Forse un missile, forse una bomba russa,
sganciata, forse per sbaglio, forse per
avvertimento, da un aereo russo; forse una finta
bomba russa sganciata, non per sbaglio, da un vero
aereo georgiano. La verità, in queste cose, è
inutile cercarla, anche perché domani sarà
superata da altre non verità.
L'essenziale è capire cosa significa quello che,
dal 2003, sta succedendo nei rapporti tra la
Georgia e la Russia. Quel novembre di quattro anni
fa, denominato la Rivoluzione delle Rose, segna il
passaggio – definitivo, ma cosa c'è di definitivo
nelle cose umane? – della Georgia dalla sfera
d'influenza russa a quella americana.
Putin subisce (che altro può fare?) , ma segna nel
libro dei conti la perdita e i possibili guadagni.
Ha delle carte da giocare e le giocherà non appena
si presenta l'occasione.
Le carte si chiamano Ossetia del Sud e Abkhazia.
Una era una repubblica autonoma e l'altra era una
regione autonoma, entrambe all'interno della
Repubblica Socialista Sovietica di Georgia, quando
ancora esisteva l'Unione Sovietica.
A quei tempi non si badava troppo ai confini:
intanto erano tutti sovietici e, tirate le somme,
era Mosca che comandava da una parte e dall'altra.
Ma, finita l'Urss, tutte le tensioni tra ex
“fratelli sovietici”, sono diventate importanti,
vitali. Tanto che si è cominciato a morirne, lungo
tutte le quasi invisibili demarcazioni che anche
il sistema sovietico era stato costretto a segnare
sulle carte. E quei confini si sono insanguinati.
Molti se non tutti. Nel Caucaso quasi tutti, prima
o dopo. Alcuni non ancora ma è solo questione di
tempo.
La Georgia, poi è stato il campo più minato dagli
odi. Anche perché il primo presidente
democraticamente eletto dai georgiani, tale Zviad
Ghamsakhurdia, si mise in testa che tutte le
autonomie andavano abolite e che la Georgia
democratica sarebbe stata dei georgiani, e basta.
Gli altri, nel caso specifico gli osseti, gli
abkhazi, i mingreli, dovevano adattarsi.
E siccome gli altri non si adattarono, lui mandò
le truppe a massacrarli, mentre quelli
proclamavano le loro sovranità. Solo che , con
l'aiuto della provvidenza, e dei russi, abkhazi e
osseti, la sovranità se la presero con le armi,
sconfiggendo i georgiani.
Correvano i primi anni '90. Al potere a Mosca
c'era Boris Eltsin, uno dei principali
responsabili del disastro. Lasciò fare, anzi ci
mise del suo cominciando la guerra con la Cecenia
di Dudaev, e anche lui fu sconfitto.
Ma la Russia non era Eltsin. Venne Putin, che alle
sfere d'influenza ci teneva e ci tiene.
Shevardnadze, tornato a Tbilisi come salvatore
della patria, si alleò con Washington. E Mosca
tenne in caldo le caldarroste dell'ex Georgia,
appunto Sukhumi e Tzkhinvali.
La differenza la fecero i dollari. Washington si è
comprata la Georgia , con cinque milioni di
dollari l'anno, all'inizio. Spiccioli. Gli
oligarchi di Mosca non avevano niente da dare agli
amici della Russia, dovendo mandare i loro denari
nelle banche svizzere e negli offshore. Ma avevano
armi in quantità gigantesche. E un esercito allo
sbando ma numeroso. Quello diedero e bastò, perché
si sommava alla paura che abkhazi e osseti avevano
di tornare sotto il giogo del Ghamsakhurdia di
turno.
Poi arrivò l'avvocato “americano” Saakashvili,
anche lui con la promessa di riunificate le terre
perdute dalla Georgia. E siamo alle “rose” del
2003.
Da allora è scaramuccia continua. Mikhail
Sakashvili è convinto che, se la Georgia entra
nella Nato, la Russia dovrà cedere e lasciare al
loro destino l'Ossetia del sud e l'Abkhazia. La
Nato , che fa il gioco di Washington, incoraggia
le speranze (o le illusioni). Tbilisi tiene alto
il fuoco perché in questo modo pensa che non sarà
abbandonata. Il presidente Saakashvili dichiara
(12 febbraio di quest'anno) che la Georgia entrerà
nella Nato nel 2009. Intanto raddoppia il
contingente di soldati georgiani che combattono in
Irak a fianco di quelli americani e inglesi,
guadagnando altri crediti a Washington.
Qualche mese prima arresta quattro ufficiali russi
di quelli che ancora stazionano in Georgia. E
Mosca risponde interrompendo ogni relazione,
trasporto e rapporto anche economico con la
Georgia. Poi è la guerra dell'alcool, poi quella
del vino... Tutto fa brodo per attizzare la
tensione.
L'Europa – che è impegnata con una forza
d'interposizione, insieme alla Russia - non si
vede quale interesse abbia a sostenere l'ingresso
della Georgia nella Nato. Che, tra l'altro,
metterebbe le truppe russe a contatto diretto con
quelle della Nato anche a sud, dopo la identica
situazione a nord, sul Baltico.
Brutta storia, perché mettersi in casa ospiti così
bellicosi significa poi farsi trascinare nelle
loro liti. Intanto Putin esce dal trattato sulla
limitazione delle armi e forze convenzionali in
Europa. Muoverà le sue truppe come gli pare. E se
Washington insiste lascia capire che riconoscerà
Tzkhinvali e Sukhumi, e forse anche Tiraspol. Si
marcia verso grandi tensioni. Ci serve? A cosa
serve?