«La società italiana invecchia»; «un tappo
generazionale sbarra la strada ai più giovani»,
«tutte le leve del comando sono saldamente nelle
mani dei più anziani»: le lamentazioni sulla
gerontocrazia italiana, spesso per bocca della
medesima, spalmate sui media d'ogni orientamento e
colore si susseguono a ritmo crescente. Grafici e
percentuali assegnano agli ultrasessantenni, ai
cinquantenni avanzati nel migliore dei casi,
parlamento e università, istituzioni e industrie,
segreterie politiche e consigli di
amministrazione, posizionando sui 65 anni l'età
media della classe dirigente. Colpa di una
gioventù viziata e inconsistente, sostengono gli
uni, responsabilità di una pletora di vegliardi
abbarbicati al potere e indifferenti al futuro del
paese, rispondono gli altri. In ogni modo non vi è
esponente politico di destra o di sinistra,
«moderato» o «radicale» che non sbraiti il suo
«largo ai giovani», ben guardandosi, naturalmente,
dal mettere da parte la sua veneranda persona,
anche se qualcuno si azzarda a proporre, con ben
pochi rischi di avere seguito, limiti di età per
gli incarichi politici.
Tratto comune in questo coro di disappunto è la
convinzione che questa gioventù debba accedere
agli spazi sociali, politici ed economici oggi
controllati dai più anziani, vivacizzandoli con la
sua «fresca energia» ma lasciandone in buona
sostanza inalterato l'assetto. Così i giovani
dovrebbero conquistarsi cattedre nell'università
così come è, ma guai se dovesse riaffacciarsi la
vecchia nefasta utopia sessantottina di
rivoluzionarla. Oppure dare il proprio contributo
«innovativo» alle incanutite segreterie di
partito, ma ben guardandosi dal mettere in
discussione quella forma di organizzazione
politica; arrancare nel mercato del lavoro, ma
secondo i sacri dogmi del neoliberismo, per gli
uni, o conquistandosi il buon vecchio posto fisso
«che nobilita l'uomo» per gli altri; abbandonare
la casa paterna e farsi una famiglia, ma secondo
le regole dettate dal cardinal Ruini. Non è un
caso che la conferenza episcopale italiana, nella
sua strenua battaglia contro l'introduzione dei
Pacs, abbia sostenuto che la posta in gioco
consiste soprattutto nel modello di unione
(assoluto e non relativo) che deve essere
«trasmesso ai giovani». Laddove è implicito che
questi ultimi tornano ad essere considerati un
soggetto passivo e acritico, destinato a
conformarsi ai modelli etici e comportamentali
messi a punto e imposti dall'alto. Si richiede
insomma una accelerazione del cursus honorum, che
non ne intacchi regole e gerarchie.
Liberalpaternalismo
Qualcuno ha definito efficacemente l'ideologia
oggi dominante come «liberalpaternalismo»,
indicando con questa espressione una micidiale
combinazione di liberismo economico e
autoritarismo sociale, di permissività per le
fasce alte della gerarchia sociale e controllo per
le più basse. La retorica giovanilista si combina
così con una inclinazione profondamente
conservatrice (ma che paradossalmente si fregia
oggi del nome di «riformismo»). Dai giovani si
pretenderebbe dunque non un cambiamento, ma un
ricambio, la continuità piuttosto che la
trasformazione. Si reclamano insomma eredi devoti,
non nuove soggettività. Le regole, i
comportamenti, i «valori», gli stili di vita
restano dettati dall'alto, saldamente nelle mani
della deprecata «gerontocrazia».
La «questione giovanile» si pone innanzi tutto,
come un problema di «integrazione». Di questo
orientamento è emblematica l'istituzione di
ministeri, di sapore squisitamente saddamista,
come quello «per le politiche giovanili e per lo
sport» o quello della famiglia, destinati a
coniugare la ghettizzazione del tema con
l'invadenza dello stato. I modelli di «gioventù
positiva» che il discorso pubblico e l'insistenza
mediatica hanno imposto negli ultimi anni
oscillano tra i papa boys e le scimmiette che
applaudono nei talk shows, tra «i nostri ragazzi
in Irak» e i volontari della croce rossa. Tutto il
resto passa, più o meno, come anticamera del
terrorismo o del parricidio. Va da sé che con
queste premesse e con questi modelli il «largo ai
giovani» si riduce a poco più che una retorica di
regime e una proliferazione di portaborse.
