
                  dieci anni più tardi, i fans della principessa hanno sempre
                  l'impressione che si nasconda qualcosa e la ripresa dell'
                  inchiesta da parte britannica non ha chiarito le numerose
                  questioni in sospeso. Il solo testimone del dramma, Trevor
                  Rees-Jones, che avrebbe potuto fare un po' di luce, resta muto
                  assicurando di essere diventato amnesico. Secondo voi, c'è un
                  segreto in questa storia?

                  Francis Gillery: La morte di Dodi Al- Fayed non sarebbe mai
                  stata tanto mediatizzata se Diana non fosse stata nella sua
                  macchina. E' un caso che avrebbe potuto restare nell'ombra e
                  su cui le autorità francesi sono state costrette al silenzio.
                  In modo ricorrente, esistono dei "segreti di Stato" in cui le
                  trattazioni di ogni tipo - parlo in modo generale - non devono
                  essere rese pubbliche ed obbligano lo Stato a fare delle
                  concessioni. All'occorrenza, la posizione francese ha
                  certamente permesso di regolare dei problemi di tipo
                  commerciale che avevano delle conseguenze per la Francia. Si è
                  scelto il silenzio per risolvere questi problemi.

                  Voltaire:c'era qualcosa da negoziare?

                  Francis Gillery: Penso di si. Ma non ho sviluppato questo
                  aspetto nel mio libro, né nel mio documentario, poiché non
                  volevo entrare in ipotesi e speculazioni. (Volevo) giusto
                  portare il lettore ed il telespettatore ad interrogarsi su una
                  storia e sulla maniera in cui è stata costruita.

                  Voltaire: Da molto tempo, già nei Paesi anglosassoni, e da
                  cinque anni in Francia, le autorità hanno imparato a
                  svalorizzare ogni interrogativo sulle loro dichiarazioni,
                  qualificandoli come "teorie del complotto". Precisamente, non
                  si è denunciata una "teoria del complotto" tra le persone che
                  dubitano della versione ufficiale della morte della
                  principessa Diana?

                  Francis Gillery: E' questo procedimento di devalorizzazione
                  che mi ha interessato. Mentre ogni inchiesta scientifica deve
                  avere un contraddittorio, ogni persona che contesta la
                  versione iniziale è tacciata d'infamia. E' questo meccanismo
                  di divieto di pensare, di disinformazione, che è il soggetto
                  del mio studio, di cui la questione Diana non è che un caso.
                  Qui si hanno immediatamente due versioni distinte: una
                  ufficiale, che è l'incidente autostradale; ed una dissidente
                  di Mohammed Al-Fayed, il padre del morto. Egli parla di
                  "complotto", ma non nel senso in cui lo si intende di seguito.
                  Egli non entra nel dettaglio, ma lascia pensare che ne era
                  stato avvertito in anticipo. Le sue dichiarazioni suggeriscono
                  che questo complotto si estende al mondo degli affari, dei
                  suoi affari. Attraverso uno slittamento di vocabolario, il
                  dibattito si è complicato passando dal complotto criminale
                  alla "teoria del complotto", ovvero ad un tentativo
                  irrazionale di spiegare l'ordine ed il disordine del mondo
                  attraverso un attore occulto. Da allora, le persone
                  ragionevoli si allontanano dalla discussione.

                  Voltaire: Un altro modo di svalorizzare è l'accusa di
                  antisemitismo: Lei contesta la versione ufficiale, allora Lei
                  è revisionista?

                  Francis Gillery: Si è cercato varie volte di farmi prendere
                  questa china, specie quando alcune personalità mi hanno
                  suggerito, senza alcun elemento, la pista del Mossad. E' un
                  grande classico della manipolazione.

                  Voltaire: la conclusione provvisoria dei Suoi lavori è che non
                  si tratta di un incidente, ma di un crimine, e che il
                  bersaglio non era la principessa Diana, ma il suo amante,
                  l'armatore Dodi-Al-Fayed. Non è molto di tendenza.

