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martedì, 28 ottobre 2008

Russia: messa in riserva del petrolio

  • Dall'articolo "Mosca lancia Opec gas e mette greggio in cassaforte" (APCom, 22 ottobre 2008):

Una Opec ieri, una Opec oggi. Il pensiero fisso di Mosca è l'energia. E benchè fuori dall'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, l'Aquila Bicipite sfoggia idee da emiro. Ieri ha fondato un club del metano con Iran e Qatar e oggi dice di voler mettere il greggio in cassaforte. Il filo rosso della politica energetica 'made in Russia' collega Teheran - dove ieri Gazprom ha posto le basi per un nuovo cartello del gas - a Mosca, 'luogo di culto' per l'oro blu. E ora si vuole legare in modo più stretto all'Opec, fa sapere in occasione della visita del segretario generale Abdullah al-Badri al Cremlino. Per esaminare la situazione del mercato del greggio, certo non rosea: la crisi dei mercati azionari nelle ultime settimane ha dato una spinta verso il basso ai prezzi del petrolio. Caduti al di sotto dei 70 dollari questa mattina, a fronte di un incombente taglio della produzione Opec.

La Russia è un gigante dell'energia. Un elefante. Muscoli e paura. Da una parte ostenta sicurezza sulle proprie risorse, dall'altra teme un riflesso del crollo del barile sul mercato del gas. I muscoli li mostra, come al solito, Gazprom. Come diceva ieri il suo numero uno Aleksei Miller a fianco gli altri membri del nuovo Opec del gas: "Abbiamo convenuto - ha detto - che la fluttuazione dei prezzi del petrolio non mette in discussione la tesi fondamentale: l'era degli idrocarburi a basso costo è finita". E su questa base deve lavorare il neonato Opec del Gas, con tre player - Iran, Russia e Qatar - e circa il 60% delle riserve dell'oro blu mondiale.

Una sicurezza elefantiaca, quella mostrata da Gazprom. E oggi il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha inquadrato la troika dell'oro blu nell'ottica della paura di un'instabilità dei prezzi del barile. "Anche se un mercato mondiale del gas non esiste in quanto tale - ha detto - dobbiamo capire meglio come la situazione sul mercato del petrolio influenza il mercato del gas". In parole povere quello di ieri sembra un Opec del metano ma non lo è, e serve soltanto come assicurazione sulla vita dell'economia russa, energocentrica come poche. Ed è "cosa legittima" secondo il capo della diplomazia. Perchè la troika con Qatar e Iran "mira a migliorare la comprensione di cosa sta accadendo".

Ma il mercato del petrolio sembra l'enigma della Sfinge. E Mosca pena alla creazione di una maxiriserva per condizionare prezzi. Il greggio come "strumento finanziario" è la scelta vincente per il vicepremier e 'falco' Igor Sechin, responsabile al governo per tutto quello che va dall'oro nero all'elettricità. Non si muove elettrone che lui non voglia. E oggi, partecipando all'incontro tra il presidente russo Dmitri Medvedev e il segretario generale dell'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, Abdullah al-Badri, ha lanciato la sua idea.

A suo avviso, per ridurre al minimo l'impatto della crisi è necessario evitare uno squilibrio tra la produzione di strumenti finanziari (il greggio) e la redditività dei progetti di investimento. In quest'ottica il Dipartimento dell'Energia sta valutando l'introduzione della messa in riserva della produzione di greggio per affrontare in modo efficace il mercato. Al-Badri ha commentato: "bella idea".


Intanto il Cremlino annuncia di volersi avvicinare di più all'Opec. "L'interazione con l'Opec per le nostre compagnie energetiche è uno dei punti chiave", ha detto Medvedev. Mosca ha "buone relazioni con l'Organizzazione e i singoli Stati membri e intende continuare a sviluppare questi contatti". Opec del gas ieri. Opec oggi. E forse domani ancora di più.
postato da: Lif1 alle ore 14:42 | link |
categorie: articoli, medio oriente, russia, asia

Fondi (ancora) sovrani?

