
Nell’agenda politica della sinistra e dei movimenti più o meno
antagonisti e radicali occidentali, l’attenzione verso la “questione
palestinese” ha da tempo cessato di suscitare passioni e ancor meno
entusiasmi. Eppure la Palestina continua a essere uno dei nodi
politici di maggior peso dello scenario internazionale capace, per
di più, di catalizzare intorno a sé l’attenzione di quote rilevanti
delle popolazioni migranti arabe ma non solo. Accade così che,
mentre nei nostri mondi, l’attenzione verso i migranti sia
monopolizzata dalla “questione sicurezza” o, per altri versi, dalla
“questione umanitaria”, all’interno di questi stessi mondi sia in
atto la produzione di un discorso squisitamente politico che,
obiettivamente, spiazza non solo le retoriche intorno alle classi
pericolose ma anche l’insieme dei frames esattamente speculari che
ascrivono i migranti nell’impolitica e in fondo rassicurante
categoria del povero e/o del miserabile.
L’intervista che segue è stata realizzata in Francia lo scorso
ottobre. A parlare è un palestinese che ha da poco superato i
trent’anni e che nella migliore delle convenzioni coloniali
chiameremmo Mohamed. Per molti versi, la sua, è la storia di
un’immigrazione privilegiata, non recente e ampiamente inserita
all’interno della “cosmopolita” società parigina nella quale, se
finisse con l’accettarne le regole, non avrebbe difficoltà a trovare
una comoda posizione di rendita e prestigio. La seconda Intifada, e
la reazione che questa suscita nella sua famiglia e nella cerchia
delle loro frequentazioni, invece, lo porta a osservare quanto
accade in Palestina con occhi diversi ma non solo perché, lo sguardo
sulla Palestina, ha delle ricadute immediate soprattutto sulla
Francia. Ai suoi occhi la “questione palestinese” si lega
all’arabofobia dilagante, alla stigmatizzazione delle “classi
pericolose” degli abitanti della banlieue, retoriche fatte proprie
dalla sua famiglia e da gran parte delle classi agiate arabe e
palestinesi. Da qui la rottura drastica con il tranquillizzante
mondo dell’assimilazione e dell’integrazione e l’inizio di un
rapporto “militante” con i mondi palestinesi con la conseguente
partenza verso la Palestina e la partecipazione diretta alla lotta
armata del popolo palestinese tra le file di Hamas. Un aspetto che,
per ovvi motivi, non può che rimanere, fino all’arrivo di tempi
migliori, custodito tra gli archivi della Resistenza. Ma in fondo,
l’interesse per la struttura combattente di Hamas, se ha interesse
per gli strateghi degli eserciti imperialisti non particolarmente
rilevante appare per una ricerca sociale e politica maggiormente
attenta e interessata allo scenario socio/culturale all’interno del
quale la Resistenza prende forma e consistenza. Per quanto le
suggestioni della seconda Intifada, per Mohamed, giochino un ruolo
importante e su questa scia prenda corpo un lavoro di studio e
conoscenza dell’intera vicenda della lotta palestinese, a
determinare la sua scelta di campo è il clima che gli sta intorno:
l’arabofobia e l’odio sempre più diffuso nella società francese
verso gli ex colonizzati delle periferie e i nuovi immigrati che lo
porta a una revisione.
La tua è una condizione, almeno in apparenza, di ampia integrazione
sociale all’interno della quale però, a un certo punto, succede
qualcosa. Che cosa in particolare?
Questo mi sembra un po’ il nocciolo della questione. La resistenza
in Palestina, per me, ha giocato sicuramente un ruolo importante ma,
con ogni probabilità, le sue ricadute sarebbero state diverse se,
intorno a me, non avessi trovato un clima politico, sociale e
culturale di un certo tipo. In poche parole, nella mia scelta di
campo, hanno finito con l’avere una notevole importanza molti
aspetti della società francese. Abbandonando il mondo ovattato in
cui ero cresciuto ho potuto rendermi conto che, per certi versi e
per molti arabi ma anche neri e nuovi immigrati, non era necessario
fare tanta strada per trovare la Palestina, perché se la ritrovano
ogni giorno sotto casa.
Perché?
