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lunedì, 06 ottobre 2008

Repressione del revisionismo in Europa

  • Dall'articolo "Tra poco anche in Italia? - La repressione legale del revisionismo olocaustico in Europa" (Andrea Carancini, andreacarancini.blogspot, 1 maggio 2008; aggiornamento ottobre 2008, in PDF):

Dal 19 Aprile 2007 il “negazionismo” della Shoah è, almeno in teoria, reato penale in tutti i 27 paesi dell’Unione Europea.[1]

Questo in teoria. Di fatto l’accordo siglato l’anno scorso dai 27 ministri europei della giustizia lascia ampia discrezionalità ai singoli stati. Infatti il testo approvato lascia agli stati membri dell’UE la possibilità di “scegliere di punire solo le condotte esercitate in modo da rischiare di turbare l’ordine pubblico, oppure ingiuriose, insultanti o minacciose”.[2]

Rimane il fatto che tutti gli stati della UE si sono dichiarati d’accordo nell’equiparare il revisionismo dell’Olocausto al discorso razzista e xenofobo. In base a questa impostazione almeno nove stati della UE (più la Svizzera) reprimono penalmente il revisionismo con delle condanne molto dure. Le nazioni più zelanti in fatto di repressione sono la Germania e l’Austria (paesi in cui i revisionisti vanno in galera) e la Francia (che generalmente non manda in galera i revisionisti ma li rovina finanziariamente con le ammende).

A questo elenco andrebbe sottratta, dall’Ottobre del 2007, la Spagna (poiché la locale Corte Costituzionale ha depenalizzato il reato di “negazionismo”) ma già vi sono giudici che si adoperano per aggirare il verdetto della Corte: il libraio di Barcellona Pedro Varela è stato infatti assolto, il 5 Marzo scorso dall’accusa di “istigazione all’odio razziale” ma è stato trovato il modo di condannarlo a sette mesi di prigione per “giustificazione dell’Olocausto”.

Una considerazione: nei paesi in cui il revisionismo è fuori legge la negazione della libertà di parola non è un problema che riguarda solo i revisionisti ma ha una valenza sociale molto più vasta. Soltanto in Germania, nel 2007, i cittadini perseguiti per reati di opinione sono stati oltre 18.000.[3] Sull’argomento David Irving ha scritto: “Queste leggi assurde sono esse stesse protette da altri strati di nuove leggi ancora più assurde, che rendono impossibile persino ai difensori d’ufficio di fornire una difesa adeguata e coscienziosa a coloro che ricadono sotto questi reati d’opinione. Qualunque legale tedesco o austriaco che ci provasse, potrebbe essere – e spesso lo è – colpito d’arresto da parte del giudice, per essersi compromesso con questi reati”.[4]

E’ questo il caso dell’avvocato Sylvia Stolz, condannata qualche mese fa in Germania a tre anni e sei mesi di prigione.

In questo quadro così fosco l’anomalia positiva è, per ora, proprio quella italiana: dico per ora perché, se è vero che la legge Mancino del 1993 non è mai stata applicata contro i revisionisti, e se è vero che il disegno di legge Mastella (concepito inizialmente per colpire il “negazionismo”) non presenta – nella sua veste attuale - riferimenti al revisionismo, è pur vero che il detto disegno di legge deve ancora percorrere il proprio iter parlamentare[5], dove non sono affatto escluse sorprese in senso peggiorativo, data la presenza – tra i neo-eletti deputati e senatori – di noti attivisti sionisti.

Detto questo passiamo in rassegna alcuni dei casi più clamorosi della persecuzione politico-giudiziaria contro i revisionisti in Europa (la rassegna è lungi dall’essere esaustiva).

Robert Faurisson

E’ lo studioso revisionista più famoso nel mondo. Praticamente da trent’anni sotto processo. Non è andato mai in prigione ma ha avuto, per citare le sue parole: “Una decina di aggressioni, perquisizioni, una fiumana di condanne giudiziarie, sequestri alla mia banca, una carriera spezzata [Nel 1990 è stato cacciato dall’Università], ignobili ritorsioni su mia moglie e sui miei figli; il tutto per istigazione o con la piena approvazione delle autorità mediatiche, politiche, universitarie”.[6] Tra tante condanne però anche un riconoscimento: in un processo di appello contro la LICRA [Lega Internazionale contro il Razzismo e l’Antisemitismo] del 1983, la sentenza, pur condannando Faurisson, riconosceva che “nessuno allo stato degli atti può tacciarlo di menzogna quando egli enumera i molteplici documenti che afferma di aver studiato e gli organismi presso i quali avrebbe svolto ricerche durante più di quattordici anni”.[7]