  • Dall'articolo "Il petrolio costerà meno Fondi sovrani più deboli" (Federico Fubini , Corriere della Sera, 21 ottobre 2008):

Da ministro saudita del petrolio, è stato per 27 anni la sponda degli Stati Uniti fra i Paesi produttori. Da perno dell' Opec, ha conciliato infinite volte gli interessi del cartello e quelli dei consumatori. Eppure lo sceicco Ahmed Zaki Yamani oggi è sorprendentemente diffidente: lo è sul ruolo dell' Opec e il prezzo del barile, su quello dell' America e sull' economia globale. Lo è persino sulla tenuta finanziaria del Golfo: le scalate dei fondi sovrani, spiega, non sono più una minaccia per l' Europa. Come spiega che il prezzo del petrolio si sia più che dimezzato in tre mesi? «C' è speculazione, la domanda e l' offerta ormai contano meno delle aspettative - risponde Yamani a margine di un convegno organizzato dalla Ies-Mol Group -. Le banche, i fondi speculativi, le compagnie d' assicurazione si buttano sui futures. Ciò amplifica le oscillazioni. Ma ora, con la recessione che si insedia nei paesi avanzati, il prezzo del petrolio deve scendere perché i consumi scendono». Venerdì si riunisce l' Opec. Cosa prevede? «Alcuni Stati membri che sono interessati solo a prezzi elevati e hanno deciso in anticipo di tagliare la produzione. Loro sono già al di sotto la loro quota, quindi a tagliare dovrebbe essere soprattutto l' Arabia Saudita». Insomma starebbe a voi assumere tutto l' onere? «Sì e non è un bene né per noi né per l' economia mondiale: con meno produzione i prezzi saliranno di nuovo e la recessione di aggraverà, sperando che non diventi depressione. Quindi la crisi abbasserà di nuovo i prezzi e quegli stessi Paesi vorranno tagliare ancora. È una questione molto seria, si rischia una spirale. La pressione sull' Arabia Saudita può fruttare ad alcuni nell' Opec, ma non può durare all' infinito. Poco importa che nel mondo ci sia ancora abbondanza di petrolio da estrarre». Chi spinge per un taglio, Iran e Venezuela? «Anche la Libia, l' Algeria, persino la Nigeria». Ma non siete voi sauditi i leader dell' Opec? «A volte si può essere leader senza esercitare la propria leadership. E questo è il problema». Così il rimbalzo del prezzo del barile è inevitabile. «Se Riad riesce a resistere, non ci saranno tagli e i prezzi scenderanno. Ma l' Arabia Saudita sta arrivando al punto in cui se la crisi si avvita, non avrà neppure abbastanza liquidità per pagare l' amministrazione pubblica. Certo, ha generato un enorme reddito in questi anni, ma è già evaporato in nuovi progetti. Noi nel Golfo non siamo immuni da ciò che accade in America o in Europa». Eppure il governo italiano teme le scalate dei fondi sovrani. È un rischio effettivo? «Può esserlo stato in passato, ma adesso non vedo proprio come. I nostri redditi scendono sempre di più. Su questo fronte voi occidentali potere rilassarvi». I sauditi sono invitati al supervertice per la Bretton Woods bis. Giusto coinvolgere le potenze del petrolio? «Se si giudica in base al barile a 147 dollari, forse sì. Ma ora a 70 dollari, il futuro per noi non è così luminoso. Quando le entrate erano alte abbiamo alzato i salari, lanciato grandi progetti e ora l' inflazione e la spesa pubblica sono diventate un problema. A volte pensiamo che un prezzo sotto i 70 o 65 dollari a barile ci danneggerà». Teme sommosse di piazza? «Non subito. Ma abbiamo masse povere, il cibo è rincarato anche da noi e dobbiamo importarlo». Da amico all' America, come spiega che la sua autorità nella gestione dell' economia globale sia così bassa? «Colpa dell' amministrazione Bush. La guerra in Iraq, il cui obiettivo era il petrolio, è stata molto costosa. E l' hanno finanziata a debito dalla Cina, dal Giappone. Poi c' è il debito privato, frutto della febbre immobiliare. Ora è una crisi finanziaria e domani sarà economica, non tamponabile iniettando denaro dei contribuenti. Probabilmente dovranno stampare denaro e ciò creerà inflazione. Non sono tanto ottimista: il futuro sarà un po' duro. E l' America non sarà più la sola superpotenza». Riad è l' alleato americano nel Golfo. Dovrete rivedere la vostra posizione? «Riad, come altri, deve riconsiderare la sua politica perché c' è un cambiamento in atto. L' Iran è diventato una potenza nel Golfo e chiede di essere riconosciuta come tale. Se l' America, e ce ne sono certi segni, trova un accomodamento con l' Iran, tutti i paesi del Golfo vivranno in una nuova era con l' Iran come potenza importante».
postato da: Lif1 alle ore 14:35 | link |
categorie: articoli, medio oriente
sabato, 15 marzo 2008

Sull'Unione Mediterranea - Parte 3

  • Dall'articolo "A geopolitical show-off" (Alexander Eliseev, RPMonitor, 31 gennaio 2008):

[...]

