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domenica, 14 giugno 2009

La montatura contro Berlusconi - Parte 2

  • Dall'articolo "Operazione sottoveste - Considerazioni + Piccola rassegna stampa" (L.D.S., Seeinside, giugno 2009):

E' stato lo stesso premier a rendere pubblica l'esistenza di queste foto facendo l'esposto alla magistratura.
A quel punto il fotografo ha dichiarato che alcune non sono le sue, perchè lui non è mai entrato a Villa Certosa a scattare.
Diamo quindi per provato che "alcune foto" provengono dall'interno della Villa, come risulta chiaramente esaminandole.

Chi le ha fatte, come e perchè?
Come e quando le ha date al fotografo? E soprattutto "chi" gliele ha date?

Mentre il fotografo tentava di vendere le immagini a Panorama millantando l'interesse dell'editore Rusconi c'erà già pronta l'Agenzia in Bolivia che le avrebbe vendute ai giornali italiani e stranieri.
E quindi è indubitabile che la tentata vendita a Panorama era una trappola. Le foto sarebbero uscite lo stesso, ma condite con l'accusa di averle pagate per farle sparire.

E' indubitabile che alcune foto sono "taroccate", fotomontaggi, e che la cosa si svela ad un esame appena superficiale. E che quelle taroccate sono le due di base su cui si è montato lo "scandalo", quella del primo ministro cecoslovacco (che aveva detto fin dal principio essere un fotomontaggio, ma nessuno si è preso l'incomodo di controllarla), e quella delle due lesbiche scatenate per il sollazzo degli ospiti, che sono, con ogni probabilità, sempre il primo ministro ceco e la moglie.
Sicuramente non sono due ragazze che si strofinano, se no non c'era bisogno di metterci la chioma posticcia (e qualche altra cosuccia che non vi sto a dire)

I giornali italiani e stranieri che hanno cavalcato la faccenda senza nemmeno darsi la pena di fare un controllo, sono complici, sprovveduti o che?

Stiamo parlando di The Times, del Financial Times, di El Pais, di Liberation, del Corriere della Sera, di Repubblica, di Frankfurter Allgemeine Zeitung, di Indipendent, de L'Unità, etc etc etc.

Intendono chiedere scusa o era "campagna elettorale"?

E se era campagna elettorale perchè potentissimi media italiani e stranieri la fanno contro la formazione di maggioranza, montando una sequela di diffamazione a livello planetario usando immagini palesemente truccate, spioni in servizio permanente, fotografi condannati e Agenzie fotografiche boliviane?
Perchè si è inquinata una elezione in un paese sovrano (e in uno solo) in questo modo?
Quali "interessi veri" ci sono dietro, a danno del nostro paese, per montare una diffamazione che finora non si era vista al mondo? Le "privatizzazioni"? Altri bocconi saporiti da incamerare a prezzo di realizzo? Che è, qualcuno vuole l'Acqua, un altro l'ENI, a nonno gli piacerebbe tanto, prima di morire, l'Ansaldo Nucleare o la Agusta-Westland. Giusto per esibirle al Circolo.

Spiegassero.
Oppure ci dicano pubblicamente "scusate, siamo imbecilli". A me sta bene lo stesso.

La montatura sullo scandalo Villa Certosa è stata a parer mio la fase2 della montatura sul caso Noemi.
L'Operazione Sottoveste, appunto, usare le donne per dividere il premier dal suo elettorato femminile (vedi scandali Clinton, Gary Hart...) e sotto il profilo elettorale è stata una buca pazzesca.

Ma da voci che corrono in rete, sui forum (e ovviamente incontrollabili) ci sarebbe una fase3 da mettere in atto al prossimo G8 a l'Aquila.
Consisterebbe, sempre secondo le "voci", in una serie di disordini messi in atto dai Black Block, da un avviso di garanzia al premier, per pedofilia (atto dovuto, naturalmente) e una nuova raffica di immagini dello stesso genere di quelle di cui stiamo parlando.

E se in caso, che fanno stavolta i grandi media internazionali, si riaccodano?
The Times scrive di nuovo che "Cala la maschera del clown"?
Le controlla le fotografie o ingozza tutto pur di scrivere un po di fregnacce?

Vedremo.
Per quanto mi riguarda se qualcuno mi incarica di spulciarmi le restanti 700 fotografie dispostissimo.
Sai come mi diverto.

Piccola rassegna stampa

Times. "Cala la maschera del clown", s'intitola l'editoriale del Times (1/6/09)
Il Times pubblica anche una lunga corrispondenza dall'Italia, intitolata "Berlusconi blocca la pubblicazione di foto di giovani donne in bikini a un party nella sua villa"

Un articolo sul Financial Times, invece, osserva che "l'ondata di gossip" e "l'odore di scandalo" intorno a Berlusconi [qua sembra mancare un periodo, ndr]

l'Independent riporta le pesanti critiche fatte dal premio Nobel per la letteratura Josè Saramago, che hanno spinto la casa editrice Einaudi, "parte dell'impero Modandori di Berlusconi", a non pubblicare il suo ultimo libro, che descrive tra l'altro il primo ministro come "un delinquente".

Germania. La Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), in un articolo firmato dallo storico corrispondente in Italia Heinz Joachim Fischer, fa paragoni mitologici: "A Silvio Berlusconi non basta presentarsi in Italia come un principe del rinascimento. Ora si prende a modello gli dei dell'antichità. Ad esempio il padre degli dei: Giove. Costui non era conosciuto solo per fulmini e saette, ma anche per le sue visite audaci presso le donne, tanto malfamate, quanto forse amate".

Francia. Il quotidiano Libération dedica la copertina alla vicenda: "Lo scandalo alle calcagna" e nelle due pagine interne: "Rivelando la tresca il quotidiano Repubblica ha fatto vacillare la popolarità del presidente del consiglio. E' una battaglia portata avanti nel nome di una certa concezione dell'interesse pubblico".