Intanto bisogna parlare dell’arabofobia che è diventato un
sentimento comunemente condiviso nella società francese il quale,
paradossalmente, trova consensi e accomodamenti anche in gran parte
della popolazione araba rispettabile e socialmente inclusa. In
questi mondi, infatti, è sempre più comune usare l’espressione
quelli là per indicare gli arabi dei quartieri poveri e popolari o
quando si parla degli immigrati. Nei loro confronti, a prevalere, è
il disprezzo insieme al continuo bisogno di differenziarsi in modo
da mostrarsi alla buona società francese come individui che non
hanno nulla a che fare con quelle masse barbare. Un atteggiamento
interno che ha il suo corrispettivo all’esterno dove, il
ragionevole, moderato e presentabile Abu Mazen, è continuamente
giocato contro l’irresponsabile, incivile e ignorante Hamas. I due
comportamenti sono assolutamente reciproci perché, per costoro,
l’unico problema è mantenere l’ordine imperialista all’interno del
quale hanno trovato delle comode sistemazioni.
In che modo avviene l’adesione di parte delle classi sociali
rispettabili arabe e palestinesi a tali retoriche?
Ciò che diventa oggetto di stigmatizzazione da parte degli arabi
benestanti sono gli arabi poveri o, per usare un termine più
preciso, di tutta quella parte di popolazione araba ascrivibile
all’ambito della subalternità. In poche parole si assiste a una
decisa presa di distanza nei confronti degli abitanti arabi della
banlieue o di quelli che, limitandoci alla metropoli parigina,
risiedono in alcune sacche, ad esempio Barbès e Belleville che, pur
non essendo banlieue, presentano una realtà urbana e sociale
distante dai canoni della rispettabilità. Una presa di posizione che
tende a rimarcare la differenza tra chi si considera sostanzialmente
assimilato e chi non è in grado di compiere tale passaggio ed è, per
questo, destinato a rimanere perennemente altro e straniero. Da
parte delle classi sociali arabe rispettabili è venuta via, via
maturandosi l’idea che assoggettarsi alle retoriche dell’Occidente è
l’unico passaggio culturale e politico sensato poiché, l’Occidente,
rappresenta il punto più elevato e avanzato della civiltà. In questo
modo, tutti coloro che rifiutano tale iter o, come accade per una
quantità enorme di persone, ne sono oggettivamente escluse
rappresentano qualcosa che deve essere eliminato. Tutto ciò ha
delineato e costituito due mondi arabi che non hanno nulla da
spartire l’uno con l’altro. Non è un caso che, in banlieue, la causa
palestinese, al pari della memoria delle lotte anticoloniali, sia
particolarmente viva mentre, al contrario, negli ambienti arabi
rispettabili e occidentalizzati le storie della lotta anticoloniale
siano, da tempo, oggetto d’imbarazzo. In banlieue, ad esempio, si è
sviluppato un movimento per titolare 18 ottobre 1961 una stazione
del Metrò. Ciò che si è sviluppato intorno a questa data, è
particolarmente indicativo per capire la diversità dei punti di
vista e di prospettive che attraversano complessivamente il mondo
arabo. Mentre in banlieue o nei quartieri poveri di Parigi, alle
iniziative hanno partecipato moltissime persone, in altri ambiti non
si è smossa una foglia.
Quindi, sotto tale luce, il modo in cui si affronta la “questione
palestinese” ha soprattutto a che fare con una condizione interna.
Non si tratta di sola e semplice solidarietà verso qualcosa che, in
ogni caso è distante, ma una sorta di identificazione dovuta al
riconoscimento di una condizione simile, ovviamente con tutte le
tare del caso, a quella vissuta dal popolo palestinese?
Per molti versi è così. In qualche modo, per gli abitanti della
banlieue e dei quartieri poveri, la causa palestinese è assunta come
specchio di una condizione esistenziale non distante da quella del
colonizzato. Ed è anche questo il motivo per il quale la memoria
delle guerre anticoloniali lì è particolarmente viva e, i movimenti
che tengono alta quella bandiera, trovano molto sostegno,
ammirazione e seguito. [...]
Secondo molti, però, questo stesso scenario le forze che si
inspirano all’islam politico tenderebbero a imporre qualcosa di
simile anche all’interno delle metropoli occidentali, almeno nei
confronti delle popolazioni di origine araba. Cercando, in questo
modo, di islamizzare parti stesse delle metropoli europee. Cosa puoi
dirmi al proposito?