La ragione di questo «blocco generazionale» è ben
lontana dalle spiegazioni di comodo che
l'etablishment ne dà e risiede precisamente in
quell'orientamento conservatore che, proiettandosi
nel futuro, si pretende addirittura fattore di
sviluppo e conduce, nei fatti, una guerra senza
quartiere contro i giovani che finge di voler
promuovere. Una guerra che, almeno per il momento,
sembra avere vinto. Cosa ha permesso questa
vittoria? E con quali strumenti è stata combattuta
la guerra? In primo luogo ha pesato un fattore
banale e universalmente noto: il calo demografico
intensificatosi a partire dalla fine degli anni
'60.
Demografia sovversiva
La fascia giovanile si è dimezzata dopo il 1980.
Se negli anni del «miracolo economico» circa venti
milioni di cittadini erano sotto i 21 anni, nel
2005 sono ridotti alla metà. Ma questo calo
dell'incremento demografico è stato
prevalentemente preso in considerazione con
l'occhio rivolto ai consumi, al peso della
previdenza sociale, all'occupazione, al rapporto
tra popolazione immigrata e autoctona. Assai meno
in rapporto all'incidenza culturale e politica
delle diverse fasce di età sull'assetto sociale
complessivo. Se la popolazione giovanile
diminuisce, il suo peso politico e culturale è
destinato a sua volta a diminuire in proporzione,
penalizzando il desiderio di nuove esperienze
rispetto al bisogno di sicurezza e alla riconferma
di consolidate certezze. Senza alcuna pretesa di
scientificità, a livello del tutto indicativo,
potremmo considerare la popolazione tra i 17 e i
30 anni come la più attiva nei movimenti politici
e culturali insorgenti. Potremmo allora imputare i
movimenti dal 1968 al 1977 ai nati tra il 1945 e
il 1958, circa tredici milioni di individui. Se
consideriamo l'Italia del 1969 con i suoi 54
milioni di abitanti, questa gioventù ribelle
rappresentava circa il 24 per cento della
popolazione totale. Spostiamoci ora al 2002,
l'anno dopo gli scontri di Genova e di piena
espansione del movimento «altermondialista» in
Italia. Se consideriamo le stesse fasce di età, e
cioè i nati tra il 1972 e il 1985, siamo scesi a
circa 10 milioni di individui e al 17 per cento
della popolazione (immigrazione inclusa).
Questa flessione quantitativa contribuisce,
certamente insieme con altri fattori, a un
mutamento dei rapporti di forza tra le diverse
generazioni che investe tutti gli ambiti della
vita sociale e culturale. La pressione per la
conquista di spazi autonomi, dalle abitazioni,
agli spazi culturali, dalle abitudini di vita ai
modi del lavoro, diminuisce sensibilmente. Non
tanto da cancellare la «questione giovanile», ma
abbastanza da ridurla, appunto, a «questione», e
cioè a oggetto di un ordine del discorso che si
svolge interamente all'interno dell'establishment
in termini di «risposte» da dare a un diffuso e
generico «disagio», oppure di problemi economici e
sistemici, come l'andamento dei consumi o il
finanziamento delle pensioni. E' l'immaginario
degli «adulti» a dirigere l'orchestra a dettare
gli stili di vita. Gli effetti di questo
slittamento incidono in misura rilevante sul clima
sociale complessivo. Infatti, aldilà dell'eterna e
insulsa retorica sull'energia, l'ottimismo e la
«generosità» della gioventù, la caratteristica
effettivamente rilevante delle nuove generazioni è
il fatto (che le assimila in qualche modo alle
classi subalterne di un tempo) di non aver
partecipato alla definizione delle norme che ne
regolamentano la vita e dunque la conseguente
propensione a rimetterle in questione, a misurarle
con i propri desideri e le proprie aspirazioni, a
esaminare le possibili alternative. Ciò significa
che qualunque difesa in termini conservativi,
nostalgici o resistenziali di questa o quella
«conquista democratica», senza spinte in avanti,
senza visibili elementi di trasformazione è
destinata a entrare in rotta di collisione con
questa naturale propensione critica. O a cedere
terreno di fronte a una destra che traveste in
termini «innovativi» il rafforzamento delle
gerarchie sociali esistenti.