Spagna. Il quotidiano El Pais torna a trattare la questione in una corrispondenza da Roma: "L'opposizione italiana chiede a Berlusconi che spieghi in parlamento se abbia portato nell'organizzazione elettorale del partito i suoi invitati delle feste private in Sardegna" e si chiede: "Berlusconi utilizza gli aerei ufficiali dello stato Italiano per portare gli artisti, ballerine e veline a Villa Certosa? Ha fatto uso improprio dei beni dello stato? E' l'ultimo capitolo del Naomigate che ha trasformato l'Italia in un manicomio semplicemente portando allo scoperto l'abitudinaria mescolanza tra vita privata e pubblica di Berlusconi e la sua tendenza a conquistarsi amici e amiche dell'ambiente televisivo portandoli in quello politico".
postato da: Lif1 alle ore 21:01 | link |
categorie: italia, articoli

La montatura contro Berlusconi


FOTO 1 - Maggio 2008

Questa foto non può essere stata presa col teleobiettivo da lontano. E' stata presa da vicino (diciamo max 30/40 metri), quindi dall'interno della villa.
Lo testimonia:
- la profondità di campo dell'immagine, che tiene a fuoco elementi avanti a soggetto (la siepe, che è al di la della piscina e quindi almeno dieci metri davanti al soggetto) e dietro al soggetto (notare le crepe sui muri, i tendaggi dietro al vetro, le grosse pietre)
- la presenza dei cavi in primo piano (davanti alla siepe) solo leggermente sfocati, se la foto fosse stata fatta dal lontanto col teleobiettivo sarebbero invisibili.
Sarà facilissimo, facendo un sopralluogo, realizzando una scena 3D, inserendo i vari elementi, fare le verifiche e determinare sia in via teorica sia col riscontro sperimentale che questa scena si può ripetere solo da vicino.

Evidenze sull'uomo.
- quelli non sono peli pubici, è una pelliccia d'orso
- La mano a destra appare evidentemente posticcia, rifatta
- Il ginocchio a destra (sotto la mano) appare evidentemente rifatto, modificato.
- Sotto il ginocchio è evidente che sulla gamba continua la linea di separazione fra persiana e scalino

 
 

Ingrandimento, si evidenziano:
- la mano posticcia
- il ginocchio a destra malamente ritoccato, su cui appare la linea di separazione della persiana.
- sulla coscia a destra c'è una sfocatura ottenuta artificialmente.
- il pelliccione da orso

Altri elementi da evidenziare.
- lo scalino, la sedia, lo scalino, le pietre, i cavi, che troveremo in altre immagini.

Conclusioni:
- la fotografia è stata scattata da vicino, all'interno della villa
- la fotografia è un fotomontaggio.

 

.
Profondità di campo

In fotografia, la profondità di campo nitido o semplicemente profondità di campo (abbreviato in PdC o DoF dall'inglese Depth of Field) è la distanza davanti e dietro al soggetto principale che appare nitida (a fuoco). Per ogni impostazione dell'obiettivo, c'è un'unica distanza a cui gli oggetti appaiono perfettamente a fuoco; la nitidezza diminuisce gradualmente in avanti (verso il fotografo) e indietro (in direzione opposta). 

Il "campo nitido" è quell'intervallo di distanze davanti e dietro al soggetto in cui la sfocatura è impercettibile o comunque tollerabile; la PdC si dice essere maggiore se questo intervallo è ampio e minore se è ridotto. Per motivi legati all'angolo di incidenza dei raggi luminosi, il campo nitido è sempre più esteso dietro al soggetto a fuoco che davanti; più precisamente, la distanza perfettamente a fuoco si trova grosso modo a un terzo del campo nitido, verso il fotografo. Un punto al di fuori del campo nitido (sfocato) produce sulla pellicola un circolo di confusione, il cui diametro cresce man mano che ci si allontana dal campo nitido stesso.
 
 


 

Con un diaframma aperto (f/5), la profondità di campo è ridotta (il soggetto è nitido, ma lo sfondo è sfuocato)
 


Con un diaframma chiuso (f/32), la profondità di campo è estesa (lo sfondo e il soggetto sono nitidi)

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Profondit%C3%A0_di_campo
 

In questa immagine è possibile confrontare il medesimo oggetto ripreso nelle stesse condizioni con un teleobiettivo da 300mm di focale e un obiettivo da 70mm. Si varia solo l'apertura di diaframma " f ".
- il teleobiettivo da 300mm in posizione "tutto aperto" (f/5.6) non riesce a mettere a fuoco lo sfondo. In posizione "tutto chiuso" (f/32) l'edificio sullo sfondo è a fuoco, ma i due piani focali, quello degli ortaggi e quello della casa si sono avvicinati e sembrano coincidere. E' svanita la visione prospettica.
- l'obiettivo da 70mm in posizione "tutto aperto" (f/5.6) da una immagine sfocata dell'edificio sullo sfondo, mentre in posizione "tutto chiuso" (f/32) l'edificio sullo sfondo è a fuoco, ed è rimasta la visione prospettica.

Notare che il teleobiettivo ha la funzione di avvicinare gli oggetti, come un cannocchiale (vedere appunto in comparazione i due fotogrammi f/32 dove questo fenomeno si esalta)
(link
  http://www.reflex.it/tecnica/diaframma/index.htm )

Fin dall'esame della prima immagine dobbiamo presupporre che siano state riprese con macchine elettroniche (macchina fotografica o telecamera che sia) e non su pellicola.
E quindi presupporre una capacità automatica di compensare la luminosità della scena (cosa che verificheremo su una immagine più avanti)

Su questo presupposto per poter indicare se una immagine, comunque digitale, è ripresa con un teleobiettivo (cioè con un obiettivo a lunga focale, diciamo superiore a 100mm) o con un obiettivo "normale" dobbiamo esaminare gli effetti ottici che genera la diversa lunghezza focale.

- obiettivo da 300mm lo sfondo appare ingrandito, sfocato, e manca l'effetto prospettico
- obiettivo da 70mm lo sfondo appare definito e c'è l'effetto prospettico.

 

.
FOTO 2 - Gennaio 2009

E' la stessa inquadratura della foto precedente, le stesse caratteristiche e quindi lo stesso punto di scatto.
Si direbbe che il fotografo abbia lasciato la macchina sul cavalletto per sei mesi.
Notare come anche in questo caso la profondità di campo (è a fuoco la siepe e le damigiane che si intravedono sullo sfondo) neghi la possibilità che si sia usato il teleobiettivo.

Conclusioni - La foto è stata presa da vicino, la stessa distanza della precedente, a sei mesi di distanza, e quindi si sostiene da una postazione fissa, probabilmente una telecamera di sorveglianza del sistema della villa o di altra telecamera occulta piazzata per sorvegliare la dependance e carpire le immagini.