A NEO-IMPERIAL BARRIER FOR CHAOTIC MIGRATION


    The French president is obviously pursuing some personal goals in this geopolitical horseplay. It would be incorrect to explain his policy only with a backward glance at the United States, as France is one of the leading world powers, able to allow itself a lot of freedoms. Sarkozy is definitely motivated also with some considerations of his own.

    In fact, Sarkozy had made his career by displaying a harsh stand towards Afro-Asiatic immigration. His slips of tongue were very illustrative: "an African can't enter history", he was once quoted to have said. Ostensibly, the UMS project represents a revision of this attitude – as well as Sarkozy's recent expression of intent to guarantee ethnic and cultural diversity within the AMS.

    This shift is actually quite logical. In case Sarkozy just reiterated the phraseology of Jean-Marie le Pen, with his traditional anti-immigrant rhetoric, the domestic and international financial elites would hardly tolerate such a kind of "provincialism". Instead, Sarkozy is trying to sooth both the liberals and the leftists. Obviously, that is the reason for the liberal amendments he is going to introduce in the national constitution.

    On the background of this rhetoric, Sarkozy's government is actually preparing to restrict the inflow of immigrants. Brice Hortefeux, Minister of Minister of Immigration, has just reported of establishing a task force to elaborate constitutional amendments on immigration quotas. Thus, the liberal rhetoric may serve as a mere cover for a real crackdown on the inflow of immigrants.

    Meanwhile, the UMS is actually an imperial project, though the word "imperial" could be put in quotes. From the maximalistic standpoint of Evola, that is a surrogate empire. Still, it inevitably borrows some features from the traditional empire, as the UMS design suggests integration of a lot of peoples of various faiths. This integration can be successful only under the conditions of a serious ordering in all the regions of the imperial entity. In that case, the leader would be interested rather in colonization – which is essentially different from integration.

    It is true that while European colonial empires were existing, the problem of immigrants did not emerge, as their quantity was strongly regulated (the same being true for Russia and the Soviet Union until the 1990s).

    An imperial order prevents the chaos of irregular migration. In the conditions of an empire, ethnic minorities prefer to inhabit their native lands, preferring slow but stable development, not being forced to hunt for luck in an alien ethnic and cultural environment. Recognition if this fact has probably inspired Sarkozy for the initiative of a new empire, supposed to order the political and economic situation in the southern Mediterranean region. Still, the abovementioned lack of a cultural kernel makes the solution of this problem hardly available.

    RUSSIA AND THE BALTIC UNITY


    Sarkozy's France is distancing itself from Germany. In its turn, Germany may undertake a geopolitical move of its own, adequate to the French President's geopolitical initiative. Germany could initiate foundation of an Association of Baltic States – for instance, on the base of the existing Cooperation Council of the Baltic Countries. Emergence of such an alliance would be quite favorable for Russia, especially in the context of construction of the North-European ("North Stream") pipeline.

    The Russian-German axis of this alliance would not ignore the role of Poland and the Baltic states. Such kind of a union would be highly symbolic, as the coastline of the Baltic had historically served as the site of intensive Slavonic-Germanic connections. Tribes of Western Slavs, such as Liutizians and Obotrites, had once populated the area between the Oder and the Elbe, being eventually Europeanized – not by the German population as such but by fanatic Western Christians.


    Centuries before, Slavonic and Germanic tribes closely cooperated in the ranks of Varangian retinues which once played a crucial role in the culture of Eastern Europe, Rus, and Byzantium. The common equation of the Varangians to Scandinavs is essentially erroneous. According to such Russian authors as Fyodor Moroshkin and Ivan Zabelin, the history of the Varangians has once started on the southern coastline of the Baltics, extending later to the Volga Bulgaria. Definitely, Vikings could hardly extend to the Volga. In fact, the Varangians, or Warins, were a Slavonic tribe that once efficiently colonized the continental lands of Northern Russia.

