Chiunque abbia una minima conoscenza del settore sa benissimo che molti
degli accordi a livello governativo per la vendita di armamenti e altri
materiali militari sono in realtà faccende squisitamente politiche, in cui
almeno uno dei contraenti (e spesso tutti e due) vede l’accordo sopratutto
come uno strumento per mirare a obiettivi strategici a lungo termine, la
cui importanza trascende di gran lunga da un lato la necessità di
soddisfare i bisogni operativi delle forze armate e dall’altro il
desiderio di riportare in cassa almeno parte dei costi di sviluppo e
industrializzazione. Al contrario di quanto gli oppositori del commercio
di prodotti per la difesa (alias ‘mercato di morte’) amano sostenere,
capita ben raramente che degli interessi di tipo puramente industriale e
finanziario siano il fattore principale per la conclusione di un contratto
di questo tipo. La natura eminentemente politica delle vendite d’armi
diventa anzi sempre più chiara e dominante, in parallelo con il crescere
del valore finanziario dell’accordo, e si pone come il fattore assolumente
prioritario nel caso di vendite in aree di crisi.
Ma anche con questo sfondo generale, i piani recentemente annunciate
dall’amministrazione Usa per vendita di armamenti avanzati per uno
straordinario valore totale di 63 miliardi di dollari a Israele, Egitto,
Giordania, Arabia Saudita e le cinque monarchie del Golfo (Bahrain,
Kuwait, Qatar, Oman e gli Eau) spicca come un qualcosa di assolutemente
unico, non solo per le sue iperboliche dimensioni ma sopratutto perchè si
tratta forse della vendita d’armi a più alto contenuto politico che si sia
mai vista. Non siamo più a uno schema tradizionale, in cui le vendite
d’armi vengono usate per appoggiare la politica americana in Medio
Oriente; questo piano è di per sè tutta la politica americana in Medio
Oriente, con la diplomazia in funzione di supporto di retroguardia invece
del contrario.
Chi riceverà cosa è virtualmente irrilevante a livello politico (anche se
naturalmente le persone in uniforme tenderanno a vedere le cose in modo
ben diverso), e anche quella che a noi può sembrare una smisurata montagna
di danaro è in realtà ben poca cosa se vista dalla Casa Bianca o dal
Pentagono; ai livelli di spesa attuali, 63 miliardi di dollari coprono sì
e no dieci mesi dei costi correnti per le operazioni in Iraq, acquisti di
materiali non compresi. Quello che che invece conta davvero è l’obiettivo
politico e strategico, che consiste essenzialmente nel tentativo di
strappare la visione neocon di un Nuovo Medio Oriente dal pantano iracheno
dove è rimasta intrappolata e rimetterla in marcia. L’approccio di base
rimane quello da sempre praticato dall’amministrazione Bush e cioè la
politica estera e la diplomazia basate sopratutto sull’uso (o la minaccia
dell’uso) delle armi; con la differenza che alle armi nelle mani dei
soldati americani, dovranno ora aggiungersi quelle vendute ad alleati e
amici nella regione.
L’estrema importanza dell’obiettivo cui Washington mira è sottolineata dal
fatto che l’amministrazione americana ha platealmente abbandonato uno dei
precedenti punti chiave di tutta la sua politica in Medio Oriente: non
permettere mai delle vendite di armi a paesi arabi, che potrebbero
minacciare la superiorità militare di Israele. E lo stesso Israele, che di
norma non lascia mai passare una sola vendita di materiali militari
americani ai suoi vicini senza esprimere il suo allarme e la sua
opposizione, e che in non pochi casi è riuscito a mobilitare la lobby
filo-ebraica per far modificare, ritardare o cancellare del tutto la
vendita, questa volta non ha nemmeno fiatato. Gerusalemme capisce
perfettamente cosa Washington stia tentando di fare, e pur se forse non
condivide tutti gli scopi della manovra americana, si rende conto che
questo non è proprio il momento più adatto per piantare una grana. Il
primo ministro Olmert si è così affrettato a dichiarare: “Comprendiamo la
necessità americana di appoggiare i paesi arabi moderati”.
Al centro di tutto c’è, ovviamente, l’Iran. A torto o a ragione,
Washington si è convinta che l’Iran rappresenti il principale ostacolo
allo spiegamento della sua visione strategica globale per il Medio
Oriente. In questo contesto, gonfiare i paesi arabi di armi moderne mira a
due scopi: da un lato, rafforzare il potenziale militare di questi paesi
contro una minaccia iraniana che i governi arabi forse percepiscono
davvero o forse no, ma che in ogni caso diventerebbe ben concreta – nelle
loro menti se non nella realtà – se gli Stati Uniti dovessero muoversi
militarmente contro il regime degli Ayatollah; e dall’altro, far passare
con forza il messaggio che gli Stati Uniti, nonostante il caos iracheno,
sono e rimangono l’unica forza che garantisca la sopravvivenza delle varie
monarchie tradizionali e pseudo-democrazie arabe. Questi scopi poi si
combinano nell’assicurare che a loro volta i paesi riceventi continuino a
garantire la tutela degli interessi americani nella ragione, e mantengano
il loro appoggio alla politica americana verso l’Iran e le sue possibili
evoluzioni future.