Sta di fatto che nell'uno come nell'altro caso, la
«conservazione» di sinistra e l'«innovazione» di
destra, fondandosi entrambe su assetti e sistemi
di potere orientati all'autoconservazione,
respingono qualunque interrogazione non subalterna
alle regole date, sulla base di un modello,
sostanzialmente condiviso, di «normalità» (quella
operaia così come quella borghese). E'questa la
base dell'universale richiamo al «moderatismo» che
caratterizza, di fatto, l'intero ceto politico
contemporaneo. Questo osannato «moderatismo» è da
una parte negazione dei conflitti come fattore di
sviluppo sociale, (fino al punto da non
distinguere quasi più tra i fischi delle labbra e
quelli delle pallottole), dall'altro pretesa di
adeguamento a uno standard, a una «medietà», a una
«etichetta» furbescamente confusa con la stessa
democrazia. Così, la tendenza delle giovani
generazioni a investire criticamente le regole
date, attraverso l'adozione di pratiche
conflittuali (accompagnate o meno da
argomentazioni politiche) è immediatamente
classificata nella rubrica della «devianza» quando
non in quella del crimine o delle sue premesse. Ed
è fatta oggetto di una vera e propria guerra.
Disciplina benpensante
Le riforme della scuola e dell'università, dagli
anni '80 in poi, si sono immancabilmente ispirate
a una iperregolamentazione dei comportamenti e a
una predefinizione dei percorsi, intesi ad
adeguare le biografie dei singoli allo stato di
cose esistente (le presunte e quasi mai reali
necessità delle aziende). L'inasprimento
progressivo, e spesso gratuitamente persecutorio,
della legislazione sull'uso di sostanze
stupefacenti, si spinge ben oltre la tutela della
salute verso una dimensione paternalista e
prescrittiva che mette in campo contro pratiche
diffuse a livello di massa e relative sensibilità
culturali una disciplina ritagliata sulla misura,
del tutto immaginaria, dell'elettore-genitore
«moderato». Tra medicalizzazione e
criminalizzazione i giovani tornano ad essere
considerati soggetti del tutto incapaci di badare
a sé stessi, e consegnati a istituzioni
rieducative di carattere repressivo, che coniugano
concezioni arcaiche e profitti privati.
La legislazione del lavoro, con il nobile intento
di favorire l'occupazione giovanile, predispone
una sorta di grado zero dei diritti e delle
retribuzioni, che dovrebbero accrescerne
l'appetibilità sul mercato, o alimenta con
«prestiti d'onore» e altri miserabili
finanziamenti, la leggenda del «giovane
imprenditore» e del self made man. Nello stesso
tempo una selva di leggi, regolamenti e misure
fiscali, ostacolano ogni tipo di
autorganizzazione, individuale e collettiva, e
ogni forma di rapporto con il mondo produttivo che
non rientri negli standard definiti dai
programmatori di stato e di confindustria. Tutto
ciò che proviene dal basso porta il segno della
minaccia o del crimine. I fautori della «libera
impresa» hanno ormai svuotato questa espressione
di qualsiasi senso.