                  Francis Gillery: E' almeno la prova che il mio modo di
                  procedere non è interessato. La focalizzazione sul personaggio
                  pubblico di Diana ha scartato ogni riflessione su gli
                  Al-Fayed. Non si è mai investigato in questa direzione. I
                  poliziotti ed i media non ne hanno mai parlato. Principalmente
                  perché nessuno ha fatto il suo lavoro. I poliziotti hanno
                  ricostruito un incidente stradale e i giornalisti hanno
                  riprodotto questa versione. Si è venduta molta carta stampata,
                  ma non si è trattato nulla, al contrario, si è ottenebrata la
                  questione.
                  Per essere giusti, bisogna riconoscere che qualcuno ha agito
                  con professionalità, ma la sua voce è stata ricoperta dal
                  chiasso: Cito per esempio Peter Hounam del Sunday Times, che,
                  dal 1998, ha sollevato l'attenzione sulla pista Dodi.
                  Qui l'eccezione conferma la regola. Dall'inizio il branco dei
                  media ha accettato la versione dell'incidente stradale:
                  Nessuno si è mai interessato alla causa del decesso. Così non
                  si sa di cosa Dodi-Al Fayed è morto. Nessuna autopsia è stata
                  praticata. E perché la si doveva fare, dato che si era già
                  persuasi che si trattava di un incidente d'auto?
                  Questo meccanismo della versione iniziale che erge a certezza
                  e che viene eretta a dogma, si riproduce di caso in caso,
                  quando è in ballo la ragione di Stato. Dobbiamo studiarlo e
                  comprenderlo. L'affare Diana è un caso da scuola: è perché lei
                  è morta che si è potuto occultare il resto e le vere poste in
                  gioco. Ma è anche perché era implicata lei, che, dieci anni
                  dopo, non ci si soddisfa delle menzogne ufficiali ed è ancora
                  possibile parlarne.

                  Voltaire: Il recente rapporto di 800 pagine di Lord Stevens
                  non chiude la polemica?

                  Francis Gillery: No. Del resto Lord Stevens ha avuto la
                  prudenza di precisare che si trattava di un rapporto
                  preliminare anche se non aveva previsto di dare un rapporto
                  conclusivo. Si tratta solo di una vasta sequela (di argomenti)
                  che si applica per eludere le questioni principali. A
                  cominciare da questa: Dodi Al- Fayed non era a passeggio a
                  Parigi, ma si recava ad un appuntamento preciso per concludere
                  un certo contratto.
                  Solo e senza mezzi sono arrivato a riunire una quantità
                  d'informazioni: Non posso credere che Scotland Yard, con una
                  decina d'investigatori a tempo pieno e mezzi considerevoli,
                  non le abbia trovate in più di tre anni di ricerche. Ma
                  piuttosto che approfondire queste informazioni, Lord Stevens
                  le ha insabbiate.

                  Per esempio, nel mio primo film, Lady died, avevo evocato le
                  confidenze del fotografo James Andanson allo scrittore
                  Frederic Dard. Andanson confidava d'esser stato presente con
                  la sua Fiat Uno nel tunnel dell'Alma. Poiché Andanson è stato
                  trovato morto in circostanze misteriose ed anche Frederic Dard
                  è morto, in seguito, una commissione rogatoria è stata aperta
                  per ascoltare la sua vedova e sua figlia che avevano assistito
                  alla conversazione. Sono state ascoltate separatamente per ore
                  e poi confrontate. Poiché mantenevano la loro versione, sono
                  state "cucinate" fino a fargli dire che si erano alzate
                  durante il pasto per servire le pietanze, che avevano capito
                  male la conversazione, forse, e dunque la loro testimonianza
                  non poteva essere considerata valida. Questo malgrado i Dard
                  avessero dei camerieri che assicuravano il servizio a tavola.
                  Lord Stevens ha sistematicamente scartato gli elementi che lo
                  infastidivano ed ha ignorato quelli che non riusciva a
                  scartare. Così si è stabilito che il conducente ha perso il
                  controllo del veicolo, ma non perché l'ha perso. Era
                  importante analizzare l'impianto elettrico ed il computer di
                  bordo. Il rapporto Stevens assicura che è tutto troppo in
                  pessimo stato per poter essere analizzato da un esperto. Ciò,
                  non è, evidentemente, credibile per la scatola.

                  Voltaire: Nei giorni che hanno seguito l'incidente, ho
                  incontrato un responsabile dello spionaggio francese che ha
                  ricordato davanti a me l'inchiesta parallela dei servizi del
                  Primo ministro sul modo di operare degli assassini. Queste
                  investigazioni sono comprese nel dossier giudiziario?

                  Francis Gillery: capisco di cosa parla. Ebbene no, questa
                  inchiesta è restata segreta: del resto, non è la sola. Oltre
                  alla squadra criminale responsabile legalmente di questo
                  affare, la squadra anti-terrorismo ha condotto l'inchiesta
                  fuori procedura. Ma anche in questo caso non si sa nulla dei
                  risultati cui è giunta.

                  Voltaire: Si obietta spesso che casi come questi sono
                  impossibili, poiché per realizzarli e farli passare sotto
                  silenzio, implicherebbero un gran numero di complici, dunque
                  un gran rischio di essere sventati. Alcuni investigatori sono
                  ritornati sulle loro affermazioni iniziali?