    According to a different theory, Varangians were a multi-ethnic, Slavonic-Germanic unity of warriors, sailors, and merchants. Varangians are described by Helmold of Bosau, a medieval German historian, as the best sailors among the Slavs. Prince Rurik, whose name is also spelled in some sources as Rereg (a falcon), could have relied upon such a community. In the "Legend of the Princes of Vladimir", Rurik's origin is traced back to Prus, the younger brother of Caesar August. In its turn, The Life History of Monk Juvenalius, another ancient manuscript, links the Romanov dynasty to the posterity of Vetevdat, a Prussian king. Therefore, Eastern Prussia is abundant of meanings essential for Russia's destiny.

    The foundation of the Association of Baltic States is likely to resurrect old archetypes more essential than the current economic and political problems. The old times have never vanished; they are revivified in the politics or metapolitics of today, influencing minds and re-emerging in a new essence. (In fact, Sarkozy's strategy is similarly based upon ancient Roman geopolitics).

    The Union of Baltic States could fulfill several missions, 1) facilitating a further rapprochement of Russia and Germany, 2) mitigating the contradictions between Russia and Germany with Poland, and thus preconditioning a stable development from the Atlantic to the Urals, and 3) solving the problem of Russia's relationship with the Baltic States. This development is actually going to expand in other directions as well. In this regard, the UMS project may serve a role of an indispensable trigger of the world's diversity.
postato da: Lif1 alle ore 11:06 | link |
categorie: unione europea, articoli, medio oriente, africa, russia

Sull'Unione Mediterranea

  • Dall'articolo "L'Union méditerranéenne corrigée passe le cap européen" (Reuters, 14 marzo 2008):

Le projet français d'Union pour la Méditerranée (UPM) a passé jeudi le cap des dirigeants européens après avoir été sévèrement élagué par l'Allemagne, même si des doutes subsistent sur sa mise en oeuvre concrète.

Angela Merkel et Nicolas Sarkozy ont trouvé mardi dernier un terrain d'entente au prix d'une révision à la baisse des ambitions initiales du président français et ont présenté ensemble la nouvelle version au sommet européen de Bruxelles.


"Cette initiative a obtenu le soutien du Conseil et le travail va maintenant commencer (...) pour préparer tout ce qui est nécessaire", a déclaré le Premier ministre slovène Janez Jansa, dont le pays préside actuellement l'UE.

"Pour moi c'est une grande émotion de voir que cette idée (...) voit le jour puisque la totalité des pays européens l'a accueillie avec enthousiasme", a déclaré le président français.

"On est tous conscients qu'en Méditerranée on aura la paix ou la guerre et que c'est là où beaucoup de choses se jouent."

La Commission européenne, qui avait beaucoup à perdre dans le projet originel qui prévoyait de n'associer que les pays riverains de la Méditerranée, ce qui aurait réduit son rôle dans le pilotage, a donné le signe du ralliement après avoir eu l'assurance que tous les Vingt-Sept en feraient partie.

"En ce qui concerne l'Union méditerranéenne, nous la soutenons pleinement", a déclaré son président, José Manuel Barroso, tout en soulignant qu'il restait du travail à faire.

L'un après l'autre, les chefs d'Etat et de gouvernement de l'UE, qui se sont retrouvés à Bruxelles pour débattre de la situation économique et de la lutte contre le réchauffement climatique, se sont prononcés en faveur du projet révisé.


PROJET EUROPÉEN

"Ce qui est important, c'est que c'est un projet européen", a souligné le chancelier autrichien Alfred Gusenbauer. "Nous ne ferons pas un barbecue pour quelques Etats membres seulement."

La France voulait initialement limiter le périmètre de l'UPM aux seuls 22 pays strictement riverains de la Méditerranée, plus le Portugal, la Jordanie et la Mauritanie, ce qui avait suscité la colère d'Angela Merkel, qui évoquait une division de l'UE.

Le "processus de Barcelone" entamé en 1995 entre l'UE et les pays de la Méditerranée aurait été affaibli par ce projet qui prévoyait aussi de siphonner les fonds communautaires, ce qui était inacceptable pour de nombreux pays nordiques.

L'accord s'est fait selon cinq axes: relance du processus de Barcelone rebaptisé parité Nord-Sud, participation de tous, coopération régionale et appel à des fonds privés.