Ernst Zündel

Tedesco-canadese, 69 anni, attualmente detenuto in Germania a Mannheim. Processato due volte in Canada negli anni ’80 per “diffusione di notizie false” sull’Olocausto. Trasferitosi negli Stati Uniti nel 2000. Deportato dagli Stati Uniti (dove aveva sposato una cittadina americana) in Canada nel 2003, con il pretesto che aveva mancato di presentarsi ad un’udienza dell’ufficio immigrazione. Due anni in cella d’isolamento. Condannato con un processo senza “habeas corpus” e poi deportato ulteriormente nel 2005 dal Canada in Germania, dove è stato condannato nel 2007 ad una pena di 5 anni per “istigazione all’odio razziale”. Uno dei revisionisti più attivi, più apprezzati e più efficaci. La moglie Ingrid Rimland è l’animatrice del sito http://www.zundelsite.org/

Germar Rudolf

Tedesco, 43 anni, chimico, autore del famoso Rapporto Rudolf[8] sulle “camere a gas” dei crematori di Auschwitz-Birkenau, rapporto che gli costò una condanna a 14 mesi di prigione negli anni ’90. Fuggito negli Stati Uniti, ha chiesto asilo politico ma gli è stato rifiutato e, nel 2005, è stato deportato in Germania, dove sta scontando – oltre alla precedente – un’ulteriore condanna a 2 anni e 6 mesi.

Gerd Honsik

Austriaco, 67 anni, scrittore e poeta, autore di una “biografia non autorizzata” di Simon Wiesenthal[9]. Si era rifugiato in Spagna nel 1992 per sfuggire ad una condanna ad un anno e mezzo di prigione. Estradato nel 2007 grazie al Mandato d’Arresto Europeo, sta attualmente in galera a Vienna.

Sylvia Stolz

Avvocato tedesco, 44 anni, è stata condannata nel 2007 a 3 anni e mezzo di galera, tra le altre cose, per aver contestato la costituzionalità dell’articolo 130 del codice penale tedesco (quello che proibisce la “negazione dell’Olocausto).

Wolfgang Frölich

Austriaco, 56 anni, ingegnere specialista in disinfestazioni, condannato a Vienna a complessivi 6 anni e mezzo di galera per “negazione della Shoah”.

Jean-Marie Le Pen


Il noto politico francese dimostra il grado d’isteria repressiva esistente in Francia. E stato condannato tre volte per reati d’opinione: nel 1987, nel 1997 e nel 2007. Nei primi due casi per aver detto che le camere a gas sono “un dettaglio” nella storia della seconda guerra mondiale. Nel terzo per aver detto che l’occupazione nazista della Francia “non fu particolarmente inumana”. Sarà probabilmente processato una quarta volta per aver recentemente reiterato le proprie affermazioni sulle camere a gas. Le Pen non è un revisionista in senso stretto ma rivendica semplicemente il diritto di dire la sua su questioni di carattere generale. In Francia però è impossibile: molti argomenti sono tabù.

Frederick Töben

Australiano di origine tedesca, 64 anni, dottore in filosofia. Nel 1999 è stato tenuto in prigione in Germania per nove mesi, sempre per “negazione della Shoah”. Rischia di finire in galera anche in Australia, come animatore del sito revisionista http://www.adelaideinstitute.org/

Vincent Reynouard

Francese, ingegnere dell’IMRA (Institut de la Matière et du Rayonemment Atomique), 39 anni, professore di liceo, esonerato dall’insegnamento (anche se insegnava matematica, non revisionismo), condannato nel Novembre 2007 a un anno di prigione e a 10.000 euro di multa. Trasferitosi in Belgio, dovrà essere processato anche a Bruxelles per la sua attività di pubblicista revisionista.

Nicolas Kollerstrom

Il caso di Nicolas Kollerstrom è sintomatico della libertà di parola in paesi come l’Inghilterra e gli Stati Uniti: il revisionismo non è punito per legge ma se “sgarri” perdi il lavoro. Kollerstrom è un rinomato astronomo londinese (ha insegnato per undici anni all’UCL, University College of London) che – pochi giorni fa - ha perso l’impiego per aver pubblicato un articolo sulle camere a gas di Auschwitz sul sito revisionista CODOH (http://www.codoh.info/ ).