                  Francis Gillery: la maggior parte dei funzionari che ha
                  lavorato su questa storia, non ne conosce che dei frammenti.
                  Ma per parlare, bisogna avere una visione d'insieme. E' tutto.

                  Quando un superiore vi dice:"Ci regoliamo su questo", non si
                  arriva più in là. Tutti vogliono riuscire a fare qualcosa,
                  nell'interesse del servizio, nell'interesse dello Stato.
                  Nessuno svelerà stati d'animo anni dopo. Nessuno si metterà in
                  pericolo, né si isolerà dai suoi colleghi per consegnare una
                  testimonianza che sa essere parziale e poco utile, intanto che
                  rimarrà solo.

                  Il ministro dell'Interno dell'epoca, Jean Pierre Chevènement,
                  ha forse esitato a parlare. In ogni caso, egli sapeva di certo
                  più di un semplice poliziotto e si è chiaramente dissociato
                  dalla versione che ha contribuito a propagandare,
                  sottolineando che si era fidato unicamente di ciò che i
                  servizi gli avevano detto. Alla fine, non è andato più
                  lontano.

                  Voltaire: non è necessario fare appello a numerosi funzionari
                  per soffocare un caso. Gli stati hanno generalmente sotto mano
                  qualche collaboratore compiacente per questo, piazzato ai
                  posti giusti. Chi ha diretto l' inchiesta medico-legale?

                  Francis Gillery: Il Dottor Dominique Leconte, e le sue analisi
                  del sangue sono state trattate da un laboratorio esterno. Si
                  tratta dello stesso medico e degli stessi esperti che hanno
                  falsamente stabilito che il giudice Bernard Borrel era stato
                  assassinato a Gibuti, un altro affare di Stato, ma che si
                  conosce meglio oggi. Si, si ritrovano gli stessi protagonisti,
                  quando è in gioco la ragione di Stato.
                  Insisto sul fatto che le analisi del sangue non sono serie,
                  una prima analisi ha mostrato che l'autista, Henry Paul, era
                  ubriaco, ma ha anche mostrato che il suo sangue era saturo di
                  monossido di carbonio: in questo caso non poteva essere il suo
                  sangue che si ha analizzato, poiché con un tale tasso di
                  monossido di carbonio non avrebbe potuto tenersi in piedi, ed
                  ancora meno mettersi al volante di una macchina.
                  Malgrado ciò si è proceduto ad una contro analisi, qualche
                  giorno dopo, che ha dato gli stessi risultati. Ciò è ancora
                  più ridicolo. Poiché il tasso alcolico sarebbe dovuto variare
                  con il tempo. Per farla, non ci si è sbarazzati dei
                  protocolli: sono gli stessi esperti che hanno proceduto
                  all'analisi e l'hanno fatta quando avevano ancora i campioni
                  precedenti.

                  Voltaire: In definitiva solo Mohammed Al-Fayed avrebbe potuto
                  giuridicamente stoppare questa mascherata. Perché nemmeno lui
                  l'ha fatto?

                  Francis Gillery: Dall'inizio ha ricordato un complotto
                  criminale.
                  Ma svelare gli altarini avrebbe supposto esporre alla luce le
                  sue attività. Ora il commercio delle armi implica la più
                  grande discrezione.
                  Il suo entourage gli ha consigliato di sviare l'attenzione su
                  Diana. Ha portato causa alla famiglia reale. Si è troppo
                  compromesso in questa versione per poter, oggi, dire la
                  verità.

                  Voltaire: Al contrario, alcuni rivali di Al-Fayed potevano
                  avere interesse a fare scoppiare la verità per farli uscire
                  allo scoperto. Lei ha incontrato Ashraf Marwan, l'altro grande
                  negoziante d'armi egiziano, prima che non cadesse dal suo
                  balcone il 27 giugno scorso?

                  Francis Gillery: No. Ho cercato a lungo di parlargli, ma si è
                  rifiutato. Sapevo che aveva tutte le chiavi del caso. Ho
                  appreso della sua morte leggendo Voltairenet.org. Anche lì ho
                  visto come la macchina mediatica va su di giri: tutti
                  parlavano del suo ruolo noto durante la Guerra dei Sei Giorni,
                  nessuno, salvo voi, notava il suo mestiere: il mercante
                  d'armi.

                  Voltaire: Visto che le autorità francesi hanno imposto una
                  versione dei fatti, che significa la diffusione del suo
                  documentario critico, da parte di un canale pubblico francese?

                  Francis Gillery: Non sono sprovveduto. Non credo che questo
                  accada per caso. Manifestamente, ci sono ancora delle poste in
                  gioco, dieci anni dopo questo dramma.
postato da: Lif1 alle ore 11:50 | link |
categorie: articoli, regno unito