Sarkozy a également dû modifier son projet de lancer l'UPM le 13 juillet lors d'un sommet réunissant uniquement les pays riverains, avant une réunion plus large le 14 juillet.

Désormais, il n'est plus question que d'un seul sommet réunissant le 13 juillet les Vingt-Sept, les pays du Sud de la Méditerranée et la Commission européenne.

Le principal mérite reconnu à l'initiative française est l'ambition de redonner du tonus à une processus jugé peu productif et qui, selon Gusenbauer, était "dormant".

Mais il reste toutefois des problèmes à régler avant le lancement officiel de l'UPM le 13 juillet prochain.

LE PROBLÈME DE LA COPRÉSIDENCE

L'architecture institutionnelle, la principale novation du projet avec l'accent mis sur la coopération régionale - l'objectif est de présenter quelques projets emblématiques, comme la dépollution de la Méditerranée ou la lutte contre les feux de forêt - ne sera pas aisée à mettre en oeuvre.

L'UPM sera coprésidée pour deux ans par un tandem composé d'un pays de l'Union européenne et d'un pays du sud de la Méditerranée qui prépareront des sommets ayant lieu tous les deux ans ainsi que des réunions ministérielles.

Le poste de coprésident du côté de l'Union serait réservé "dans un premier temps" aux pays riverains, ce qui fait débat.

La coprésidence posera problème à cause du conflit israélo-palestinien, Israël faisant partie du processus de Barcelone depuis le début. Les pays arabes n'acceptent pas l'idée que l'Etat hébreu puisse les représenter.

Mais Jansa a estimé que ce conflit n'était pas une raison pour ne pas aller de l'avant dans la coopération.

"L'objectif n'est pas de résoudre les problèmes du Moyen-Orient ou le conflit israélo-palestinien", a-t-il dit.
postato da: Lif1 alle ore 10:39 | link |
categorie: unione europea, articoli, medio oriente, africa
mercoledì, 12 settembre 2007

USA baluardo occidentale? - Parte 4

  • Dall'articolo "Quel fiume di armi dagli Stati Uniti ai paesi arabi" (Ezio Bonsignore, Pagine di Difesa, 7 settembre 2007):

Chiunque abbia una minima conoscenza del settore sa benissimo che molti
      degli accordi a livello governativo per la vendita di armamenti e altri
      materiali militari sono in realtà faccende squisitamente politiche, in cui
      almeno uno dei contraenti (e spesso tutti e due) vede l’accordo sopratutto
      come uno strumento per mirare a obiettivi strategici a lungo termine, la
      cui importanza trascende di gran lunga da un lato la necessità di
      soddisfare i bisogni operativi delle forze armate e dall’altro il
      desiderio di riportare in cassa almeno parte dei costi di sviluppo e
      industrializzazione. Al contrario di quanto gli oppositori del commercio
      di prodotti per la difesa (alias ‘mercato di morte’) amano sostenere,
      capita ben raramente che degli interessi di tipo puramente industriale e
      finanziario siano il fattore principale per la conclusione di un contratto
      di questo tipo. La natura eminentemente politica delle vendite d’armi
      diventa anzi sempre più chiara e dominante, in parallelo con il crescere
      del valore finanziario dell’accordo, e si pone come il fattore assolumente
      prioritario nel caso di vendite in aree di crisi.

