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sabato, 26 luglio 2008

Strategia anglo-americana delle privatizzazioni

  • Dall'articolo "La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni in Italia: il saccheggio di un'economia nazionale" (Movisol, 14 gennaio 1993):

Il 2 giugno 1992, a pochi giorni dall'assassinio del giudice Giovanni Falcone, si verificava in tutta riservatezza un altro avvenimento che avrebbe avuto conseguenze molto profonde sul futuro del Paese. Il «Britannia», lo yacht della corona inglese, gettava l'ancora presso le nostre coste con a bordo alcuni nomi illustri del mondo finanziario e bancario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay's, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la stessa regina Elisabetta II d'Inghilterra. Erano venuti per ricevere alcuni esponenti di maggior conto del mondo imprenditoriale e bancario italiano: rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell'IRI, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.
Si trattava di discutere i preparativi per liquidare, cedere a interessi privati multinazionali, alcuni dei patrimoni industriali e bancari più prestigiosi del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: “Stiamo per passare dalle parole ai fatti”. Da parte loro gli inglesi hanno assicurato che la City di Londra era pronta a svolgere un ruolo, ma le dimensioni del mercato borsistico italiano sono troppo minuscole per poter assorbire le grandi somme provenienti da queste privatizzazioni. Ergo: dovete venire a Londra, dove c'è il capitale necessario.
Fu poi affidato ai mass media, ed al nuovo governo Amato, il compito di trovare gli argomenti, parlare dell'urgente necessità di privatizzare per ridurre l'enorme deficit del bilancio. Al grande pubblico, sia il governo che i mass media hanno risparmiato la semplice verità che il “primo mobile” dietro tutto il dibattito sulle privatizzazioni è costituito dalle grandi case bancarie londinesi e newyorkesi. L'obiettivo è semplicemente quello di prendere il controllo di ogni aspetto della vita economica italiana sfruttando le numerose scuse di ingovernabilità, corruzione, partitocrazia, inefficienza, ecc. [argomento ancora ampiamente utilizzato oggi, facendo anche leva su numerosi elementi di frizione, siano essi i post-fascisti e i loro rancori post-bellici; siano essi i post-comunisti e il loro atteggiamento terzomondista, internazionalista ed esterofilo; siano essi gli autonomisti vari e il loro risentimento anti-centralista e anti-romano; siano essi i liberali di ogni risma e il loro atteggiamento anglofilo e globalizzante, ndr]
Prima di esercitarci a calcolare quante lirette il ministero del Tesoro potrebbe ottenere dalla svendita dell'ENI, dell'IRI ecc., cerchiamo di mettere in luce i presupposti filosofici dei banchieri londinesi e dei loro associati newyorkesi della Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers e dei loro sostenitori nel Fondo Monetario Internazionale, nell'OCSE e nel mondo dei mass media.
Queste grandi finanziarie di New York e Londra su cui si fonda il potere anglo-americano gestiscono il gioco della liberalizzazione dei mercati internazionali. Ne scrivono e riscrivono le regole per massimizzare di volta in volta i profitti. A Bruxelles contano su sir Leon Brittan, fratello del Samuel Brittan direttore del Financial Times. Fino al gennaio 1993 Leon Brittan è stato Commissario della CEE per la Politica di Concorrenza ed è l'autore delle regole bancarie ed assicurative che hanno favorito Londra, tanto criticate sia dalla Germania che dagli altri paesi membri della CEE. Sir Leon era un esponente del governo della Thatcher quando improvvisamente, nel gennaio del 1986, si dimise per andare a Bruxelles.
Nonostante le illusioni di grandeur, Parigi è un centro finanziario che non può tener testa alla prepotenza anglo-americana, e lo stesso discorso vale per i finanzieri di Francoforte, così come quelli del Sol Levante. Pur disponendo delle maggiori istituzioni bancarie e assicurative, il Giappone non è in grado di offrire una valida resistenza alle manipolazioni finanziarie anglo-americane.

La globalizzazione e il “Big Bang” londinese

La formula che gli anglo-americani tentano oggi di spacciare ai governi di tutto il mondo, convincerli cioè a svendere i patrimoni dello stato per ottenere qualche liquido con cui far fronte al dissesto del bilancio ed al tempo stesso “promuovere la competitività”, fu collaudata dalla finanza londinese alla fine del 1979, in particolare dalla N.M. Rothschild & Co., che coordinò la svendita generale per conto del governo della “Lady di Ferro”.
Così un ristretto gruppo di finanzieri ha dominato per quasi 12 anni l'economia inglese. Principalmente si tratta di esponenti della Società Mont Pelerin, come i consiglieri della Tatcher Karl Brunner, sir Alan Walters, lord Harris of High Cross ed altri ancora. La Società Mont Pelerin è stata presieduta internazionalmente fino a poco tempo fa dall'economista arciliberista Milton Friedman, ascoltatissimo dal Presidente Ronald Reagan.