.
FOTO 3 - presumibilmente estate-autunno 2008

E' ancora una volta la stessa inquadratura, probabilmente è la stessa telecamera che riprende immagini su un campo visivo più ampio, da cui poi sono state ritagliate quelle che servono.
Che sia il 2008 lo si desume dal fatto che sono presenti i cavi che attraversano l'immagine e che c'è acqua nella piscina (si presume sia svuotata d'inverno)

Ancora una volta la profondità di campo nega la possibilità che sia stata presa col teleobiettivo.
Si evidenzia che appaiono a fuoco i cespugli in primo piano e le palme sullo sfondo, e si evidenzia che ancora una volta appaiono i fili che sono davanti ai cespugli.

Conclusioni - Anche questa immagine è stata fatta dalla stessa telecamera fissa, dall'interno della villa.

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FOTO 4 - presumibilmente gennaio 2009.

Per scattare questa foto il nostro eroico fotografo doveva stare in cima a un palo mascherato da gabbiano (o magari su un albero vestito da passero)
Siamo al ridicolo, soprattutto perchè nessuno di quelli che hanno pubblicato articoli scandalistici si sono posti la domanda.

Conclusioni - Escludendo che il premier si lasci fotografare da un gabbiano gigante su un palo, si può ipotizzare che sia un lampione o altro su cui è stata installata una telecamera occulta per carpire immagini, oppure queste vengono carpite illecitamente traendole dal sistema di sorveglianza.

.
FOTO 5 - Maggio 2008

Questa immagine, a differenza delle altre, appare presa da "lontano" (a dire da una distanza sensibilmente maggiore)
Infatti l'immagine appare "piatta", senza profondità di campo, il livello di definizione è lo stesso sia per la siepe davanti ai soggetti che per la pianta dietro ai soggetti.
Notare come appaiano sfocate le pietre del muro e si noti la sedia, che appare anche sulla Foto1.
Siamo infatti sull'altro lato della dependance, e due persone stanno facendo la doccia.
Chi sono?

"Una sequenza ne mostra due, bellissime, entrambe in topless che si rinfrescano sotto il getto dell'acqua. I corpi sono così vicini che sembra quasi si sovrappongano"
Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera 31/5/2009

Il braccio della "bellissima" a destra è mascolino. Il torso è mascolino. E l'accenno di capezzolo che si vede di profilo non sempra proprio un seno femminile.
Questi due sono l'ospite cecoslovacco Topolanek e la moglie, che appunto nella Foto1 (dove si vede anche la stessa sedia) indossa un costume rosso.
Non sono due bellissime assatanate che che si strofinano, sono marito e moglie che si fanno la doccia assieme.
Magari la notte si scoteranno pure i pelliccioni, ma santamente e del tutto legalmente (ma guarda che mi tocca scrivere :-)

La prova?
Beh, quella a destra fulva è evidentemente una capigliatura posticcia, un altro fotomontaggio.
Basta osservare che la chioma a sinistra appare come una macchia nera, con la cattiva definizione del resto dell'immagine, mentre la chioma fulva a destra è ben definita e si riconoscono perfino le ondulazioni dei capelli.
- L'altro punto è quella sfocatura artificiale sulla schiena (che in un programma di fotoritocco si ottiene facilmente con uno strumento chiamato "tampone") e che serve evidentemente per "snellire" il corpo maschile e renderlo femminile.

Conclusioni - E' un fotomontaggio, questi sono Topolanek e la moglie che si fanno la doccia.

..
FOTO 6 - estate imprecisata

Questa foto appare presa da "lontano" in quanto la definizione delle piante davanti e dietro alle signore è praticamente la stessa e non c'è profondità di campo.
Ma la parte interessante è che il sole è al tramonto, come è evidente dalla posizione delle ombre sui corpi.
Ma nonostante sia al tramonto e lo sfondo risulti praticamente nero gli oggetti iluminati appaiono molto luminosi, segno che si è lavorato sul contrasto per far risaltare i corpi.
Notare i punti A (pietra in primo piano), B (pietra su sfondo), D (sirena) e E (sirena)

FOTO 7 - data imprecisata

Questa immagine è stata presa dallo stesso punto di scatto (notare i particolari A, B, D, E, ma in tempi completamente diversi, in quanto rispetto alla foto precedente c'è la ringhiera e manca il sedile in pietra (quello su cui sono appoggiati i cuscini)

Conclusioni - un unico punto di scatto per due immagini riprese evidentemente in tempi molto diversi. Quindi, anche in questo caso, si tratta di una postazione di ripresa fissa.

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martedì, 27 gennaio 2009

Rapine a Roma


Fonte La Repubblica del 26 gennaio 2009:

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Furti a Roma


Fonte La Repubblica del 26 gennaio 2009:

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categorie: italia, dati

Delitti a Roma e provincia (totale)


Fonte La Repubblica del 26 gennaio 2009:

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Stupri a Roma (mappa)


Fonte La Repubblica:


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categorie: italia, dati, immagini e foto

Stupri a Milano


Fonte L'Espresso, del 13 gennaio 2009:

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sabato, 08 novembre 2008

Da un articolo del New York Times on-line

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categorie: italia, nord america, russia, immagini e foto
lunedì, 06 ottobre 2008

Proposta di legge contro siti definiti xenofobi

  • Dall'articolo "Presto proposta di legge contro siti web xenofobi" (APCom, 3 ottobre 2008):

Una proposta di legge per contrastare l'antisemitismo, la xenofobia e il razzismo su internet verrà presentato presto dal deputato del Pdl Alessandro Ruben, membro della comunità ebraica romana e presidente onorario dell'Anti Defamation League italiana.

"Si tratta di una problematica che sto approfondendo perché ha dimensioni internazionali", spiega Ruben. "L'intenzione è perseguire i siti con questi contenuti. E' come il Ku klux klan: nel momento in cui non era più possibile essere incappucciati, quel movimento sparì".