      Ma anche con questo sfondo generale, i piani recentemente annunciate
      dall’amministrazione Usa per vendita di armamenti avanzati per uno
      straordinario valore totale di 63 miliardi di dollari a Israele, Egitto,
      Giordania, Arabia Saudita e le cinque monarchie del Golfo (Bahrain,
      Kuwait, Qatar, Oman e gli Eau)
spicca come un qualcosa di assolutemente
      unico, non solo per le sue iperboliche dimensioni ma sopratutto perchè si
      tratta forse della vendita d’armi a più alto contenuto politico che si sia
      mai vista. Non siamo più a uno schema tradizionale, in cui le vendite
      d’armi vengono usate per appoggiare la politica americana in Medio
      Oriente; questo piano è di per sè tutta la politica americana in Medio
      Oriente
, con la diplomazia in funzione di supporto di retroguardia invece
      del contrario.
      Chi riceverà cosa è virtualmente irrilevante a livello politico (anche se
      naturalmente le persone in uniforme tenderanno a vedere le cose in modo
      ben diverso), e anche quella che a noi può sembrare una smisurata montagna
      di danaro è in realtà ben poca cosa se vista dalla Casa Bianca o dal
      Pentagono; ai livelli di spesa attuali, 63 miliardi di dollari coprono sì
      e no dieci mesi dei costi correnti per le operazioni in Iraq, acquisti di
      materiali non compresi. Quello che che invece conta davvero è l’obiettivo
      politico e strategico, che consiste essenzialmente nel tentativo di
      strappare la visione neocon di un Nuovo Medio Oriente dal pantano iracheno
      dove è rimasta intrappolata e rimetterla in marcia
. L’approccio di base
      rimane quello da sempre praticato dall’amministrazione Bush e cioè la
      politica estera e la diplomazia basate sopratutto sull’uso (o la minaccia
      dell’uso) delle armi; con la differenza che alle armi nelle mani dei
      soldati americani, dovranno ora aggiungersi quelle vendute ad alleati e
      amici nella regione.
      L’estrema importanza dell’obiettivo cui Washington mira è sottolineata dal
      fatto che l’amministrazione americana ha platealmente abbandonato uno dei
      precedenti punti chiave di tutta la sua politica in Medio Oriente: non
      permettere mai delle vendite di armi a paesi arabi, che potrebbero
      minacciare la superiorità militare di Israele. E lo stesso Israele, che di
      norma non lascia mai passare una sola vendita di materiali militari
      americani ai suoi vicini senza esprimere il suo allarme e la sua
      opposizione, e che in non pochi casi è riuscito a mobilitare la lobby
      filo-ebraica per far modificare, ritardare o cancellare del tutto la
      vendita, questa volta non ha nemmeno fiatato.
Gerusalemme capisce
      perfettamente cosa Washington stia tentando di fare, e pur se forse non
      condivide tutti gli scopi della manovra americana, si rende conto che
      questo non è proprio il momento più adatto per piantare una grana. Il
      primo ministro Olmert si è così affrettato a dichiarare: “Comprendiamo la
      necessità americana di appoggiare i paesi arabi moderati”.
      Al centro di tutto c’è, ovviamente, l’Iran. A torto o a ragione,
      Washington si è convinta che l’Iran rappresenti il principale ostacolo
      allo spiegamento della sua visione strategica globale per il Medio
      Oriente. In questo contesto, gonfiare i paesi arabi di armi moderne mira a
      due scopi: da un lato, rafforzare il potenziale militare di questi paesi
      contro una minaccia iraniana che i governi arabi forse percepiscono
      davvero o forse no, ma che in ogni caso diventerebbe ben concreta – nelle
      loro menti se non nella realtà – se gli Stati Uniti dovessero muoversi
      militarmente contro il regime degli Ayatollah; e dall’altro, far passare
      con forza il messaggio che gli Stati Uniti, nonostante il caos iracheno,
      sono e rimangono l’unica forza che garantisca la sopravvivenza delle varie
      monarchie tradizionali e pseudo-democrazie arabe.
Questi scopi poi si
      combinano nell’assicurare che a loro volta i paesi riceventi continuino a
      garantire la tutela degli interessi americani nella ragione, e mantengano
      il loro appoggio alla politica americana verso l’Iran e le sue possibili
      evoluzioni future.
      E’ anche facilmente possibile identificare un certo numero di scopi e
      obiettivi collaterali. Ad esempio, una chiara dimostrazione della piena
      disponibilità americana a fornire ai paesi arabi (ivi compresi quei paesi
      che sono ancora formalmente in guerra con Israele) tutti gli armamenti
      moderni che essi possono desiderare, sarà utilissima per impedire che
      questi paesi cedano alla tentazione di mettersi anch’essi sulla strada
      degli armamenti nucleari, cosa che altrimenti accadrebbe senza ombra di
      dubbio se per una ragione o per l’altra gli Usa non riuscissero a fermare
      il programma nucleare iraniano. Inoltre, la vera e propria valanga di
      sofisticate armi americane che sta per riversarsi sulle monarchie del
      Golfo, con tutto quello che ciò comporta sul piano politico e strategico,
      avrà il ‘benefico’ effetto di ridurre ulteriormente l’influenza europea
      nella regione, che è già al lumicino. Tanto per dirne una, sarà davvero
      interessante stare a vedere quanti dei grossi contratti per la vendita di
      armi europee all’Arabia Saudita, annunciati trionfalmente nel 2005-2006 ma
      mai firmati (a cominciare dall’ordine per i Typhoon) per ‘cause
      inesplicabili’, arriveranno davvero a maturazione.
Anche le casseforti
      degli sceicchi del petrolio non sono proprio senza fondo…
      Ma come tutte le manovre spregiudicate in zone di crisi, la nuova politica
      delle vendite d’armi americane in Medio Oriente comporta un non
      indifferente margine di rischio per possibili effetti controproducenti.
      Forse i più evidenti tra questi sono quelli legati alla vera e propria
      ossessione di Washington nell’identificare l’Iran come il principale
      nemico degli Stati Uniti in Medio Oriente e l’unico vero colpevole per
      l’umiliante fallimento in Iraq.
      Che l’Iran sia davvero attivamente impegnato in “attività omicide” in
      Iraq, come il Presidente Bush ha sostenuto in un recente discorso, rientra
      nel novero del possibile. Quello che però è un fatto accertato è che
      l’Arabia Saudita ha fornito e continua a fornire un ampio appoggio, in
      termini sia di uomini che di denaro e materiali, agli insorti sunniti
      (particolarmente nella provincia occidentale di Anbar lungo il confine tra
      l’Arabia Saudita e l’Iraq) e che sul fronte opposto anche gli insorti e
      terroristi sciiti di origine straniera catturati o uccisi in Iraq
      risultano essere in grande maggioranza cittadini sauditi.