Friedman è l'architetto della politica economica imposta al Cile dalla dittatura di Augusto Pinochet. Essa si riduce all'idea di tenere il governo fuori da ogni intervento e lasciare che gli interessi privati facciano il bello e cattivo tempo. Friedman fece scalpore quando propose che l'eroina e gli altri stupefacenti venissero considerati alla stregua di una “merce” normale, in modo da permettere al consumatore di “scegliere liberamente” se acquistarla o meno.
Sotto la rivoluzione “liberistica” imposta dalla Thatcher sono state messe all'asta le imprese migliori dell'Inghilterra, dalla British Petroleum alle compagnie del gas e dell'acqua, fino alla industria militare Vickers. Da quando la Thatcher è stata costretta ad andarsene vengono pian piano alla luce informazioni sempre più precise di come ad arricchirsi spudoratamente in quella “privatizzazione” furono principalmente gli amici della Lady di Ferro.
D'altro canto quel “collaudo” dimostra come non sia affatto vero che l'industria, una volta privatizzata, diventi più efficiente. Dopo 13 anni di thatcherismo, quella britannica è la più arretrata tra le grandi economie europee. Negli investimenti per la Ricerca e Sviluppo del settore macchine industriali ed automobile, l'Inghilterra è stata superata anche dall'Italia. L'essenza del “liberismo” thatcheriano è dare la priorità assoluta alla finanza, a scapito dello sviluppo industriale dell'economia nazionale [nel frattempo... l'Italia si è privatizzata e infatti è arretrata fortemente, sia nella ricerca che nell'economia, ndr].
Questa degenerazione britannica toccò il fondo nell'ottobre del 1986, quando il governo decretò la completa deregolamentazione finanziaria della City di Londra, che fu chiamata il “Big Bang”. Poco meno di un anno dopo, la borsa di Londra crollò insieme a tutte le altre, travolte dalla frenetica spirale di speculazioni e truffe da essa iniziata.
In Inghilterra il “problema” delle ditte di proprietà statale, come la British Leyland o la Jaguar, non era il fatto che esse fossero di proprietà dello stato, ma piuttosto che questo stato, amministrato dal governo della Thatcher, non volle impegnarsi in una oculata politica di pianificazione degli investimenti industriali, cosa caratteristica ad esempio del MITI in Giappone, perché quel governo esprimeva gli interessi dell'alta finanza e non quelli delle capacità produttive del paese.
Oggi però dovrebbe essere chiaro anche ai non addetti che la deregolamentazione finanziaria londinese ha inesorabilmente portato alla rovina economica nazionale. L'Inghilterra versa nella peggiore crisi economica dagli anni Trenta, con la disoccupazione che è tornata ai livelli del 1979, quando si insediò la Thatcher. Il deficit del bilancio lievita ad un tasso annuale del 7% del PNL. Però, contrariamente alla situazione del 1979, oggi il governo britannico non dispone più di una propria base industriale con cui mettere in moto tutta una serie di investimenti nel settore industriale [attualmente le cose sono diverse, ma perchè si è puntato tutto su ricerca e settore dei servizi. Naturalmente, non a vantaggio di una parte importante dei cittadini britannici, ndr].
Ma, a prescindere dal saccheggio compiuto da sir Jimmy Goldsmith, Jacob Rothschild, lord Hanson e compagnia dietro il paravento del “liberismo ad oltranza”, la privatizzazione decisa della Thatcher va collocata nel contesto della strategia anglo-americana per aprire altre regioni economiche a forme molto sofisticate di saccheggio neo-coloniale, perpetrato con la “mano invisibile” tanto cara alle teorie liberistiche. Questa “mano invisibile” anglo-americana regola i meccanismi di fusioni ed acquisizioni operate da altri governi nella misura in cui questi sono così stupidi e sprovveduti da richiedere e pagare profumatamente “consulenze finanziarie” proprio a quella cricca di finanzieri.
Alla fine degli anni Settanta, quando a Londra la Thatcher cominciò lo scontro col sindacato per ridurre i salari e cominciò a svendere le imprese statali ai suoi amici, a Wall Street gente come Donald Regan, presidente della Merrill Lynch, e Walter Wriston, capo della Citicorp, si impegnarono a lanciare una “rivoluzione finanziaria” sulla stessa falsariga che in America fu chiamata “deregolamentazione dei mercati finanziari”.
Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981, e prestò ascolto a Milton Friedman, la deregulation fece innumerevoli proseliti a Washington. Nei 12 anni che seguirono, fino alla sconfitta di George Bush nel novembre del 1992, Washington voltò le spalle ad una ben dosata politica di supervisione e regolamentazione governativa di attività particolarmente importanti come quella delle compagnie aree e degli autotrasporti, per non parlare dell'economia in generale. Le leggi che erano state escogitate negli anni della Grande Depressione per proteggere la proprietà di piccoli risparmiatori e azionisti furono abrogate o ignorate negli anni Ottanta per fare spazio alla “legge del Far West” che prevede la sopravvivenza del più cattivo.
Negli anni ruggenti della deregulation la filosofia negli USA era “tutto è ammesso, dillo con i soldi”. Così al crimine organizzato fu permesso di reinvestire i proventi illeciti nei regolari flussi finanziari, per poterli così usare nelle scalate speculative a Wall Street condotte da gente come Mike Milken, Ivan Boesky ed altri. Grazie al proliferare delle “obbligazioni spazzatura”, o altre tecniche speculative, si potevano acquisire imprese sane i cui nuovi proprietari trascuravano la politica di sviluppo a lungo termine su cui cresceva l'impresa, cercando solo di realizzare profitti a breve termine. Fu così che la TWA Airlines finì in mano a Carl Icahn, uno speculatore della banca Drexel.
In questi anni Ottanta, i principali istituti finanziari di Londra e New York, come la S.G. Warburg, la Barclays, la Midland Bank, la Citicorp, la Chase Manhattan, la Goldman Sachs, la Merrill Lynch, la Salomon Bros., lanciarono la “globalizzazione dei mercati finanziari”. Il presupposto di partenza era che se tutti i paesi avessero abolito i controlli sui flussi di capitali ed altri meccanismi, la nuova finanza anglo-americana avrebbe potuto accedere a nuovi, grandi spazi economici, altamente profittevoli. I grandi nomi della finanza erano alla caccia di nuovi organismi sani su cui esercitare la propria distruttiva opera parassitaria, e così sedussero molti ambienti bancari, sia europei che giapponesi, a rinunciare alla naturale diffidenza per unirsi al gioco speculativo anglo-americano e “vincere”.
Uno dei sofismi utilizzati a questo proposito era quello che descriveva il sistema finanziario del paese preso di mira come “superato”, “obsoleto”, “non abbastanza dinamico”; insomma, da riformare per promuovere la nuova ondata di finanza creativa. Così l'intera Europa fu accusata di soffrire di “Eurosclerosi”. Tutti i trucchi sono buoni per costringere le economie nazionali a sollevare le barriere protettive e permettere alla finanza anglo-americana di dilagare su ciò che essa definiva mercati “arretrati” o “provinciali” e sfruttare la maggiore scaltrezza finanziaria per saccheggiarli.

La grande speculazione e la finanza angloamericana

Il vero e proprio inizio di questa dissennata corsa alla deregulation e alla “globalizzazione” dei mercati finanziari in stile thatcheriano, a cui assistiamo attualmente in Italia, risale alla fine degli anni '60, inizio anni '70. A partire da quel periodo, le grandi banche internazionali americane, come la Chase Manhattan e la Citicorp, iniziarono a cercare nuovi impieghi del capitale che fruttassero alti profitti, in quanto gli investimenti nell'economia interna americana non erano così profittevoli come quelli all'estero. Nel 1971, decine di miliardi di dollari avevano già abbandonato gli Stati Uniti ed erano approdati in Europa. L'astuto Sir Siegmund Warburg, presidente della omonima e celebre banca britannica (la stessa a cui il ministro del Tesoro Barucci si è recentemente rivolto per stimare il valore immobiliare dell'IMI), si recò allora a Washington per convincere il Tesoro e il Dipartimento di Stato USA a far rimanere all'estero quei capitali, in modo che Londra potesse usarli per ripristinare il ruolo di “banchiere mondiale” che la City aveva svolto fino al 1914. E' ironico che il primo prestito in “Eurobbligazioni” sottoscritto da Siegmund Warburg fosse quello di 15 milioni di dollari lanciato dalla Società Autostrade dell'IRI.
La vera trovata di Warburg fu però l'uso dei dollari espatriati in Europa, i cosiddetti “Eurodollari”, che si rivelarono l'innovazione finanziaria più destabilizzante degli anni settanta. Il Presidente Nixon, seguendo il consiglio di George Shultz e Paul Volcker, annunciò il 15 agosto 1971 che da quel momento in poi Washington e la Federal Reserve, la banca centrale USA, si sarebbero rifiutate di riscattare in oro i dollari posseduti dalle altre banche centrali. Washington stracciò, con atto unilaterale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 che stabilivano l'ordine monetario postbellico. Di colpo, il mondo si ritrovò ostaggio di un regime di “tassi di cambio fluttuanti” che trasformò il sistema monetario basato sul dollaro in una gigantesca arena speculativa.
Nel maggio 1973, sei mesi prima che scoppiasse la “crisi petrolifera”, l'oligarchia politico-finanziaria angloamericana si riunì segretamente nella località svedese di Saltsjoebaden per discutere la fase successiva del “ricatto” esercitato per mezzo del dollaro sull'economia mondiale. Tra gli ospiti di quel ristretto gruppo di potenti, riuniti sotto l'egida del Club Bilderberg, c'era il Presidente della FIAT Gianni Agnelli. Si discusse che bisognava persuadere l'OPEC ad aumentare il prezzo del petrolio del 400%. Dato che dal 1945 il petrolio si acquistava solo con dollari, la mossa avrebbe automaticamente quadruplicato la domanda di dollari sul mercato internazionale.