Intanto, il problema delle spie e degli infiltrati, esiste qua come
là ed è normale e legittimo cercare di non farsi intrappolare da
questi. Per il resto, io credo che ci sono dei principi e dei valori
che vanno instaurati ovunque. Prendi, per esempio, l’abitudine che
trovi in gran parte dei negozi gestiti dagli arabi nelle banlieue di
raccogliere fondi e offerte per sostenere la causa del popolo
palestinese. Si può parlare di imposizione della legge islamica
perché si raccolgono fondi per finanziare ospedali, scuole, servizi
sociali per tutto il popolo palestinese? Cosa c’è di fondamentalista
nel sostenere la legittima causa del popolo palestinese contro
l’aggressione sionista e imperialista? L’unico motivo di tanto odio
è il carattere antimperialista che questo tipo di attività rivendica
senza farsene problema. Che questo sia l’imposizione della legge
islamica mi sembra per lo meno ridicolo. Ma veniamo a quello che,
con ogni probabilità, è causa di maggiore fastidio. Mi riferisco al
fatto che l’islam politico, il quale in non pochi casi agisce in
perfetta sintonia e unità di intenti con tutte quelle forze laiche e
progressiste non subalterne alle logiche sioniste e imperialiste, ha
conquistato una notevole influenza morale ancora prima che religiosa
e politica in molti ambiti metropolitani e in particolare nei
quartieri popolari, riuscendo a dare dignità alle vite di molti e
costruendo legami solidali tra le varie popolazioni senza alcuna
distinzione anche se, per lo più, sono gli arabi e i neri a
risultare maggiormente sensibili a questo tipo di lavoro. Credo che,
in tutto ciò, vi sia ben poco di riprovevole.
In pratica di che cosa si sta parlando?
Come sanno tutti, dagli uomini di governo, alla polizia, ai
giornalisti, agli intellettuali, in banlieue, vi è una situazione
sociale ed economica molto dura e pesante. Una situazione che
colpisce i giovani ma anche tutta quella generazione di
cinquantenni, per lo più operai espulsi dalla produzione, che
favorisce il proliferare di condotte e stili di vita moralmente
riprovevoli. Il facile ricorso all’alcol, all’uso di droga, alla
ricerca di reddito in attività di tipo micro illegale, alla
sopraffazione dei propri fratelli e al non rispetto delle donne.
Tutti atteggiamenti tipici di una situazione di esclusione sociale,
di difficoltà economica e, perché questo è un po’ il nocciolo della
questione, di isolamento individuale che induce ad affrontare la
propria condizione non in termini collettivi ma individuali.
All’interno di questo scenario è facile assistere alla messa in atto
di risposte assolutamente individualiste che, nel fratello o nella
sorella che vive condizioni simili alle tue, porta a vedere un
nemico invece di un tuo naturale alleato. Il proliferare dell’uso
indiscriminato di alcol e droga è il primo passo verso
l’affermazione di uno stile di vita di questo tipo. Ed è qua che
interviene quello che, giornalisti e scrittori asserviti al potere
imperialista, chiamano il diffondersi o, come in molti casi questi
palesemente alludono, l’imposizione della legge coranica. Vale la
pena di vedere concretamente di che cosa si tratta. Il problema
centrale, per tutte le forze che si oppongono alla dominazione degli
imperialismi occidentali e a quello statunitense in particolare, è
la costruzione di una solida rete di resistenza ovunque. Perché ciò
sia effettivamente possibile occorre, non troppo diversamente da
quanto accade direttamente nei territori di guerra, che la propria
popolazione si riconosca in una dimensione collettiva, che condivida
una serie di valori, che guardi il proprio vicino di casa come una
sorella e un fratello, che collabori attivamente all’elaborazione di
un progetto e a una pratica di resistenza in perfetta sintonia con
il proprio popolo. Se una persona non fa altro che bere e drogarsi
dalla mattina alla sera e l’unica sua preoccupazione è procurarsi,
con qualunque mezzo, il denaro che gli serve per sprofondare nel
vizio, se per farlo picchia la madre, sfrutta la sorella, aggredisce
il suo vicino di casa com’è possibile che contribuisca alla causa
della resistenza? Se la sua vita è dominata dal demone
dell’individualismo e per servirlo è disposto a calpestare ogni cosa
com’è possibile che la sua vita si metta al servizio della causa
comune? Ovviamente non è possibile. Ed è esattamente questa
condizione che gli strateghi della contro guerriglia vogliono
perpetuare. L’acquisizione di una coscienza politica o, se
preferisci, religiosa e politica consente la fuoriuscita da uno
stile di vita degradato e senza prospettive, consente di liberarsi
dalla paura, da una vita in fuga e senza obiettivi. Mentre tutti i
programmi di risocializzazione dello Stato falliscono, e non
potrebbe essere altrimenti, i programmi della Resistenza catturano
ogni giorno di più l’interesse delle sorelle e dei fratelli i quali,
nella lotta, trovano le motivazioni necessarie per chiudere con un
passato poco edificante. Sotto tale aspetto, in Palestina, Hamas ha
svolto un lavoro veramente superlativo riuscendo a emarginare il
vizio e a restituire alla lotta intere schiere di gioventù
palestinese. [...]