La questione è stata sottoposta oggi all'attenzione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano da parte della comunità ebraica romana, ricevuta al Quirinale. "Sentiamo di dover denunciare un vuoto legislativo in materia di prevenzione e condanna di ciò che la rete telematica offre nel campo della xenofobia e del razzismo - ha detto il presidente Riccardo Pacifici - e contiamo sulla Sua sensibilità affinché si vigili nei tempi dovuti a colmare questa lacuna. Lo diciamo non solo per noi ebrei, ma a tutela di tutti coloro che nella "rete telematica" rischiano di essere catturati o deviati nelle loro menti da organizzazioni criminali [organizzazioni criminali? Come se le carceri fossero piene o dovessero essere riempite solo di ipotetici "razzisti", ndr], che spesso trovano sede anche oltre confine".
postato da: Lif1 alle ore 12:25 | link |
categorie: italia, articoli

Visita Comunità ebraica di Roma al campo-nomadi della Magliana

  • Dall'articolo "Comunità ebraica: «Ci sono allarmanti segnali di razzismo»" (Stefania Podda, Liberazione, 28 maggio 2008):

C'è una storia che Piero Terracina, deportato ad Auschwitz e unico sopravvissuto della sua famiglia, racconta sempre. Di ritorno dall'inferno, e impegnato per il resto della vita a dar conto di ciò che aveva visto, narrava di come fu testimone del massacro dei rom. Uomini, donne e bambini finiti nelle camere a gas. Li sentiva sempre, vivevano nelle baracche accanto alla sua, ascoltava le loro voci e la loro musica che si diffondeva nel campo. Finché un giorno, non li sentì e non li vide più, erano stati gassati tutti.
Massimo Converso, presidente dell'Opera Nomadi, ricorda questo aneddoto mentre aspetta l'arrivo di Riccardo Di Segni. Il rabbino capo di Roma arriva nel campo rom di via Candoni, alla Magliana, nel primo pomeriggio. La comunità ebraica ha fortemente voluto questo incontro, una testimonianza di solidarietà che non ha nulla di rituale o formale. E' una vicinanza particolare, quella che lega ebrei e rom, uniti nella storia dallo stesso destino di persecuzioni e sterminio. Ecco perché - quando sono iniziate le aggressioni - la comunità ebraica è stata la prima a far sentire la sua voce e a lanciare l'allarme su una deriva oramai scopertamente razzista. Le molotov lanciate sui campi, i nomadi in fuga, la furia dei bravi cittadini esasperatI: scene che rimandano ad un passato ancora troppo recente per non far paura.
Di Segni lo dice subito: «E' un brutto momento, ci sono segnali allarmanti e noi non possiamo non coglierli. Ecco perché siamo qui, per manifestare la nostra solidarietà. E' un gesto simbolico e di amicizia verso i rom, perché non bisogna mai superare la soglia maledetta del razzismo. E invece è proprio quello che sta accadendo».
Una memoria dolorosa, quella dello sterminio, che rom ed ebrei condividono. Già nel 1992, l'allora rabbino capo di Roma, Elio Toaff, chiese che nei primi viaggi della Memoria, quelli che portano gli studenti a vedere i luoghi della Shoah, fossero presenti anche rappresentanze della comunità rom. Ecco perché, all'indomani dei roghi di Ponticelli, dalla comunità ebraica, era arrivato il richiamo più preoccupato per un razzismo assunto anche dalle istituzioni. Lo aveva fatto con un intervento del presidente dell'Ucei, Renzo Gattegna: «L'indiscriminata espulsione di un gruppo etnico - aveva detto Gattegna - potrebbe forse produrre momentanei consensi, ma ben presto la vera natura discriminatoria di un simile atto emergerebbe con chiarezza. E dobbiamo ricordare che le stesse pericolose dinamiche potrebbero colpire chiunque».
Come dire, è già successo e potrebbe succedere ancora, gli anticorpi potrebbero non essere più sufficienti. Lo ribadisce il rabbino capo, mentre percorre il campo circondato dai giornalisti e dai rom che gli aprono la strada. E' uno dei campi modello, questo della Magliana. E' un insediamento autorizzato, ci vivono circa quattrocento persone - bosniaci fuggiti dalla guerra e rimasti senza casa, e rumeni. Sono sistemati in prefabbricati con servizi, le strade sono asfaltate e il tasso di scolarizzazione dei bambini è molto alto. La comunità rom ha voluto che l'incontro avvenisse qui, voleva mostrare una realtà di integrazione che di solito è poco appetibile per i media a caccia di immagini di degrado e marginalità. «Però - come ricorda Paolo Ciani, della Comunità di Sant'Egidio - la maggior parte dei campi autorizzati dal Comune non hanno i servizi essenziali, sono senza acqua, senza fogne. Insomma non hanno nemmeno gli standard minimi di un campeggio».
L'incontro dura un'ora. Di Segni fa un giro del campo, si siede ad un tavolo e ascolta le storie di chi ogni giorno deve vincere il peso dei pregiudizi. Mioara Miclescu è presidente di una cooperativa di sole donne rom che gestisce una lavanderia-stireria. Tanti clienti, un lavoro ben fatto. Sino a quando non si è creato questo clima di intolleranza, ora Mioara ha paura di perdere la sua clientela, vede che già la guardano in modo diverso, sente che sono diventati diffidenti. Le capita anche di aver paura di uscire dal campo per andare al lavoro. Di Segni annuisce, ricorda come anche per gli ebrei c'è stato un tempo in cui aprire e tenere aperto un negozio, un'attività, era una continua lotta con il pregiudizio.
Il momento più toccante è l'incontro con Hanifa Hrustic, una sopravvissuta ai rastrellamenti e alle deportazioni naziste. E' una delle più anziane del campo, si siede per terra e, sigaretta in mano, racconta di Jasenovac, il più grande campo di concentramento nazista, costruito nella Croazia di Ante Pavelic. Vi morirono ebrei, rom, serbi, musulmani e oppositori politici. Decine di migliaia di persone, c'è chi dice un milione, uccise nel giro di quattro anni. Hanifa racconta che i rom vennero fatti riunire con la scusa di offrir loro del cibo e portati via. Lei aveva solo tredici anni, ma ricorda tutto. Seduta su una sedia, racconta al rabbino capo di Roma l'orrore che ha visto con i suoi occhi: «Per me - dice - è come se fosse ieri o oggi».
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Sherif El Sebaie negli USA - Parte 5

  • Dall'articolo "Mi hanno preso gli Americani (V)" (Sherif El Sebaie, Salamelik, 14 settembre 2008):