Henry Kissinger, un altro ospite della riunione segreta del Bilderberg, battezzò l'idea col nome di “riciclaggio dei petrodollari”. I suoi interlocutori, come Lord Richardson della British Petroleum, Robert O. Anderson dell'americana Atlantic Ritchfield Corporation (ARCO) o lo svedese Marcus Wallenberg, non erano interessati a discutere come impedire i catastrofici effetti sull'economia mondiale derivanti da un quadruplicamento del prezzo del petrolio, ma, piuttosto, l'intera discussione in quella sperduta località della Svezia ruotò attorno all'idea di come assicurare che poche, scelte banche americane controllassero la nuova ricchezza dei “petrodollari” in mano araba. Si trattava quindi di come aumentare il potere nelle mani delle banche di Londra e New York, del cartello petrolifero e dei loro amici europei, alle spese del resto del mondo.
Negli anni '80, dopo due crisi petrolifere e l'equivalente shock della stretta creditizia pilotata da Paul Volcker alla guida della Federal Reserve (1979-1982), la deregulation finanziaria di Thatcher e Reagan creò, nel contesto di un valore “fluttuante” del dollaro e del riciclaggio di prestiti in petrodollari che rifinanziavano il deficit dei paesi del Terzo Mondo, la cornice per un nuovo riciclaggio, quello dei narco-dollari. La liberalizzazione delle tran-sazioni finanziarie in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni è servita infatti ad aprire le porte al riciclaggio dei proventi illeciti della droga, che nel 1990 si stimava in un valore tra i 600 e i 1000 miliardi di dollari.

La Lugano connection

A questo punto occorre dedicare qualche riga alle finanziarie di Wall Street che svolgono un ruolo decisivo nella “privatizzazione” delle imprese pubbliche italiane. Sono tre le ditte impiegate all'uopo come “consulenti” del governo Amato: Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers. Lo stesso ministro dell'Industria Giuseppe Guarino, contrario a una “svendita” del patrimonio industriale raccolto nelle ex Partecipazioni Statali, sembra riporre fiducia in queste tre finanziarie, i cui dirigenti incontrò il 17 settembre scorso nel corso di un viaggio a New York.
Sono molti attualmente a ritenere la Goldman Sachs la più potente finanziaria di Wall Street, posizione conquistata almeno a partire dal 1991, quando scoppiarono gli scandali di “insider trading” che la coinvolgevano assieme alla Salomon Brothers. Il presidente della Goldman Sachs, Robert Rubin, sarà il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del Presidente Clinton. Quel posto dovrà essere un “ufficio di guerra economica” in stile britannico, per fronteggiare quelli che l'ex capo della CIA William Webster chiamò “gli alleati politici e militari dell'America che sono i suoi rivali economici”. Rubin non è il primo dirigente della Goldman Sachs che ricopre una carica nel governo americano. Prima di lui l'attuale vicepresidente,
Robert Hormats, fu consigliere di Henry Kissinger al Dipartimento di Stato e un altro “senior partner”, John Whitehead, fu sottosegretario di Stato con Ronald Reagan. La Goldman Sachs é uno dei più influenti manipolatori del prezzo del petrolio e del valore delle monete, che determina tramite la sussidiaria J. Aron & CO., che opera sul mercato delle merci e dei “futures”. La Goldman Sachs ha rafforzato la sua presenza in Italia aprendo nel 1992 un “ufficio operativo” a Milano. Più avanti vedremo il ruolo cruciale che essa ha svolto nella crisi della lira e nella partita delle privatizzazioni.
La Salomon Brothers domina, assieme alla Goldman Sachs, il commercio di greggio mondiale. La Salomon possiede anche la svizzera Phibro (Philipp Brothers), che opera nel settore delle materie prime. Nel 1989 la Phibro fu coinvolta in un caso di riciclaggio di milioni di dollari ricavati dalla vendita di cocaina negli Stati Uniti. I soldi venivano riciclati dalla banda chiamata “La Mina”, che lavorava per il cartello della coca colombiano, nella Phibro Precious Metal Certificates.
Dopo gli scandali di “insider trading” e speculazione su Buoni del Tesoro USA scoppiati nel 1991, a cui abbiamo accennato sopra, ci fu un completo rinnovo dei vertici della finanziaria. Il nuovo presidente, attuale azionista di maggioranza, è Warren Buffett, originario di Omaha, Nebraska. Buffett, oltre ad essere amico intimo di George Bush, è anche il principale azionista del Washington Post e della rete televisiva ABC. Egli possiede vasti interessi anche nell'American Express (del cui consiglio di amministrazione fa parte Henry Kissinger) e nella Wells Fargo Bank. Lo stesso Buffett si dice sia implicato in uno scandalo di pedofili del Nebraska che facevano capo, fino alla fine degli anni '80, al finanziere repubblicano Larry King, della banca Franklin Credit Union. Buffett era il patrocinatore e il sostenitore di King. La Warren Buffett Foundation, la fondazione intestata a suo nome, finanzia cause antidemografiche, come quelle lanciate da organizzazioni americane come Negative Population Growth, Planned Parenthood, l'Associazione per la Sterilizzazione Volontaria e il Population Council.
La Merrill Lynch è famosa per il ruolo che svolse in una sensazionale operazione di riciclaggio del denaro tra l'Italia, la costa orientale degli Stati Uniti e Lugano. Si tratta della “Pizza connection”, che portò al processo in cui la famiglia mafiosa newyorchese dei Bonanno fu accusata di aver riciclato circa 3,5 miliardi di dollari fino a quando fu arrestata, nel 1984. I Bonanno avevano usato, per i loro traffici, la sede centrale di New York e gli uffici di Lugano della Merrill Lynch. L'aspetto più sconcertante del processo sulla “Pizza connection” in Svizzera e a New York è che essi ignorarono completamente la complicità dei vertici della Merrill Lynch. All'epoca del processo il ministro del Tesoro americano, responsabile per le ispezioni sul riciclaggio del denaro, era l'ex presidente della Merrill Lynch Donald Regan. Il processo si concluse con alcune multe nei confronti di funzionari minori della sede luganese della finanziaria americana, e la storia finì lì. Come è noto, la Merrill Lynch é stata incaricata dall'IRI, il 9 ottobre scorso, di preparare la privatizzazione del Credito Italiano.
Abbiamo fin qui identificato alcuni fatti poco noti che riguardano le tre finanziarie di Wall Street chiamate a svolgere un ruolo decisivo nella valutazione e nella stessa privatizzazione delle imprese pubbliche italiane. Queste finanziarie accedono a dati di grande importanza e delicatezza che riguardano alcune delle più valide imprese europee e si posizionano in assoluto vantaggio come “consiglieri per la privatizzazione”. Naturalmente, tutto secondo una rigida etica professionale e senza conflitti di interesse!