C’è, infine, un punto non sciolto nel tuo discorso: la questione
dello Stato. Non pensi che tra le cause principali dell’obiettivo
fallimento al quale sono andate incontro le varie esperienze della
decolonizzazione vi sia proprio l’aver assunto la forma statuale
occidentale come cornice e contenitore delle rivoluzioni? Su questo
non sembra esservi stata nessuna riflessione seria e radicale da
parte dei vari movimenti che si muovono sul terreno della resistenza
i quali, al contrario, sembrano fortemente decisi a considerare la
forma statuale il punto centrale del loro programma?
È vero, sulla questione dello Stato non si è mai aperta una
discussione vera all’interno di tutte le esperienze della resistenza
anche se, movimenti come quello di Hamas per un verso o Hezzbollah
per un altro, hanno dato vita a forme di potere che non possono
certo essere considerate la semplice fotocopia dello Stato
Occidentale tuttavia, la necessità di edificare lo Stato, è parte
fondamentale e irrinunciabile dei movimenti della resistenza.
Bisogna però, altrimenti si rischia di affrontare la questione fuori
dal contesto storico e reale in cui si pone, farlo tenendo presente
lo scenario in cui tale questione si pone. A cosa assistiamo oggi?
Assistiamo al rafforzamento e potenziamento di alcuni Stati e, al
contempo, alla dissoluzione di altri i quali sono deprivati e
depotenziati della loro legittimità politica per assumere l’innocua
e in fondo esotica forma della struttura etnica, culturale,
religiosa, semi tribale e così via. Mentre gli Stati occidentali,
pur con tutte le modifiche anche radicali alle quali si è assistito
in questi ultimi anni, hanno dilatato a dismisura la loro funzione,
molti altri sono stati frantumati e continuano a esserlo. Non ci
vuole molto per capire che, il progetto strategico
dell’imperialismo, prevede la dissoluzione di ogni realtà politica a
lui non allineata e la costituzione, al loro posto, di grottesche
entità di tipo etnico/culturale completamente subordinate ai suoi
comandi. Le stesse realtà statuali ancora formalmente autonome, come
ad esempio gli stati del Nord Africa, hanno da tempo perso qualunque
tratto indipendente e sono diventati delle semplici appendici
poliziesche e militari degli Stati Occidentali. Poliziesca perché
sono in prima linea nella repressione e nell’annientamento delle
forze della Resistenza, operazioni che conducono sia all’interno di
quelli chiamati ancora formalmente confini nazionali, sia attraverso
l’invio di forze di polizia e forze speciali nelle metropoli europee
al fine di reprimere le lotte e le forme organizzative, attraverso
metodi apertamente terroristici, dei connazionali immigrati.
Militare perché, e il caso del Marocco che spara e uccide i migranti
africani per proteggere i confini spagnoli come nel caso di Ceuta e
Melilla ne rappresenta la migliore esemplificazione, al pari
dell’appoggio fornito da questi governi alla missione di Frontex
insieme all’adesione alla guerra contro tutto ciò che, per motivi
diversi, turba la pax occidentale è diventata la cifra del presente.
Allora, in uno scenario simile, rivendicare la legittimità di
edificare degli Stati veri non allineati al dominio imperialista,
assume un carattere positivo anche se la tua obiezione iniziale, a
proposito dei guasti che la riproduzione del modello statuale di
tipo occidentale nelle esperienze della decolonizzazione, non può
essere ignorata. [...]
Al termine di questa lunga intervista la domanda obbligatoria è la
seguente: quanto, delle cose che tu hai esposto, è patrimonio
diffuso nel mondo dei subalterni, dell’immigrazione e quanto,
invece, è semplice appannaggio di un ceto politico e culturale che,
non diversamente dalle classi agiate e assimilate del mondo arabo,
conduce una vita a sé, senza rapporti di una qualche importanza con
i mondi dei subalterni?