      Ora, è sin troppo facilmente comprensibile come Washington abbia delle
      eccellenti ragioni per non voler porre Riyad di fronte alle sue
      responsabilità, almeno in questo momento. E’ altrettanto comprensibile
      come gli Stati Uniti intendano far leva sull’aspra rivalità tra sciiti e
      sunniti, e anzi cercare di fare tutto il possibile per rinfocolarla e
      renderla ancora più feroce, in modo da unire i paesi del Golfo in una
      specie di Santa Alleanza anti-sciita che continuerebbe a giustificare e
      approvare la presenza americana in Iraq, e si porrebbe solidamente a
      fianco degli Stati Uniti nella loro campagna contro l’Iran.
      Ma a parte i ben noti rischi connessi con il giocare col fuoco, il
      problema di base in tutto questo schema è che le vere minaccie contro
      l’Egitto, l’Arabia Saudita e virtualmente tutti gli stati del Golfo non
      vengono da un Iran in fregola di supremazie regionali e nemmeno da un
      possibile futuro Iran nucleare bensì dal loro stesso interno. Sarebbe ben
      difficile citare un solo paese arabo nella regione che non si trovi a
      dover affrontare delle potenziali crisi interne di eccezionale gravità e
      alimentate da varie combinazioni di elementi esplosivi quali il fanatismo
      religioso, l’opposizione a dei regimi corrotti e dispotici o l’ostilità
      latente tra la piccola élite dominante dei cittadini originali e la massa
      di immigrati che sono spesso la maggioranza della popolazione ma
      continuano a essere trattati come servi della gleba.
      Anche le armi più sofisticate e avanzate del mondo possono fare ben poco
      per sopprimere i sintomi negativi di queste difficoltà; di risolverle
      davvero non se ne parla proprio. E più i governi dei paesi arabi si
      sentono minacciati e si stringono agli Stati Uniti in cerca di protezione
      più cresce l’opposizione interna contro questi governi e le loro
      politiche. E in una perversa spirale, più gli Stati Uniti si impegnano ad
      assicurare la sopravvivenza di regimi e governi, che sono sempre più
      odiati e disprezzati dai loro stessi popoli, più diventa certo che ogni
      futura rivoluzione o campagna terroristica prenderà delle caratteristiche
      nettamente anti-americane e anti-occidentali, anche quando questo non è
      necessariamente dovuto a fattori ideologici o religiosi.
      Ma la politica di vendite d’armi annunciata da Washington rischia di avere
      un altro risultato non proprio piacevole: e cioè che un futuro Osama bin
      Laden diventato davvero Califfo, o anche solo una versione araba di un
      Castro o un Chavez, si troverà pronto a disposizione un bellissimo
      arsenale di armi americane. Una specie di versione aggiornata del
      passaggio tra l’Iran dello Scià e quello degli Ayatollah, ma su scala
      ancora più vasta e molto più pericolosa.

postato da: Lif1 alle ore 18:47 | link |
categorie: articoli, medio oriente, nord america