Moody e la guerra della lira

Quasi in contemporanea con la nomina del governo Amato, l'agenzia di “rating” newyorchese Moody's annunciò, con la sorpresa di molti, che avrebbe retrocesso l'Italia in serie C dal punto di vista della credibilità finanziaria. Questo, senza che le cifre del debito italiano fossero cambiate drasticamente (la tendenza al deficit era nota almeno da due anni) e senza alcun rischio di insolvenza da parte dello stato. La giustificazione di Moody's fu che il nuovo governo non dava sufficienti garanzie di voler apportare seri tagli al bilancio dello stato. Negli ambienti finanziari internazionali, Moody's è famosa perchè usa come arma “politica” la sua valutazione di rischio, tale che beneficia interessi angloamericani a svantaggio di banche rivali o, come nel caso dell'Italia, di intere nazioni. Il presidente della Moody's, John Bohn, ha ricoperto un'alta carica nel ministero del Tesoro USA sotto George Bush.
La mossa di Moody's costrinse il governo Amato ad alzare i tassi d'interesse sui BOT per non perdere gli investitori. Essa segnalò anche l'inizio di una guerra finanziaria contro la lira. Secondo fonti ben informate, i più aggressivi speculatori contro la lira, nell'attacco del luglio scorso, furono la Goldman Sachs e la S.G. Warburg di Londra. Ribadiamo che la speculazione ebbe un movente principalmente politico, non finanziario, e che, purtroppo, ebbe successo. L'Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e il governo varò un piano di tagli e annunciate privatizzazioni per ridurre il deficit.
Ciò che Amato non ha mai detto è che la svalutazione della lira nei confronti del dollaro ha dato agli avventurieri della Goldman Sachs e delle altre finanziarie di Wall Street un grande “vantaggio”. Calcolato in dollari, l'acquisto delle imprese da privatizzare è diventato, per gli acquirenti americani, circa il 30% meno costoso. Lentamente, specialmente dopo l'ultimo attacco speculativo dell'inizio dell'anno, la lira si va assestando sul valore “politico” di circa 1000 lire a marco, esattamente il valore indicato dalla Goldman Sachs nel luglio scorso come “valore reale” della moneta italiana.
Come mai questa “coincidenza”? Come mai la finanziaria newyorchese ha appena aperto un ufficio operativo in un paese che secondo i suoi criteri sprofonda nella crisi? Come mai un economista come Romano Prodi, “senior adviser” della Goldman Sachs, suggerisce di privatizzare alla grande, vendendo tutte e tre le banche d'interesse nazionale (Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma), più il San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e l'Ina (Convegno presso l'Assolombarda il 30 settembre 1992)?
Lo stesso Prodi, che nel passato è stato a capo dell'IRI, oggi sembra aver sposato completamente la causa neoliberista angloamericana, tanto da aver proposto, a metà novembre, che l'Europa applichi verso i paesi dell'est una politica simile a quella dell'accordo di libero scambio siglato tra Stati Uniti, Messico e Canada (NAFTA). Un tale trattato darebbe il via libera alle grandi imprese per trasferire le loro attività all'est, dove la forza lavoro costa meno (è quanto è avvenuto ai confini tra Stati Uniti e Messico). Ciò aggraverebbe la crisi all'ovest e condurrebbe, nel medio-lungo termine, ad un abbassamento della produttività anche all'est, dato che la manodopera sottopagata è anche meno qualificata.

Il governo italiano deve scartare una simile politica, così come deve abbandonare il circolo vizioso dei tassi d'interesse alti che, per difendere la moneta, alimentano lo stesso deficit che si dichiara di voler combattere. Tra il giugno e il settembre scorso, i tassi sono aumentati paurosamente, da circa l'11% al 20% prima che la lira abbandonasse lo SME. Tuttora la Banca d'Italia mantiene il tasso d'interesse al 13%. Tenuto conto che ogni punto di aumento degli interessi si traduce in 15.000 miliardi in più sul debito dello stato a breve termine, il governo italiano è stato messo alle corde dagli speculatori angloamericani (e dai loro complici italiani) aumentando la pressione per privatizzare a prezzi di svendita.
Andando avanti su questa strada, l'Italia commetterà un suicidio economico. La sola via d'uscita è l'adozione di una politica creditizia nazionale del tipo che ai tempi di Enrico Mattei si sarebbe considerata ovvia. Occorre ripristinare il controllo sui cambi, congelare una parte del debito con una moratoria di 10-15 anni (salvaguardando naturalmente gli interessi dei piccoli risparmiatori), parallelamente all'avvio di una aggressiva politica di investimenti, favorita da crediti agevolati, nelle infrastrutture moderne, in concerto con i partners europei. Per far ciò, occorre che lo stato si riappropri della piena sovranità monetaria, il che significa che per finanziare gli investimenti esso non debba bussare alla porta della Banca d'Italia, la quale ha finora, incostituzionalmente, battuto moneta a nome dello stato per poi rivendergliela a tassi “di mercato”, cioè da usura. I motivi che hanno portato al “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d'Italia, e cioè l'improduttivo finanziamento del debito, esistono, ma combattere il malgoverno non significa eliminare il governo. Perciò occorre porre fine al “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro.
Una efficace repressione dell'attività di riciclaggio del denaro da parte della mafia, compreso quello investito nei BOT, accompagnata da un astuto cambio della moneta (la famosa “lira pesante”), darebbe alle istituzioni dello stato una posizione di forza e la credibilità e la fiducia popolare. L'alternativa è il caos e la guerra civile.