Il lavoro che la Resistenza è in grado di svolgere tra coloro che,
un tempo, erano i dannati della terra e oggi sono i dannati delle
metropoli è molto avanzato. L’imperialismo e il colonialismo hanno
un limite che oserei dire cognitivo: per loro il subalterno, il non
occidentale, il nero, l’arabo, il musulmano è, per definizione,
completamente incapace di pensiero politico e strategico. Nel corso
della colonizzazione l’indigeno, nella migliore delle ipotesi, era
qualcosa di simile all’animale domestico. Oggi, senza arrivare a
tanto, il non assimilato, il subalterno e così via può solo essere
un marginale, un criminale, un deviante, una subcultura. Tra lui e
il mondo legittimo vi è uno scarto incolmabile. Questa non è solo
vuota retorica ma una convinzione radicata tra gli imperialisti. Ma
questa convinzione è anche la loro pietra tombale perché, ciò che ho
brevemente esposto sopra, non è il frutto della riflessione di
qualche piccolo circolo di un’elite non allineata ma priva di
seguito. In maniera succinta ho semplicemente provato a descrivere e
fotografare un dibattito che, pur con gradi e livelli di coscienza
non omogenei, è presente in ampi settori di popolazione subalterna.
Le narrazioni che l’imperialismo mette in circolo nei confronti
delle popolazioni non occidentali e dei loro movimenti di
resistenza, rappresentano soltanto un sogno: il modo come
l’imperialismo immagina il suo avversario ma si tratta appunto di un
sogno che, dall’Iraq, al Libano, dalla Palestina alla Nigeria e così
via, diventa ogni giorno di più un incubo.
E invece, per quanto riguarda i territori delle metropoli europee?
Non sono in grado di parlare dell’Europa in generale ma, per quanto
riguarda Parigi e la Francia, la situazione è tale che la domanda da
porsi non è se la banlieue prenderà nuovamente fuoco ma quando.
Una calma precaria, dovuta soprattutto alla forte presenza di poliziotti,
regna nel Val d'Oise, il dipartimento a cui si è estesa la rivolta durata
due notti dopo la morte di due ragazzini in uno scontro con un'auto della
polizia, a Villiers-le-Bel. Sulle prospettive, il significato e le
caratteristiche di questa nuova esplosione delle periferie difficili, due
anni dopo la fiammata del 2005 abbiamo interpellato il sociologo Robert
Castel. Specialista della storia del mondo del lavoro (è autore, tra
l'altro, de «Les Métamorphoses de la question salariale», Gallimard, e de
«L'insécurité sociale», Seuil), Castel ha appena pubblicato da Seuil un
saggio sulle banlieues, «La discrimination négative» (recensito dal
manifesto il 12 ottobre 2007).
Dopo il 2005, nel 2006 l'agitazione è continuata, più o meno
nell'indifferenza generale (45.588 auto bruciate nel 2005, comprese le tre
settimane di esplosione, 44.157 nel 2006). Le due notti di violenza di
Villiers-le-Bel sono solo un nuovo capitolo o è cambiato qualcosa?
C'è una sorta di stato endemico dei problemi nelle banlieues, che ogni
tanto esplodono. Il fenomeno è iniziato nei primi anni '80 ed è andato
avanti ad un ritmo più o meno intenso. Ogni tanto ecco l'esplosione,
sempre scatenata nella sua dinamica da un'identica occasione: uno scontro
con la polizia. Quindi endemicità e ripetitività. Al tempo stesso va
rilevata una radicalizzazione: l'ultimo episodio a Villiers-le-Bel è stato
meno esteso del 2005, ma più violento. Il che indica la radicalizzazione
di una frangia relativamente limitata dei giovani di banlieue, sempre più
in opposizione totale, per non dire vero e proprio odio, alla polizia
prima di tutto ma anche rispetto ai simboli della cultura e dello stato.
E' cambiato qualcosa nell'atteggiamento del governo dal 2005 ?