"La situazione sta decisamente degenerando". Questo è il commento lapidario con cui ho risposto a chi mi chiedeva, nelle agenzie governative americane, la mia impressione sul modo con cui viene trattata la comunità musulmana in Italia. D'altronde il quadro tragico da me delineato nell' articolo precedente pubblicato su questo blog - e che è successivo alla mia visita negli Stati Uniti su invito del Dipartimento di Stato - si rivela sempre più disastroso. L'11 settembre scorso è stato annunciato che il capogruppo della Lega alla Camera sta per presentare un disegno di legge che prevede "una stretta sulla moschee": Nessuna costruzione a meno di un chilometro da una chiesa, divieto di minareto, via libera solo dopo referendum locale, ecc ecc. Il cosiddetto disegno di legge mi ha ricordato una scena del film "Hassan e Marcus," proiettato recentemente nelle sale egiziane. Il film con Omar Sharif e Adel Imam, i due attori più famosi e potenti del Medio Oriente, racconta la storia di Mustafa, un musulmano praticante e di Marcus, un teologo copto, che - minacciati rispettivamente dagli estremisti musulmani e da quelli cristiani per le loro posizioni contrarie alla violenza - si trovano costretti a vivere sotto falsa identità in un programma di "protezione testimoni". Marcus finisce per assumere l'identità di un musulmano mentre Mustafa assume quella di un copto ed entrambi si ritrovano a vivere nello stesso palazzo: vi lascio immaginare gli episodi esilaranti che scaturiscono da tale situazione, ma anche la carica di denuncia sociale contenuta nel film. Ebbene, in una scena si vedono imam musulmani e preti copti mentre si avviano ad uno dei tanti convegni di unità nazionale che vengono regolarmente promossi in Egitto. Mentre i due preti si lamentano delle restrizioni burocratiche sulla costruzione delle chiese, i due imam si stracciano le vesti: "Perseguitati? Ma se siamo noi quelli perseguitati, non c'è moschea che venga costruita senza che di fronte non sorga una chiesa!" (la legge risale agli anni 70, ndr).

Mentre in Egitto, il paese che "perseguita" i copti [complimenti per le virgolette! ndr] questo film viene proiettato nelle sale, in Italia - il paese che "garantisce" la libertà di culto, i musulmani vengono piantonati dai vigili affinché venga impedito loro di pregare. L'ottimo Renzo Guolo tira le somme in un editoriale pubblicato su Repubblica, venerdi scorso: "Nel delirio quotidiano che demolisce ogni residua sovranità, e autorità, dello Stato centrale a favore del nuovo, e invasivo, autoritarismo disciplinare locale, i sindaci leghisti decidono anche se gli appartenenti a una confessione possono o meno pregare insieme. Incidendo non solo sulla pratica religiosa ma anche sul concreto esercizio delle libertà costituzionali, sancite dagli articoli 3, 8 e 19 della Carta. Omaggio estremo al nuovo "federalismo religioso", ispirato alla nostalgia, regia e littoria, dei "culti ammessi" [se è "federalismo religioso" non può essere "nostalgia regia e littoria". Si tratta di fenomeni assai differenti, ma non si pretende che uno straniero, quale è Sebaie, comprenda appieno, ndr]. Non a caso è stato proprio negli Stati Uniti che ho maturato la convinzione che la priorità assoluta deve essere data all'approvazione di una legge sulla libertà religiosa in Italia, abolendo definitivamente il meccanismo fascista dei concordati e delle intese. Continua Guolo: "Da tempo nelle città venete i musulmani sono impediti collettivamente nel loro esercizio del culto, anche in locali che pure avevano acquistato o affittato. E costretti o all´umiliante pratica della "moschea itinerante", ospiti temporanei di comuni guidati dal centrosinistra, che hanno concesso loro degli spazi. O a pregare polemicamente all´aperto, sollevando le dure reazioni dei sindaci-sceriffi". L'altro giorno hanno pregato sotto l'occhio vigile delle telecamere della rete satellitare Aljazeera, cosi tanto per far rimediare all'Italia l'ennesima figuraccia all'estero [considerando che Aljazeera ha il grosso del suo bacino d'utenza nei paesi maomettani, dove la pratica religiosa cristiana è perlomeno "controllata" dall'alto, la figuraccia lascia il tempo che trova, ndr]. Proteste pacifiche, portate avanti soprattutto dai giovani di Seconda Generazione, a cui va il mio più totale e incondizionato appoggio. Non è più accettabile, infatti, come scrive Guolo, che "La seconda confessione per numero di fedeli in Italia – un milione e trecento mila persone , numeri destinati a crescere [ma anche no. Può sempre capitare un qualche... impedimento, ndr]– , " rimanga "senza tutele a causa della mancanza di un´intesa con lo Stato e di una legge sulla libertà religiosa, sempre più lontane in questa legislatura ostaggio del Carroccio, incontra, così, seri ostacoli all´esercizio del culto. Con una serie di conseguenze destinate a generare tensioni".
postato da: Lif1 alle ore 10:01 | link |
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Sherif El Sebaie negli USA - Parte 4

  • Dall'articolo "Mi hanno preso gli Americani (IV)" (Sherif El Sebaie, Salamelik, 8 settembre 2008):

L'urgenza di un "Piano per la Rinascita Multietnica" dell'Italia si può percepire alla luce di quanto sta accadendo alla comunità islamica locale. Non appena è iniziato il Ramadan, il mese sacro del digiuno, un sindaco leghista ha deciso di chiudere la moschea (e cioè il luogo di aggregazione della comunità per antonomasia). Altri minacciano: «Vigili di piantone 24 ore su 24: se i musulmani si mettono a pregare, li sgombero». «Se proveranno a pregare, i musulmani saranno fuorilegge e come tali dovranno prepararsi alle conseguenze dei loro gesti». Un consigliere comunale afferma di essere stato aggredito, la comunità islamica risponde: «Quell'uomo ci ha provocato. E' arrivato qui sputando per terra e insultandoci». Possibile che un consigliere comunale si sia abbassato a questi livelli? Il dubbio è legittimo, quando si legge che un eurodeputato, accompagnato da una trentina di simpatizzanti, ha compiuto una breve passeggiata tra i vicoli del centro storico di Genova "alzando il braccio nel segno dell’ombrello e scandendo lo slogan «abbiamo i c.... pieni delle moschee»", dicendosi disposto «a impugnare la spada di Giussano per fare pulizia etnica».