Il ruolo della Lega nel piano delle privatizzazioni


Un capitolo a parte merita il ruolo svolto dalla Lega Nord nella strategia anglo-americana di saccheggio dell'economia italiana. La Lega Nord, infatti, con la sua politica liberista radicale, è lo strumento politico ideale per realizzare gli obiettivi angloamericani. La Lega propone la privatizzazione di ogni attività economica in mano allo stato, dall'energia ai trasporti, dalle industrie di difesa alla Rai. Se si realizzasse la politica della Lega, non occorrerebbe sancire la secessione del Nord dal Sud (e infatti Bossi ha abbandonato il progetto di “Repubblica del Nord”, definendola una “provocazione”), in quanto la Repubblica italiana si frantumerebbe da sé. Allo stato centrale, infatti, secondo i leghisti, resterebbero solo i poteri di battere moneta, di difesa e di politica estera. Ma, poichè il primo è saldamente nelle mani della Banca d'Italia e il secondo, come gli stessi leghisti affermano, sarà delegato a strutture sovrannazionali nell'ambito dei nuovi scenari di guerre Nord-Sud, lo stato nazionale italiano sará una vuota carcassa.
Ecco perché la Lega è stata appoggiata dai media che fanno capo alla City di Londra (Economist, Financial Times) e a Wall Street (Wall Street Journal, Time). E' difficile scoprire diretti legami tra questi centri finanziari internazionali e la Lega, anche se si può ipotizzare l'esistenza di contatti nell'ambito di canali massonici. Certamente si nota una straordinaria coincidenza tra l'ideologia leghista e i programmi sviluppati da certi centri studi. Un esempio: la trasformazione dell'Italia in “macroregioni” è una politica ufficialmente promossa dalla Fondazione Agnelli, che alla fine del 1990 avviò un progetto chiamato “Padania”, poi presentato in un convegno tenutosi a Torino l'11 e il 12 giugno 1992, con la partecipazione dell'ideologo della Lega, Gianfranco Miglio. Scopo del convegno fu quello di discutere “soluzioni specifiche, procedurali e/o istituzionali” per l'autonomia amministrativa della “macroregione” Padania, allo scopo di valorizzarne le risorse con “opportune competenze di governo”. Al di là del linguaggio formale, è chiaro che la Fondazione Agnelli promuove il progetto leghista. La Fondazione Agnelli, come è noto, fa capo alla famiglia Agnelli, legata a Enrico Cuccia, il “garante” degli equilibri economico-finanziari tra le grandi famiglie italiane e i centri di potere internazionali, ai quali è collegato tramite la banca Lazard.
Checché ne dica Bossi, egli si sta muovendo esattamente verso la distruzione dello stato nazionale, obiettivo ben chiaro nelle strategie dei suoi sponsor internazionali. Lo stesso organo della Lega, Repubblica del Nord, ha pubblicato il 21 ottobre 1992 uno studio promosso dalla “Associazione Americana di Geografia” (che dovrebbe essere la National Geographic Society, un'istituzione che fa capo a diversi servizi di intelligence USA), la quale prevede entro sei anni la divisione dell'Italia in cinque repubbliche, Nord, Centro, Sud e le isole. Un progetto coerente col disegno leghista, tanto che l'organo del partito di Bossi se ne compiace, e con quello attribuito alla Mafia di cui ha parlato, in una udienza presso la Commissione Parlamentare Antimafia, il pentito Leonardo Messina.
C'è di più: da Lombardia Autonomista del 29 luglio 1992 apprendiamo che la rivista americana Telos, diretta da Paul Piccone, giudica il modello leghista “generalizzabile a tutta Europa”. Piccone è noto per aver appoggiato le Brigate Rosse negli anni caldi del terrorismo italiano, sempre dalle colonne della rivista Telos, che a quel tempo era il punto di riferimento della sinistra “marxista” americana. Una costante, quindi, il sostegno alla destabilizzazione, condotto con un modus operandi che corrisponde alle classiche “covert operations” della CIA.
postato da: Lif1 alle ore 12:55 | link |
categorie: italia, articoli, nord america, regno unito

Intervista a Giuliano Amato

  • Dall'articolo "Amato: all’Europa non serve un sovrano" (Barbara Spinelli, La Stampa, 13 luglio 2000):