Dopo il 2005 sono state fatte molte dichiarazioni che sembravano
manifestare una presa di coscienza della gravità del problema, anche se
poi sul piano concreto è stato fatto poco o nulla. Oggi, anche il governo
si radicalizza. L'atteggiamento di Sarkozy è lo specchio della
radicalizzazione dei giovani. Sarkozy dice che l'unico problema è
mantenere l'ordine contro le bande di teppisti e che non si tratta di un
problema sociale. Certo, c'è anche un problema di ordine, ma vedere solo
questo e ridurre la rivolta a un affare di polizia è più che unilaterale.
Esplosioni violente hanno luogo anche in altri paesi. E' un problema
europeo ? Stiamo seguendo la strada degli Usa ?
Il problema esiste al di là della Francia, anche se ci sono specificità
francesi, come il fatto che i protagonisti siano la seconda o terza
generazione di origine immigrata, hanno la cittadinanza francese e vengono
discriminati. Si può ipotizzare che nei paesi occidentali si stia
allargando la frangia di una popolazione ai margini, non più collegata con
l'insieme della società. In Germania è in corso da tempo un dibattito
analogo, su una nuova sotto-classe simile al sotto-proletariato del XIX
secolo - anche se non è la stessa cosa - che pone la questione
dell'insediamento, ai margini degli stati europei, di persone che non sono
propriamente al di fuori ma piuttosto spinte fuori dalla società e che non
vengono più trattate come cittadini, ma assimimati a teppisti, alla
feccia. Subiscono, per simmetria, un trattamento repressivo, poliziesco,
al limite militare. A Villiers-le-Bel la polizia ha fatto ricorso agli
elicotteri, si parla di introdurre i droni per controllare la banlieue,
come se fossimo in guerra e queste persone fossero degli invasori. Una
risposta che va al di là dello specifico esercizio di polizia, di
repressione del crimine. E' quasi uno stato d'assedio. Ho sempre pensato
che negli Usa ci fossero specificità diverse dall'Europa. Pensavo che le
cités in Francia non fossero paragonabili ai ghetti neri Usa o a quelli
del Sudafrica durante l'apartheid. Ma adesso bisogna dire che siamo di
fronte a un processo che va in questo senso. Non possiamo parlare
precisamente di ghetti in Francia, ma è in corso un processo di
ghettizzazione, di separazione di una parte della popolazione, che non è
ancora concluso.
Quest'anno l'opposizione e la protesta degli studenti è molto politica.
Nelle banlieues la politica non c'entra ?
Gli studenti sono un'altra cosa. Hanno obiettivi politici. In banlieue le
rivolte hanno un significato politico nel senso che portano sulla scena
pubblica questioni sociali e politiche importanti. Ma nella loro forma di
espressione - e anche nel modo in cui pensano se stessi - questi giovani
non sono nella sfera politica. E' piuttosto un movimento spontaneo, anche
se hanno fatto «progressi», si fa per dire, nell'organizzazione:
funzionano per bande, guerriglia. Il 2005, come quel che accade oggi,
rinviano pittosto alle manifestazioni di quello che nella società
pre-industriale era chiamata l'espressione di «emozioni popolari »,
scatenate da avvenimenti come l'aumento del prezzo del pane, cioè
agitazioni spontanee di gente disorganizzata. Nel passato, il passaggio
alla politica è avvenuto quando frazioni della popolazione si sono
organizzate in partiti, sindacati, per entrare nella politica ufficiale.
Per il proletariato è stato nel XIX secolo. Ma nelle banlieues non siamo a
questo stadio.
E' la fine di un mondo ?
Rischia di essere la fine della società salariale, cioè di un modello che
sembrava in via di realizzazione e che, anche se non voleva dire la fine
delle ineguaglianze sociali, permetteva all'insieme della popolazione in
paesi come la Francia, la Germania o la Gran Bretagna, di avere risorse e
una protezione di base che assicurava l'indipendenza economica e sociale,
un lavoro stabile. Un modello che, se non è stato ancora completamente
distrutto, non è più in espansione, anzi si sta degradando. Un fenomeno
che riguarda tutta l'Europa. Per questo credo che la posizione di Sarkozy
- « lavorare di più per guadagnare di più » - sia percepita come
un'ulteriore provocazione. Cosa può significare là dove la disoccupazione
è al 40%, domina il precariato e l'immigrato subisce discriminazioni
nell'accesso al lavoro ?