Per chi è appena tornato dagli Stati Uniti, un paese in cui non solo ci sono le moschee (e quali moschee) ma in cui non si è esitato a condannare a ben 14 anni e tre mesi di carcere un cittadino americano che aveva lanciato una molotov inesplosa contro la moschea di El Paso, assistere a questa escalation ha qualcosa di surreale. Soprattutto quando si legge che, dopo la stagione delle moltov italiane sui luoghi di culto islamici in Lombardia (il cui autore è stato finalmente arrestato), ignoti hanno impugnato la bomboletta spray per lanciare un avvertimento alla comunità musulmana sotto forma di citazione dell’Apocalisse di Giovanni e la scritta: «Allah=Satana. Il figlio di Satana è Maometto». Non si può che rimanere spiazzati, quando si viene a sapere che l'eurodeputato sopra citato aveva fatto irruzione in una chiesa per annunciare il solenne giuramento "approfittando dello sconcerto di un custode intimorito da tesserini parlamentari e polizia di scorta". Che a Treviso c'è un "massiccio intervento di controllo d’ordine pubblico voluto dal prefetto e attuato da vigili urbani e polizia" e che i vigili vengono quotidianamente mandati per controllare i musulmani: «Se si mettono a pregare, scatta lo sgombero» mentre chi osa protestare viene chiamato in questura e gli "viene chiesto di valutare se valga la pena di calcare la mano, di «ragionare»". Tutto questo accade con l'esercito per strada e varie figure politiche di primo piano impegnate in dotte disquisizioni sui meriti e i demeriti del Fascismo, che sembra tornato di gran moda [quindi? Su questo punto che avrebbe da "insegnare" Sebaie? ndr].

Trovo demenziale che le forze dell'Ordine vengano strumentalizzate e dirottate da una reale attività di prevenzione e contrasto del crimine per controllare se gli islamici stanno pregando o meno. E' cosi difficile, in un paese che si professa democratico, laico e civile, dotare le comunità musulmane di adeguati luoghi di culto in base ad un compromesso amichevole con le istituzioni e la cittadinanza?
Negli Stati Uniti, patria dell'11 settembre  [espressione interessante, ndr], non solo i musulmani hanno moschee e ne costruiscono di nuove, ma ho visto con i miei occhi un venditore di hot dog pregare sul marciapiede nel pieno centro di New York. Nessuno si è fermato a guardare, nessuno si è "spaventato", nessuno ha chiamato i vigili [negli USA, questo "faro di civiltà", i cittadini non si fanno particolari domande neanche sulla scomparsa della loro classe media, nè sull'attuale crisi economica, nè sul sistema economico alla base della prima e della seconda, ecc. Tranne rare eccezioni che rimangono tali, ovviamente, ndr]. Il procuratore di Treviso ammonisce «Invito tutti alla calma, andando avanti così si rischia una pericolosa escalation». Ma chi la vuole l'escalation? Leggo che i "nervi sono a fior di pelle nella stessa comunità islamica di Treviso, che ormai si è spaccata in due tronconi: l’ala integralista, spesso protagonista di proteste eclatanti contro la Lega come, mesi fa, la preghiera in mezzo alla strada; e le «colombe», che si sono dissociate dagli integralisti andando a pregare a Villorba, nel parcheggio dell’ex moschea del Centro grossisti, chiusa da anni. Un gesto per il quale le «colombe» sono state comunque diffidate dal Comune". Già, proprio cosi: diffidate dal Comune.
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Sherif El Sebaie negli USA - Parte 3

  • Dall'articolo "Mi hanno preso gli Americani (III)" (Sherif El Sebai, Salamelik, 5 settembre 2008):

L'allucinante teatrino imbastito sul voto agli immigrati che si sta consumando in queste ore dà tutta la misura dell'abissale differenza in materia di immigrazione fra l'Italia e gli Stati Uniti, che ho visitato recentemente su invito del Dipartimento di Stato. Mi ricordo delle parole di un ricercatore che mi disse: "i musulmani qui non provano la stessa rabbia che provano in Europa poiché sanno che da queste parti possono "farsi una vita"". Mentre un businessman pakistano mi disse: "Negli USA sappiamo che sono garantite le nostre vite e le nostre proprietà" [ma perchè, in Europa chi gliele tocca? Se questa non è propaganda... ndr]. Sapere di poter "farsi una vita" ed essere certi che "vita e proprietà" siano al sicuro è difficile, in un paese che tratta persone che vivono e pagano le tasse magari da trent'anni come se fossero eterni "ospiti" [in Italia, gli unici che sembrano pagare regolarmente le tasse sono solo gli immigrati, a detta di immigrati e immigrazionisti, ovviamente, ndr]. Campare con in mano un foglio che non ti dà la possibilità di votare il tuo sindaco non è ciò che chiamo una garanzia di stabilità.

E cosi può capitare che il leader dell' opposizione scriva una lettera chiedendo al presidente della Camera, appartenente alla maggioranza, di realizzare una cosa che l'attuale opposizione avrebbe potuto - e dovuto - fare benissimo quando era la maggioranza. Interessante. Il Presidente della Camera risponde con un' "apertura". Il Ministro dell'Interno - da cui dipende l'esistenza degli immigrati - e il suo partito di riferimento prendono subito le distanze (chissà perché avevo l'impressione che sarebbe andata proprio così), segue lo stesso partito del presidente della Camera e infine il Presidente del Consiglio. Per non parlare del 66,6% dei lettori del Corriere. Insomma: nulla di nuovo sotto il sole. Il leader dell'opposizione afferma che «La notizia è che Berlusconi ha idee diverse dal presidente della Camera sul tema del voto agli immigrati». Carràmba che sorpresa.

"Non è una priorità", affermano tutti. "Non è nel programma". Effettivamente, in questo paese, il voto agli immigrati non può essere ritenuto una priorità se non dagli immigrati stessi. Come deve essere una priorità l'esercitazione di una pressione politica e sociale, anche senza possibiltà di voto, sui partiti politici affinché i loro programmi siano costretti ad adeguarsi alla realtà dell'Italia multietnica. Esercitare una pressione politica e sociale si chiama "lobbying". E quale altro paese, per studiare il lobbying, se non gli Stati Uniti e Washington, una città che vive di e sulla politica? Quando mi è stato chiesto di esprimere alcuni temi su cui avrei preferito concentrarmi durante la visita negli USA, la mia prima richiesta fu quella di incontrare persone che si occupano di "lobbying", e che quindi esercitano una pressione a favore di particolari gruppi di interesse.