Lavori socialmente forzati
Se guardiamo al tempo libero, l'atteggiamento
bipartisan del ceto politico non cambia
minimamente. Nei centri storici, i «residenti»,
appoggiati dalle amministrazioni comunali,
scendono in piazza contro la movida notturna. Ciò
che è stato l'elemento decisivo nella
valorizzazione dei quartieri e delle rendite
immobiliari è ora stigmatizzato come elemento di
disturbo e di turbativa della quiete «moderata». I
sindaci della sinistra non si vergognano di
cavalcare i tetri umori e le paranoie di un ceto
proprietario che si rifiuta di pagare il prezzo
dei propri privilegi. I giovani figurano così come
orde barbariche a cui opporre un argine, come una
«classe pericolosa» a cui rispondere in termini di
repressione o di disciplinamento. Sergio Cofferati
a Bologna si è caparbiamente proposto come esempio
principe di questa involuzione vessatoria. Il
mondo anglosassone esporta modelli di controllo
sociale fondati sul coprifuoco per i minorenni e
sulla persecuzione delle famiglie dei «devianti»,
sul controllo poliziesco della frequenza
scolastica. Qualcuno si spinge fino a proporre di
vaccinare i bambini contro il «vizio», agendo sui
fattori fisiologici che predisporrebbero al
consumo di droghe, alcol e nicotina, e, perché no,
all'indisciplina o alla promiscuità sessuale. Una
ingegneria medica di stampo etico, che tuttavia
non ricorre tra le veementi denuncie di quanti, a
ogni piè sospinto gridano al ritorno
dell'eugenetica. Sono ricette che, anche
nell'Europa continentale, cominciano a riscuotere
consensi e successi. Segolène Royale, candidata
socialista alle elezioni presidenziali francesi,
propone una soluzione «moderata», come i lavori
forzati per i giovani rivoltosi delle banlieues.
La sinistra europea ha registrato la debolezza
demografica delle nuove generazioni e ne ha tratto
le sue tristi, «moderate», conseguenze. Totalmente
succube delle politiche securitarie, le
accompagna, blandendo la presunta «moderazione»
della mezza età benpensante. La lotta di classe
non è stata certo una questione generazionale, ma,
converrebbe non dimenticarlo, con l'eccezione di
Lenin, i bolscevichi avevano vent'anni. Sarà per
questo che, nella guerra ai giovani, si spendono
tante energie.
Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio, nel marzo del 1968 aveva
diciassette anni. Era iscritto al secondo liceo classico e la mattina di
Valle Giulia, con altri compagni di scuola, aveva partecipato al corteo di
protesta contro la polizia che presidiava l'università di Roma.
"No, nessuna nostalgia. E nessuna lettura particolare di quegli
avvenimenti. Niente di tutto quello che riguarda il '68 ha il valore che
gli si è poi attribuito in occasione del decennale, del ventennale, del
trentennale e, ne sono certo, anche di quello che si dirà nel
quarantennale. Certo Valle Giulia rappresentò un fatto nuovo. Ricordo,
all'inizio, il tiro di qualche uovo e, forse, di qualche sasso. Poi le
cariche della polizia. E la nostra reazione. Era la prima volta.
"Gli edili e i contadini, è vero, si scontravano con la polizia da
vent'anni. Ma gli studenti introducevano nella politica un improvviso
elemento di radicalizzazione. La politica abbandonava l'andamento
tranquillo del tempo di pace, per prenderne uno simile a quello della
guerra.
"La stessa presa di posizione di Pasolini, del resto, non nasceva da un
sentimento di solidarietà con i poliziotti. In quella condanna degli
studenti non c'era nessuna poetica. Pasolini, semplicemente, aveva visto
quel che succedeva in Francia dove i giovani davano delle vecchie barbe
all'intellighentia di sinistra. E, in modo astuto, cercava di contrastare
una generazione ambiziosa che gli avrebbe tolto spazio.
"Al di là di Valle Giulia quel movimento non può essere spiegato con una
visione da intellettuali di provincia, angusta e molto poco
internazionale. Il Sessantotto era un fenomeno che coinvolgeva tutto il
mondo, da Roma a Berlino, da San Francisco a Madrid: la manifestazione di
una nuova classe dirigente che si sentiva stretta nei vecchi panni.
Eravamo i primi della classe; mica, sia detto senza offesa, come gli
straccioni del '77".