Secondo quanto dichiara al Riformista lo scrittore e sociologo Nicolas Baverez, autore del celeberrimo saggio La France qui tombe (sul "declino" francese), Nicolas Sarkozy è sulla strada giusta nell'affrontare i problemi delle periferie urbane, collegandoli direttamente a quelli dell'immigrazione e dell'integrazione, ma occorrerà molto tempo per ottenere risultati concreti. «Secondo me – ci dice Baverez - occorre partire dal problema dell'integrazione delle popolazioni giunte in Francia dai paesi extraeuropei, oggi molto più difficile che in passato. Le drammatiche situazioni di crisi che si verificano nelle aree di banlieue non sono che un rivelatore di questo problema di fondo». E ancora. «lo penso - prosegue Baverez - che, di conseguenza, la cosiddetta crisi delle periferie urbane non potrà essere definitivamente risolta che nello spazio di una o due generazioni. Non ci sono soluzioni a brevissima scadenza ed è inutile farsi illusioni a tale riguardo». Perché una crisi così profonda? «Perché – risponde lo scrittore transalpino –stiamo assistendo a una sorta di paralisi della società francese, che è bloccata su vari livelli: il mercato
del lavoro (con la drammatica crisi di una disoccupazione, più elevata che in altri paesi europei), il disfunzionamento di un apparato statale in altri tempi assai efficace e, in particolare, i gravi problemi del settore della scuola pubblica. Si tratta di elementi strutturali, che non possono certo essere affrontati alla leggera». E allora? «Allora occorre - continua Baverez - una scommessa su politiche di intervento in profondità nella società francese, ma dobbiamo sapere che non è soltanto una questione di denaro e di investimenti a pioggia nelle periferie urbane. Tra il 2000 e oggi la Francia ha speso ben 24 miliardi di euro a beneficio delle banlieue, ma i risultati di questo sforzo finanziario sono stati mediocri perché non c'è stata una riflessione di fondo sulle esigenze reali delle popolazioni che si volevano aiutare. Si è pensato alle infrastrutture e non alle persone. Questo è stato un risvolto della concezione del welfare alla francese, che bada alle categorie ignorando o comunque sottovalutando gli individui». Che esempio si può fare a questo riguardo? «Posso fare - risponde Baverez - l'esempio dello sforzo urbanistico compiuto dalla Francia nel corso degli ultimi decenni e anche nel corso degli ultimi anni. Si è pensato che bastasse costruire palazzoni per risolvere i problemi della gente senza alloggio e ci si è dovuti rendere conto che a quella gente non bastava un alloggio perché c'era bisogno anche di un ambiente in cui la vita potesse essere organizzata in modo efficace e magari anche gradevole. Così sono nati i 750 autentici ghetti urbani esistenti oggi nelle periferie delle città francesi. Ghetti in cui vivono tra i tre e i cinque milioni di esseri umani, che hanno bisogno di lavoro e di educazione. Questo è un punto fondamentale: dar loro non solamente una casa, ma anche lavoro ed educazione». Ed eccoci al giudizio sull'azione dell'attuale presidente della repubblica. «La strategia di Sarkozy -prosegue Baverez – è secondo me quella buona perché si muove su tre livelli:l'organizzazione dei flussi migratori, l'integrazione degli immigrati e infine la ricerca di uno sviluppo collettivo con i paesi da cui l'immigrazione proviene. Rispetto al primo di questi punti, Sarkozy ha fatto un grosso passo avanti, cercando di mettere ordine laddove regnava la confusione e chiarendo il fatto che la Francia ha bisogno di immigrati che vengano a lavorare, mentre oggi l'immigrazione "economica" è largamente minoritaria rispetto a quella che avviene sulla base del ricongiungimento familiare. Quanto all'integrazione, c'è un tentativo di rilanciare l'istruzione pubblica. Quanto allo sviluppo collettivo, sono stati mossi i primi passi di una strategia di dialogo ad hoc con i paesi da cui provengono gli immigrati». E nell'immediato? «Nell'immediato occorre - secondo Baverez - affrontare il nodo dell'altissima disoccupazione nei ghetti di periferia e togliere milioni di persone da una preoccupante situazione di profonda povertà. Si può pensare a politiche specifiche a vantaggio di componenti sociali particolarmente deboli, come i bambini, gli anziani e le donne che vivono sole».Conclusione di Baverez: «Ma, per concepire quelle politiche, la Francia farebbe bene a studiare le esperienze verificatesi in Gran Bretagna e anche negli Stati Uniti, invece di limitarsi a scrutare il proprio ombelico».
La Francia: evoluzione dei costumi