Negli USA ho avuto modo di chiedere anche ai rappresentanti di vari organismi incontrati (banche, fondazioni, associazioni) dei progetti e delle attenzioni specificatamente rivolti alle minoranze etniche. E ciò che ho sentito conferma quando ho sempre richiesto a gran voce su questo blog: favorire la costituzione di una lobby che operi a favore dei diritti degli immigrati. Il soggiorno negli USA è stato un'esperienza interessante, da quel punto di vista, sia in termini di contatti che di know-how. Questa è la grande novità: forse si può già intraprendere la strada della costituzione di una lobby di immigrati e di italiani sensibili alle loro richieste che condizioni la politica italiana sul tema. E che nessuno si scandalizzi: se gli immigrati non possono votare, possono sempre esercitare pressione (vi meravigliereste di quanta pressione potrebbero esercitare). Rientra nel gioco democratico [in realtà il lobbismo è fenomeno supposto democratico, ma non necessariamente tale, anzi, se si fosse onesti se ne dubiterrebbe solamente, essendo un qualcosa legato ad una idea frammentata di società e con pericoli di ulteriore frammentazione, oltre che di acquisto di potere solo da parte di gruppi determinati (il lobbismo "premia" i più danarosi), ndr]. Ecco perché invito tutti voi a darmi una mano a redigere un documento programmatico, una guida per chi vuole cambiare lo stato delle cose: il "Piano per la Rinascita Multietnica" dell'Italia [una nuova P2 è alle porte, solo in salsa multicolore? ndr].
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Sherif El Sebaie negli USA - Parte 2

  • Dall'articolo "Mi hanno preso gli Americani (II)" (Sherif El Sebaie, Salamelik, 3 settembre 2008):

Visitare gli Stati Uniti in qualità di ospite ufficiale del Dipartimento di Stato quando c'è in giro gente che avrebbe voluto vederti a Guantanamo solo perché osi contestare la gestione dell'immigrazione in Italia può portare a reazioni alquanto sgangherate. Una lettrice, nota tra l'altro per le sue posizioni xenofobe, ha tenuto a farmi sapere che sarebbe stato meglio se avessero invitato "qualcuno un po' più equilibrato e meno equilibrista, invece di un extracomunitario erudito (che non è sinonimo di cultura) immigrato in Italia", che proviene da una "cultura sanguinaria" e che fomenta "l'odio razziale" (si, sta parlando proprio di me, pericolosissimo Imam della Moschea Ammazzatelitutti). Ovviamente, da qui a ritenere che gli USA siano implicati in un complotto per l'islamizzazione dell'Europa il passo è stato brevissimo. Chi è appassionato al genere "delirio" può seguire gli allucinanti commenti sotto il primo episodio di questa serie. Andiamo però oltre, nel resoconto di questa mia particolare esperienza americana.

L'International Visitor Leadership Program, il programma sotto l'egida del quale sono stato invitato negli Stati Uniti è un perfetto esempio di quel partenariato pubblico-privato che caratterizza molte iniziative americane. Un modello unico nel suo genere, che sarebbe bene importare anche in Italia, soprattutto in ambito imprenditoriale. In poche parole, il Dipartimento di Stato mette a disposizione le risorse, il supporto, il tema attorno al quale dovrebbe essere strutturato il programma (il contenitore) e poi un insieme di organizzazioni private, no-profit e di volontariato sparsi su tutto il territorio americano mettono insieme una fitta agenda di incontri con politici, giornalisti, accademici, imprenditori, artisti, religiosi, studenti ecc (il contenuto). Nel tempo libero, poi, uno ha modo di girare e farsi le proprie esperienze personali o di chiedere di incontrare qualcuno in particolare. Ma molte sono anche le occasioni conviviali: gli inviti a casa, i pranzi di lavoro. Nel mio caso il programma è iniziato a Washington, prevedeva una tappa a a New York, quindi è proseguito con la visita di altre 4 città negli Stati dell'Iowa, Ohio, Missouri e Texas prima di tornare nuovamente a New York.

Gli Stati Uniti sono un paese vasto e complesso (ho visto più aerei e cambiato fusi orari in quel viaggio che in tutti quelli precedenti della mia vita) e non basta ovviamente una visita per comprenderne a fondo le dinamiche. Ma è certo che, con un programma del genere, si incontrano molte più persone che non nel corso di una semplice "vacanza turistica". E si ha soprattutto l'opportunità di interloquire con individui di origini, idee ed esperienze molto diverse fra di loro. Ho avuto modo di incontrare persone di origine siriana, libanese, palestinese, senegalese, pakistana, messicana, coreana, cinese, anglosassone, ecc. Persone che erano negli USA da 15 o 20 anni e altre che discendevano dai primi coloni o schiavi. Gente che è arrivata da regolare e altri che sono entrati da clandestini e che poi hanno usufruito di qualche sanatoria. Studenti e professionisti di successo. Ebrei, cristiani delle più disparate confessioni, indù ecc. Musulmani che si sentivano in pericolo e discriminati in seguito all'approvazione del Patriot Act e altri che dicevano di aver ritrovato negli USA la loro dignità di credenti e di esseri umani. Ho parlato con repubblicani che pregano per McCain e democratici che stravedono per Obama, con gente che maledice il governo e altri che invece ne elogiano l'operato.

In poche parole, nessuno ha tentato di "vendermi" gli Stati Uniti come il "paradiso terrestre". Hanno però cercato di darmi l'opportunità di avere una panoramica più completa possibile. E allora uno tira le somme, fa un bilancio e soprattutto un confronto con la situazione italiana. Quando senti l'Imam di una delle moschee storiche degli Stati Uniti dirti che il giorno dopo l'11 settembre aveva trovato un mazzo di fiori sulla porta della moschea, non può che venirti in mente la testa di maiale lasciata di fronte alla porta del cantiere della moschea di Colle Val D'Elsa. Quando vedi una moschea completa di cupola dorata e minareti e vieni a sapere che dopo l'11 settembre il locale comitato interfedi aveva organizzato una catena umana con ebrei, indù, metodisti, protestanti, ecc intorno alla moschea per ribadire la vicinanza dell'intero quartiere al luogo di culto e alla comunità locale, non possono non venirti in mente le contestazioni a base di salsiccia, le proteste delle curie, le manifestazioni politiche che vengono messe in scena in Italia per obbligare i musulmani a continuare a pregare nei garage e nei sottoscala.