Qualche impressione di Giuliano Amato, possibile candidato dell’Ulivo alla presidenza del Consiglio, possibile avversario di Berlusconi nelle elezioni del 2001. E’ politico di grande finezza, abituato alle dispute intellettuali, al pensiero intenso: chiunque trascorra con lui un tempo non dominato dalla fretta ha modo di constatarlo. E’ il motivo per cui vien chiamato dottor Sottile. Questo è il tentativo di capire quale sia la sua sottigliezza, sulle questioni che riguardano l’Europa. Ecco qualche appunto provvisorio. Sulle vicende europee, Amato ha un’ambizione preminente: vuole essere un realista, non un utopista. Al tempo stesso vuole pensare il nuovo, il mondo in mutazione, con spirito non ortodosso, originale. La sua sottigliezza, qui, si intensifica sino ad aggrovigliarsi e a scindersi in due: essa lo induce all’estremo pragmatismo, e a forme non meno estreme di astrattezza. Amato non intende partecipare a quello che chiama il «festival canoro» del federalismo, della Costituzione sovranazionale. Tutti questi progetti li considera nobili ma perdenti, per il semplice fatto che l’insieme dell’Unione non li condivide: né tutti gli Stati membri, né i Paesi candidati. Non so se chiamare pragmatismo o realismo la sua scelta: in questa conversazione, il Presidente fa capire che i progetti possono essere arditi, ma che per superare gli ostacoli in politica occorre nasconderli, dissimularli. Bisogna agire «come se», in Europa: come se si volessero poche cose, per ottenerne molte. Come se gli Stati restassero sovrani, per convincerli a non esserlo più. La Commissione di Bruxelles, ad esempio, deve agire come se fosse un organo tecnico, per poter operare alla stregua di un governo. E così via, dissimulando e sottacendo. Più che il festival canoro, Amato sembra rifuggire l’arena pubblica, il rischio della parola. «Io volo basso, io faccio proposte minori» -- ripete -- per poi lasciar intendere che questa è una tattica per meglio passare attraverso la «porta stretta». La porta stretta è la conferenza del dicembre prossimo a Nizza, dove i capi di Stato e di governo dovrebbero approvare un’avanguardia di Stati che collaborino più strettamente degli altri. Avanguardia che lui chiama «cuore dell’Unione». Siccome sarà necessaria l’unanimità per costituirlo, la prudenza è di rigore e accanto ad essa l’astuta prudenza. Fino a quella data bisogna fare «come se». Amato insiste su quelle forche caudine: c’è per lui un prima, e un dopo la «porta stretta». Fino a quel giorno, egli vuole sfruttare le infinite risorse dei camuffamenti. Ma come abbiamo visto, la sua sottigliezza non si esaurisce nel realismo tattico. Amato medita in realtà a un mondo mutante, astratto dall’equilibrio di potenze che governa tuttora l’Occidente: medita su un mondo che chiama post-hobbesiano, post-sovrano, orbo di gerarchie. Ci è sembrato stregato da questa speculazione mentale, al punto di divenirne prigioniero. Di qui la sua critica dei federalisti, colpevoli di credere ancora che gli Stati Uniti d’Europa nasceranno da un trasferimento delle vecchie sovranità a una sovranità superiore, sovranazionale. Secondo Amato simile trasferimento è oggi impensabile: perché la sovranità che si perde sul piano nazionale non passa ad alcun nuovo soggetto. E’ affidata a entità senza volto: la Nato, l’Onu, infine l’Unione. L’Unione è all’avanguardia nel mondo mutante: indica un futuro di Prìncipi senza sovranità. Sopravanza in questo senso gli stessi Stati Uniti, legati alla vecchia idea del Principe, incapaci di abbracciare il nuovo: lo si vede nei loro rapporti con l’Organizzazione internazionale del commercio e nel loro rifiuto della Corte penale internazionale. Il nuovo è senza testa, e chi ha i comandi non è afferrabile né eleggibile. [da sottolineare quest'ultimo punto: non è afferrabile né eleggibile! ndr] Questa intervista è la disputa fra chi crede alla vecchia sovranità, e chi non ci crede più. Amato è anche questa singolare mescolanza: di furbizia e di non confessato utopismo, di pessimismo sulle idee federaliste e di ottimismo sul Nuovo Mondo che spontaneamente e ineluttabilmente va verso lidi migliori, togliendo scettri al Principe. Di fatto la metamorfosi è già fra noi: basteranno alcuni ritocchi, e molta, molta furbizia. Perché i più non sanno, che il Mondo Nuovo già esiste. Non stupisce in questo quadro che Amato sembri relativamente poco interessato alla politica estera, che lascia fare a Dini senza commenti. Che pur condannando le vittime civili della guerra in Cecenia prenda per buone le spiegazioni di Putin, e neghi che il Cremlino sia impelagato in un conflitto coloniale [bah! Stupidaggini della signora Spinelli-in-Padoa-Schioppa, ndr]. Per eccesso di furbizia, e per fiducia nell’universo post-sovrano, Amato rischia non solo l’immobilità del governo italiano, ma la sua non-visibilità. Sono gli splendori e i vizi dei Sottili, quando la sottigliezza si fa quasi troppo furba. Pur dichiarandosi realistica, essa corre il pericolo di perdere il contatto con la realtà del potere. Giudica storicamente sorpassata la sovranità degli Stati Uniti, e finisce di fatto con l’accettare la loro egemonia, immutata da decenni. Ma lui dice che no, non è lui ma sono i federalisti a ignorare il mondo com’è: «Questo è l’errore del federalismo europeo. Federalismo che senza dubbio è stato il grande propellente dell’Unione, che in cinquant’anni ha realizzato l’essenziale delle proprie finalità, ma che ha finito col dar vita a una creatura assai diversa da quella che aveva concepito alla fine degli Anni ’40. Fondamentalmente, la loro idea era di togliere agli Stati una sovranità che per secoli era stata usata come arma in guerre fratricide, e di fondare uno Stato federale che avrebbe garantito la pace. Da questo punto di vista il loro successo è sicuro: irreversibilmente è stata cancellatal’idea che un conflitto tra Europei possa essere risolto con le armi, e perfino che l’Unione possa usare le armi contro un altro [chiamasi "castrazione", ndr]-- se si prescinde dagli interventi umanitari. Dalla cultura europea è stata cancellata l’idea della guerra come modalità della politica. La sovranità nazionale -- intesa come potere esclusivo dai pensatori dello Stato assoluto, da Bodin a Botero -- è stata progressivamente erosa nei vari insiemi della vita comunitaria. Ma si è prodotto un evento completamente diverso da quello ideato dai federalisti: non c’è stato il trasferimento delle sovranità statali a un livello superiore, come nel caso degli Stati Uniti o della Germania, e per questo ritengo che il federalismo sia uno schema del passato, che si nutre di una cultura politica non più servibile». E’ vero, l’Unione così com’è oggi non somiglia all’istituzione pensata dal federalismo. Sono troppo esigue le sovranazionalità, è ancora predominante il diritto di veto esercitato dagli Stati, e il Consiglio dei ministri rimane preponderante. Ma se così stanno le cose, perché non accelerare il passaggio alla sovranazionalità, come chiesto da Joschka Fischer e come adombrato sia pure prudentemente da Chirac? «Perché tutti costoro -- da Fischer ai federalisti -- si muovono nella cultura di ieri: la cultura statuale così come si è sviluppata negli ultimi tre secoli. Ancora pensano che denudando gli Stati Nazione della sovranità, questa traslochi a un livello superiore. E’ qui che sbagliano. La verità è che il potere sovrano, spostandosi, evapora. Scompare. I poteri sono trasferiti a livelli superiori senza che questi diventino sovrani, e per questo io parlo di trasferimento di funzioni e non di poteri. E’ un punto sul quale concordo in pieno con il politologo Schmitter, le cui analisi cito sempre: quel che sta prendendo forma, e che l’Unione europea prefigura alla perfezione, è un nuovo ordine post-hobbesiano, post-statuale. In esso non esistono più