E’ anche facilmente possibile identificare un certo numero di scopi e
obiettivi collaterali. Ad esempio, una chiara dimostrazione della piena
disponibilità americana a fornire ai paesi arabi (ivi compresi quei paesi
che sono ancora formalmente in guerra con Israele) tutti gli armamenti
moderni che essi possono desiderare, sarà utilissima per impedire che
questi paesi cedano alla tentazione di mettersi anch’essi sulla strada
degli armamenti nucleari, cosa che altrimenti accadrebbe senza ombra di
dubbio se per una ragione o per l’altra gli Usa non riuscissero a fermare
il programma nucleare iraniano. Inoltre, la vera e propria valanga di
sofisticate armi americane che sta per riversarsi sulle monarchie del
Golfo, con tutto quello che ciò comporta sul piano politico e strategico,
avrà il ‘benefico’ effetto di ridurre ulteriormente l’influenza europea
nella regione, che è già al lumicino. Tanto per dirne una, sarà davvero
interessante stare a vedere quanti dei grossi contratti per la vendita di
armi europee all’Arabia Saudita, annunciati trionfalmente nel 2005-2006 ma
mai firmati (a cominciare dall’ordine per i Typhoon) per ‘cause
inesplicabili’, arriveranno davvero a maturazione. Anche le casseforti
degli sceicchi del petrolio non sono proprio senza fondo…
Ma come tutte le manovre spregiudicate in zone di crisi, la nuova politica
delle vendite d’armi americane in Medio Oriente comporta un non
indifferente margine di rischio per possibili effetti controproducenti.
Forse i più evidenti tra questi sono quelli legati alla vera e propria
ossessione di Washington nell’identificare l’Iran come il principale
nemico degli Stati Uniti in Medio Oriente e l’unico vero colpevole per
l’umiliante fallimento in Iraq.
Che l’Iran sia davvero attivamente impegnato in “attività omicide” in
Iraq, come il Presidente Bush ha sostenuto in un recente discorso, rientra
nel novero del possibile. Quello che però è un fatto accertato è che
l’Arabia Saudita ha fornito e continua a fornire un ampio appoggio, in
termini sia di uomini che di denaro e materiali, agli insorti sunniti
(particolarmente nella provincia occidentale di Anbar lungo il confine tra
l’Arabia Saudita e l’Iraq) e che sul fronte opposto anche gli insorti e
terroristi sciiti di origine straniera catturati o uccisi in Iraq
risultano essere in grande maggioranza cittadini sauditi.
Ora, è sin troppo facilmente comprensibile come Washington abbia delle
eccellenti ragioni per non voler porre Riyad di fronte alle sue
responsabilità, almeno in questo momento. E’ altrettanto comprensibile
come gli Stati Uniti intendano far leva sull’aspra rivalità tra sciiti e
sunniti, e anzi cercare di fare tutto il possibile per rinfocolarla e
renderla ancora più feroce, in modo da unire i paesi del Golfo in una
specie di Santa Alleanza anti-sciita che continuerebbe a giustificare e
approvare la presenza americana in Iraq, e si porrebbe solidamente a
fianco degli Stati Uniti nella loro campagna contro l’Iran.
Ma a parte i ben noti rischi connessi con il giocare col fuoco, il
problema di base in tutto questo schema è che le vere minaccie contro
l’Egitto, l’Arabia Saudita e virtualmente tutti gli stati del Golfo non
vengono da un Iran in fregola di supremazie regionali e nemmeno da un
possibile futuro Iran nucleare bensì dal loro stesso interno. Sarebbe ben
difficile citare un solo paese arabo nella regione che non si trovi a
dover affrontare delle potenziali crisi interne di eccezionale gravità e
alimentate da varie combinazioni di elementi esplosivi quali il fanatismo
religioso, l’opposizione a dei regimi corrotti e dispotici o l’ostilità
latente tra la piccola élite dominante dei cittadini originali e la massa
di immigrati che sono spesso la maggioranza della popolazione ma
continuano a essere trattati come servi della gleba.
Anche le armi più sofisticate e avanzate del mondo possono fare ben poco
per sopprimere i sintomi negativi di queste difficoltà; di risolverle
davvero non se ne parla proprio. E più i governi dei paesi arabi si
sentono minacciati e si stringono agli Stati Uniti in cerca di protezione
più cresce l’opposizione interna contro questi governi e le loro
politiche. E in una perversa spirale, più gli Stati Uniti si impegnano ad
assicurare la sopravvivenza di regimi e governi, che sono sempre più
odiati e disprezzati dai loro stessi popoli, più diventa certo che ogni
futura rivoluzione o campagna terroristica prenderà delle caratteristiche
nettamente anti-americane e anti-occidentali, anche quando questo non è
necessariamente dovuto a fattori ideologici o religiosi.
Ma la politica di vendite d’armi annunciata da Washington rischia di avere
un altro risultato non proprio piacevole: e cioè che un futuro Osama bin
Laden diventato davvero Califfo, o anche solo una versione araba di un
Castro o un Chavez, si troverà pronto a disposizione un bellissimo
arsenale di armi americane. Una specie di versione aggiornata del
passaggio tra l’Iran dello Scià e quello degli Ayatollah, ma su scala
ancora più vasta e molto più pericolosa.