Gli Stati Uniti sono un paese costruito sull'immigrazione. Ma sbaglia chi crede che il fatto che negli USA tutti siano "immigrati" o "discendenti di immigrati" abbia in un certo senso avvantaggiato la politica di integrazione mentre in Europa sarebbe del tutto impossibile riproporre lo stesso modello, poiché qui ci sono gli "autoctoni" e gli "stranieri". Gli americani che sono discendenti dei primi coloni non si sentono mica "immigrati" ma degli "autoctoni" a tutti gli effetti e con cadenza regolare essi devono confrontarsi con ondate di immigrati con caratteristiche e problematiche diverse (ora è il turno dei latinoamericani). Si sentono sui clandestini discorsi molto simili a quelli che si possono sentire in Italia (anche se li la preoccupazione maggiore non è la criminalità ma che questi irregolari usufruiscano di servizi senza pagare le tasse) [ma anche no: il tema criminalità è affrontato regolarmente, assieme ad altri aspetti, ndr]. Non è un paese che vive di rendita, in materia di immigrazione. E' quello che io pensavo fin quando non ho avuto modo di confrontarmi con i principali protagonisti del settore: gli USA, semmai, si rifanno alle esperienze passate per inventare meccanismi nuovi. Ora che in Italia ci sono seconde e persino terze generazioni di immigrati, sarebbe anche il caso di pensarci [su questo... concordo. Gli USA dovrebbero ricordarsi dell'operazione definita Wetback e riapplicarla, così come dovremmo perlomeno fare noi italiani, ndr].
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Sherif El Sebaie negli USA

  • Dall'articolo "Mi hanno preso gli Americani (I)" (Sherif El Sebaie, Salamelik, 2 settembre 2008):

"Il portatore di questa tessera è un'ospite invitato dal governo degli Stati Uniti, che viaggia ufficialmente sotto gli auspici del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America. Qualsiasi cortesia potete estendere a questo ospite ufficiale assisterà enormemente il Dipartimento di Stato nel compimento della sua missione". Cosi recita la tessera che mi è stata consegnata al mio arrivo a Washington lo scorso luglio. Subito dopo, ho profondamente riflettuto - ancora una volta - su ciò che la parola "ospite" significa per me, su quello che significa per gli Stati Uniti e su come invece viene comunemente intesa in Italia, specie se riferita ad un cittadino straniero ed in particolare extracomunitario (Ah, mentre ero negli USA ho seguito - vergognandomi come se fossi italiano - le cronache legate all'immigrazione nel bel paese: la dichiarata "emergenza immigrazione" manco fosse un uragano, i pestaggi degli extracomunitari ad opera di balordi ma anche di vigili, l'umanitaria evacuazione (sic) dei rifiugiati politici che cercavano un tetto nel duomo di Napoli). Avremo senz'altro modo di parlarne ancora, ma cominciamo da capo: com'è che sono finito negli Stati Uniti, ospite del governo americano?

L'invito che mi è stato rivolto agli inizi del 2008 è stato il punto di arrivo di un lungo periodo in cui ho avuto il piacere di interloquire con le missioni diplomatiche statunitensi in Italia. In un certo senso quindi, questo è stato un viaggio alla ricerca di conferme, non di risposte. E fra le tante conferme giunte, quella che più mi preme di comunicare ai lettori di questo blog e in particolare ai lettori musulmani, sono gli sforzi positivi e propositivi che gli Stati Uniti stanno portando avanti per la promozione del dialogo con le comunità islamiche residenti in Europa.(lo so, sembra "propaganda" ma non lo è). Molti lettori si meraviglieranno, poichè l'attuale disastrosa politica estera statunitense induce a immaginare un paese che agisce solamente sulla strada del confronto armato trascurando quella del dialogo. E invece non è cosi, ma - come al solito - è l'aspetto peggiore, quello che viene esaltato dai media. Niente di nuovo sotto il sole, e sono rimasto sconvolto nello scoprire che la regola mediatica vale anche persino per gli aspetti positivi della politica della superpotenza mondiale.

Pur essendo questo il mio primo viaggio negli Stati Uniti, avevo già un'idea molto chiara sul paese, la sua storia e la sua politica interna ed estera. Non a caso avevo più volte invocato l'applicazione del modello statunitense di integrazione anche in Italia. Certo, è un modello che presenta elementi positivi e negativi, ma io ero - e lo sono ancora di più oggi- perfettamente convinto che ispirarsi quanto meno a tale modello sarebbe stato meglio della completa ed assoluta assenza di un qualsivolgia modello di integrazione, come avviene invece in Italia. Converrete con me che aver l'opportunità non solo di visitare gli Stati Uniti ma di studiare l'integrazione e il multiculturalismo statunitensi, in un' ottica culturale ed economico-imprenditoriale e con una particolare attenzione alla comunità islamica era un'occasione del tutto unica.

In effetti, l'invito che mi è stato rivolto dal Consolato Statunitense specificava che avrei partecipato all' "International Visitor Leadership Program": "un programma di scambi culturali amministrato dal Dipartimento di Stato" che "si basa sull’idea di dare la possibilità a giovani che noi pensiamo possano diventare dei leaders nei propri paesi, di soggiornare negli Stati Uniti per meglio comprendere il nostro sistema di governo, le nostre tradizioni, la nostra gente e la nostra cultura". Attivo sin dal 1948, al programma hanno preso parte, tra gli altri, più di 150 capi di stato e di governo. Fra questi tre presidenti della Repubblica Italiana: Francesco Cossiga (nel 1966, eletto nel 1985), Giuseppe Saragat (1963, eletto nel 1964) e Oscar Luigi Scalfaro (1960, eletto nel 1992). Ma anche Romano Prodi (1979, eletto nel 1996), Giovanni Goria (1981, eletto nel 1987) , Giovanni Spadolini (1952, eletto nel 1981), Arnaldo Forlani (1960, eletto nel 1980). Dall’estero, si annoverano Tony Blair, Hamid Karzai, Gerhard Schroeder, Margaret Thatcher, Valery Giscard D’Estaing, Indira Gandhi, Boutros Boutros-Ghali, Willy Brandt e Anwar Sadat. Insomma, è ufficiale: rinunciare alla partecipazione non poteva che portare sfiga.

Nel corso del programma, specificava l'invito, sarebbero stati organizzati "appuntamenti di alto livello presso le principali agenzie federali e governative a Washington e in altre città americane" con lo scopo di "conoscere la struttura del governo americano, il suo sistema politico, economico e sociale", "approfondire la conoscenza fra i nostri i due paesi" nonchè "i temi dell' imprenditorialità, integrazione e multiculturalismo". Una proposta che non si può rifiutare. Anche perché, un po' di tempo fa un lettore di questo blog si augurava che finissi "in una cella della CIA" perchè difendo i diritti degli immigrati sostenendo che in Italia esiste, e si aggrava, il fenomeno del razzismo. Converrete con me che l'unico modo per accontentarlo ero proprio quello di accettare l'invito del governo USA, e vedere se al mio arrivo a Washington sarei stato caricato su un aereo per Guantanamo. Mi spiace deluderlo: non è andata affatto cosi.
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