singoli, identificabili sovrani. Al loro posto esiste una moltitudine di autorità a diversi livelli di aggregazione, a ciascuna delle quali fanno capo diversi interessi degli esseri umani: livelli che posseggono competenze ambigue, condivise con altre autorità. Per Hobbes il sovrano era subito riconoscibile: era legato a un territorio, accentrava tutti poteri. Oggi nessuno è più sovrano. Al suo posto abbiamo un’Unione europea multilivello, composta di più soggettività». Questo sovrano che evapora nel nulla non mi convince, né mi convince l’idea di uno spazio lasciato vuoto. Nel vuoto politico si instaura sempre un potere, che ambisce a divenire sovrano. E’ il motivo per cui non mi sbarazzerei così rapidamente di Hobbes. E nemmeno di Schmitt, con le sue idee sul sovrano che in casi di emergenza decide in solitudine. Schmitt giustificò così l’avvento del nazismo, ma Schmitter mi pare non realistico. «Ma questa è una visione antiquata, legata agli Stati Nazione che i federalisti tanto criticavano e che generarono appunto i dispotismi del secolo. Cerchiamo di evitare, per l’Europa, il totalitarismo di un dèmos unico, compatto! Non esiste nel continente, un dèmos di questo tipo: tanto meno nell’epoca globale in cui si moltiplicano poderose passioni identitarie. Anche qui assistiamo infatti al tramonto delle identità nazionali esclusive, così come le concepì la Francia della Rivoluzione: la quale Francia si inventò tutti i riti, pur di frantumare le identità subnazionali. Operazione a suo tempo molto assennata, perché da essa scaturì il concetto della cittadinanza che prescinde dalle radici etniche. Ma operazione anacronistica nell’Europa odierna, dove le identità sono multiple e un unico dèmos è assente. E’ quello che spinge alcuni analisti come Whiler a dire, sbagliando: non ci può essere l’Europa finché non esisterà il dèmos. L’identità europea accompagna le identità nazionali, ma non le elimina. Di un nuovo dèmos totalitario non abbiamo bisogno nel nostro continente, e anche la cultura europea come pensarla, oggi? Di che è fatta?». Capisco bene la critica dello Stato Nazione e delle vecchie sovranità. Ma né l’uno né le altre hanno prodotto solo totalitarismi: hanno creato anche la democrazia rappresentativa. Quanto alla cultura europea, meglio passare ad altro: la cultura europea o è universale o non è grande cultura, come già diceva Goethe. Qui si tratta di fondare istituzioni civili, non cultura o identità. «E’ vero, la democrazia è figlia anche dello Stato Nazione e la cultura non può essere che mondiale. Ma lo Stato classico esprimeva prìncipi dotati di poteri esclusivi. Sono questi poteri che oggi si disperdono, senza tuttavia dar vita a una nuova figura sovrana come pensavano i federalisti». E’ il motivo per cui lei sostiene che gli Stati trasferiscono non già poteri, ma solo funzioni. E’ il motivo per cui ritiene che la Commissione deve far politica, ma senza proclamarlo. Di fatto, nel suo disegno i poteri restano in mano degli Stati. «Non è vero. Ripeto che Schmitter ha ragione: spostandosi, il potere sovrano cui eravamo avvezzi scompare. Così peraltro si è fatta l’Europa: creando organismi comunitari senza che gli organi dove sono presenti gli Stati avessero l’impressione che si imponesse loro un potere superiore. La Corte di giustizia come organo sovranazionale nacque per questa via: fu una sorta di atomica non vista, che Schuman e Monnet infilarono nei negoziati sulla Comunità del carbone e dell’acciaio. La stessa Ceca fu questo: una casuale miscela di egoismi nazionali diventati comunitari. Non mi sembra opportuno sostituire questo metodo lento ed efficace -- che dà agli Stati una tranquillità non ansiogena nel momento in cui li spoglia di poteri -- con i grandi salti istituzionali cari a Fischer e ai federalisti. Dice Fischer che Jean Monnet è sorpassato, ma in realtà si fraintende Monnet: egli era un federalista convinto, ma ritenne prudente nascondere il proprio federalismo sotto il federalismo funzionale -- applicato progressivamente per settori -- teorizzato da Harold Lasky. Quanto alla Commissione, vorrei essere chiaro. Per me il ruolo politico dell’esecutivo è indiscutibile. Sono solo convinto che lo eserciti al meglio usando i poteri tecnici che il Trattato le attribuisce in quanto organo esecutivo. Così fece Delors negli anni del massimo sviluppo politico della Commissione, tra l’86 e il ’92. Quando Delors volle agire esplicitamente come governo dell’Unione, dopo il ’92, la crisi in Europa fu immediata». Possono dunque esser pericolose, le proposte innovative e più politiche. Ma così il rischio dell’immobilità è grande. Ed è questo il rischio che alcuni temono, in Germania o all’Eliseo. Il nostro governo fa molto per l’Europa ma Lei mi è parso più che scettico. Più commentatore dello status quo, che innovatore. Quello che voglio evitare è l’impazienza. Io, come politico, devo evitare che si infranga l’attuale processo di unificazione. Devo ricordare che esiste la porta stretta della Conferenza di Nizza, quando l’estensione del voto a maggioranza e l’Europa delle Avanguardie (della «cooperazione rafforzata») dovrà essere approvata all’unanimità. Devo dunque convincere gli scettici. Attraverso quella porta dovremo passare in quindici. Tra ciò che io penso e le ragioni politiche contingenti devo trovare un compromesso. E non è tutto. Contemporaneamente, non posso dimenticare l’esistenza di un’Europa orientale, che dobbiamo integrare e che teme l’emarginazione. Devo tener conto delle riserve inglesi, spagnole, nordiche. L’Europa dobbiamo farla con tutti». Lei insiste molto sulla porta stretta. Vuol dire che una volta varcata la soglia diverrà più aperto a sovranazionalità e federalismo? «Prima dobbiamo passare quel varco. Se non lo passiamo, questa grande discussione sull’Europa la possiamo portare a San Remo per vedere chi ha cantato meglio. Passata la porta, bisognerà partire rapidi con alcune locomotive». E perché l’allargamento dovrebbe renderci più prudenti nelle riforme istituzionali? E’ per allargarsi senza traumi che si pensa a un potere sovranazionale capace di decidere, e a una semplificata spartizione di competenze tra Stati, istituzioni federali, regioni, comuni. «Non ne sono convinto, anche se capisco il beneficio che può venire da parole forti sul futuro europeo: parole che scongiurino l’avvento di uno spazio solo economico, il giorno in cui l’Unione sarà composta di una trentina di Stati. Tuttavia ci sono momenti in cui ho l’impressione che gli Europei orientali siano messi in quarantena. In fondo è quello che stiamo loro dicendo, con i nostri festival: aspettate fino a quando avremo partorito la nostra bellissima Federazione. Trovo scandaloso questo modo di agire, di pensare. Questi Paesi si sono beccati cinquant’anni di comunismo, ne sono usciti, stanno ritrovando un orgoglio nazionale che era stato loro vietato, rischiano di affondare nel cinismo e in un mercato senza regole, potenzialmente governato dalle mafie, e ad essi e al loro bisogno di Europa noi replichiamo: sì, siete europei ma siete dei mezzo sangue. Non siete all’altezza per entrare nella cerchia degli eletti. E' un atteggiamento che mi ripugna, e se le cose andassero così porteremmo dentro di noi la corresponsabilità del comunismo. E' un atteggiamento che rinvia sine die l’allargamento. Per questo sono contrario alla modifica di procedimenti che fanno nascere l’integrazione dalla cooperazione fra Stati. Per accelerarli ed estenderli, io volutamente volo basso». Mentre Lei invece vorrebbe anticiparlo, l’allargamento? «Sì, vorrei accelerarlo e smettere l’altezzosità dei Paesi fondatori. Sono stati pensati periodi transitori per la Spagna, il Portogallo, la Grecia. Che si faccia la stessa cosa con gli Europei centro-orientali, invece di lasciarli fuori. Saranno pronti nel 2004? Ebbene, che entrino già nel 2002, con due anni di transizione nelle aree in cui la loro condizione non è ottimale. L’ingresso va anticipato il più possibile». C’è però una contraddizione in quel che propone. Da una parte vuole anticipare l’allargamento -- che personalmente chiamerei riunificazione dell’Europa -- dall’altra non vuol urtare gli Stati scettici e in particolare l’ inglese, per far sì che l’Unione proceda alla velocità, lentissima, voluta da Londra. E’ come se dicesse: voglio un treno ultrarapido, ma che viaggi pian piano. «Anche qui, non dimentichi mai le forche caudine di Nizza: l’unanimità di cui abbiamo bisogno, perché un gruppo di Paesi corra più spedito. Ma è vero: la mia non è solo preoccupazione tattica. Sinceramente non vorrei un’Europa solo continentale, che si privi dell’immenso patrimonio dell’Inghilterra, e degli scandinavi ad essa è legata. Né vorrei perdere la Spagna, scettica sull’avanguardia. L’Europa è sempre stata questo: una integrazione tra Stati che non hanno l’impressione di subire diktat dall’alto. Avere con noi l’Inghilterra non sarebbe male: in tante cose Londra é già lì dove noi vorremmo arrivare. Non sarebbe male che con le sue esperienze di riforme economiche fosse presente nel Consiglio degli Stati appartenenti all’Euro». Veramente l’Avanguardia non esclude Londra: è lei che cronicamente si auto-esclude, salvo poi a salire sul treno già partito. Se avessimo atteso l’Inghilterra, l’Europa non sarebbe nata . «Lo so, non lo nego. Tuttavia non le nascondo il mio malessere. Sono state l’Inghilterra a l’Olanda ad avviare la rivoluzione industriale, fra ’600 e ’700. Sono ancora una volta loro, a entrare per prime nel ciclo tecnologico di questa fine ’900. Senza di esse, l’Europa ha un cuore debole, preda delle burocrazie franco-tedesco-italiane. Quindi preferisco andar piano, sbriciolare a poco a poco pezzi di sovranità, evitare bruschi passaggi da poteri nazionali a poteri federali. La stessa proposta di eleggere direttamente il Presidente della Commissione mi pare senza senso. Ecco un’altra idea giacobina: che invece di identità plurali aspira a un dèmos totale. C’è già un rappresentante del dèmos comunitario: va rafforzato, ed è il Parlamento europeo. D’altronde io avevo proposto che fosse quest’ultimo a elaborare la Carta europea dei diritti: la proposta fu respinta dai francesi». Ma i federalisti stessi sono per un processo costituente.Non chiedono un unico atto costituente. Però il salto di qualità ci vuole, altrimenti sarà impossibile l’allargamento. D’altronde sembrò pensarlo anche Lei: due anni fa sottoscrisse il progetto di una elezione diretta del Presidente della Commissione. «Lo sottoscrissi ma senza esserne persuaso. Proprio perché non credo a un dèmos europeo, e al Sovrano federale. Perché il nostro universo globalizzato è post-hobbesiano». Gli aggettivi che contengono il «post» sono spesso tanto equivoci! Spesso la particella traveste un arretramento, e il mondo che Lei descrive sembra pre-hobbesiano. Sembra precedere lo Stato Nazione. «E perché non tornare all’epoca precedente Hobbes? Il Medio Evo aveva un’umanità ben più ricca, e una pluri-identità che oggi può servire da modello. Il Medio Evo è bellissimo: sa avere suoi centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E’ al di là della parentesi dello Stato nazionale. Anche oggi, come allora, riemergono nelle nostre società i nomadi. Anche oggi abbiamo poteri senza territori su cui piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia non ha bisogno di sovrani». Ma come far politica, se il sovrano visibile non c’è più? Come fondare un patriottismo europeo, se a istituzioni federali come la Banca Centrale non si affianca un potere legittimato democraticamente? Era pensata a questo scopo, l’elezione del presidente della Commissione: per creare un’agorà, uno spazio dove il cittadino fa politica a un livello non più nazionale. «Il patriottismo europeo nascerà dalla Carta dei diritti, che dovrebbe essere il preambolo della Costituzione europea e della futura spartizione di competenze fra organi dell’Unione [!!! ndr]. Ma anche la Costituzione va edificata senza salti eccessivamente bruschi». Esiste anche quello che è stato chiamato il «diritto alla pace»: diritto a una difesa comune, e non solo volontà di scongiurare guerre. Simile diritto presuppone il passaggio dall’inefficiente potere nazionale a una nuova sovranità, ben visibile dall’avversario. In Kosovo fu necessaria la decisione di un organo capace di agire come sovrano -- non l’Onu ma la Nato -- per interrompere le pulizie etniche delle milizie serbe. «No, non fu la decisione di un sovrano. I poteri vennero devoluti alla Nato, che non è un sovrano [?! Tecnicamente la NATO non è un sovrano, ma nei fatti agisce per un ben chiaro sovrano, ndr]. Così penso che si dovrà fare le politiche comuni dell’Europa». Quali? «La locomotiva o il cuore dell’Europa dovrà occuparsi del governo comune dell’economia come di comuni regole sull’immigrazione. Dovrà definire diritti comuni per gli immigrati regolari: diritto di mandare i figli a scuola, diritto all’assistenza sanitaria, diritto della seconda generazione a essere integrata. Poi bisogna dar vita a comuni discipline del lavoro, e creare forze che presidino i comuni confini esterni. Come vede, i cantieri sono immensi». Esattamente per questo ci vuole un sovrano anche in democrazia: un sovrano che abbia non solo il potere, ma anche la responsabilità. Altrimenti le strutture di cui Lei parla diverranno poteri sovranazionali irresponsabili, inafferrabili. Bel vantaggio allora, aver superato Hobbes! In Italia abbiamo un capo di governo bravissimo nel commentare, ma che fa di tutto per non sbilanciarsi con visioni forti, come Fischer o Chirac. «Tutto sta a vedere dove va il lento processo costituente. Baron Crespo usò l’immagine dei due scalpellini al lavoro. Il primo è convinto di costruire un muro. Il secondo sa che sta costruendo una cattedrale. Io, con le mie piccole proposte, è una cattedrale che intendo costruire anche quando lavoro attorno al muro». Anche in politica estera? Il governo italiano, che è stato ai tempi di D’Alema coraggioso in Kosovo [l'espressione corretta è "servo", ndr], è oggi tra i più corrivi verso Putin. Ce lo rimprovera Le Monde: Dini è stato l’unico a dichiarare che «c’è un concreto cessate il fuoco in Cecenia», quando si sa che bombardamenti e distruzioni continuano. «Ho parlato a lungo di Cecenia con Putin, e mi è parso che la sua sensibilità sui diritti umani sia fortissima. Naturalmente le posizioni divergono: io non credo che si possa combattere il terrorismo islamico colpendo anche civili estranei, e penso sia indispensabile un negoziato politico sulla Cecenia. Ma non vedo perché non fidarmi di lui, quando mi indica i pericoli di un integralismo che non minaccia solo la Russia». Il nostro dialogo con Amato finisce qui. Molti disaccordi resterebbero da chiarire: specialmente sul sovrano, che per lui è un animale in via di estinzione. «Non rimanga alle categorie di Hobbes -- mi ha detto -- Non cerchi un Principe al quale delegare il potere». Non è facile: almeno finché resteranno sovrani come Putin, che annientano impunemente popoli interi trincerandosi dietro l’inviolabilità delle sovranità nazionali. Fino a quella data è rassicurante, sapere che esistono Stati antiquati come gli Stati Uniti [rassicurante? ndr], e personalità arcaiche come Fischer e Cohn-Bendit, che vogliono un governo europeo non completamente, ma sufficientemente sovrano. Non sono del tutto sicura che sia un mondo davvero migliore, ricco di umanità, il Brave New World senza più Principi né gerarchie che Amato sogna per il giorno in cui le democrazie si libereranno di Hobbes, e del suo Stato-Leviatano.
postato da: Lif1 alle ore 12:11 | link |
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