Conclusione

Disse a suo tempo il professor Faurisson: sono ottimista sul revisionismo ma sono pessimista sul destino dei revisionisti. I casi suddetti dimostrano quanto avesse ragione.

[1] http://www.stranieriinitalia.it/news/razzismo20apr2007.htm
[2] Ibidem.
[3] http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=15400
[4] Ibidem.
[5] http://www.senato.it/leg/15/BGT/Schede/Ddliter/28652.htm
[6] http://andreacarancini.blogspot.com/2008/03/la-pi-recente-intervista-al-prof.html
[7] Cesare Saletta, Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet, Genova, 1993, p. 62.
[8] http://www.germarrudolf.com/work/trr/index.html
[9] http://www.radioislam.org/historia/honsik/honsik.htm
postato da: Lif1 alle ore 11:56 | link |
categorie: unione europea, articoli
sabato, 26 luglio 2008

Intervista a Giuliano Amato

  • Dall'articolo "Amato: all’Europa non serve un sovrano" (Barbara Spinelli, La Stampa, 13 luglio 2000):

Qualche impressione di Giuliano Amato, possibile candidato dell’Ulivo alla presidenza del Consiglio, possibile avversario di Berlusconi nelle elezioni del 2001. E’ politico di grande finezza, abituato alle dispute intellettuali, al pensiero intenso: chiunque trascorra con lui un tempo non dominato dalla fretta ha modo di constatarlo. E’ il motivo per cui vien chiamato dottor Sottile. Questo è il tentativo di capire quale sia la sua sottigliezza, sulle questioni che riguardano l’Europa. Ecco qualche appunto provvisorio. Sulle vicende europee, Amato ha un’ambizione preminente: vuole essere un realista, non un utopista. Al tempo stesso vuole pensare il nuovo, il mondo in mutazione, con spirito non ortodosso, originale. La sua sottigliezza, qui, si intensifica sino ad aggrovigliarsi e a scindersi in due: essa lo induce all’estremo pragmatismo, e a forme non meno estreme di astrattezza. Amato non intende partecipare a quello che chiama il «festival canoro» del federalismo, della Costituzione sovranazionale. Tutti questi progetti li considera nobili ma perdenti, per il semplice fatto che l’insieme dell’Unione non li condivide: né tutti gli Stati membri, né i Paesi candidati. Non so se chiamare pragmatismo o realismo la sua scelta: in questa conversazione, il Presidente fa capire che i progetti possono essere arditi, ma che per superare gli ostacoli in politica occorre nasconderli, dissimularli. Bisogna agire «come se», in Europa: come se si volessero poche cose, per ottenerne molte. Come se gli Stati restassero sovrani, per convincerli a non esserlo più. La Commissione di Bruxelles, ad esempio, deve agire come se fosse un organo tecnico, per poter operare alla stregua di un governo. E così via, dissimulando e sottacendo. Più che il festival canoro, Amato sembra rifuggire l’arena pubblica, il rischio della parola. «Io volo basso, io faccio proposte minori» -- ripete -- per poi lasciar intendere che questa è una tattica per meglio passare attraverso la «porta stretta». La porta stretta è la conferenza del dicembre prossimo a Nizza, dove i capi di Stato e di governo dovrebbero approvare un’avanguardia di Stati che collaborino più strettamente degli altri. Avanguardia che lui chiama «cuore dell’Unione». Siccome sarà necessaria l’unanimità per costituirlo, la prudenza è di rigore e accanto ad essa l’astuta prudenza. Fino a quella data bisogna fare «come se». Amato insiste su quelle forche caudine: c’è per lui un prima, e un dopo la «porta stretta». Fino a quel giorno, egli vuole sfruttare le infinite risorse dei camuffamenti. Ma come abbiamo visto, la sua sottigliezza non si esaurisce nel realismo tattico. Amato medita in realtà a un mondo mutante, astratto dall’equilibrio di potenze che governa tuttora l’Occidente: medita su un mondo che chiama post-hobbesiano, post-sovrano, orbo di gerarchie. Ci è sembrato stregato da questa speculazione mentale, al punto di divenirne prigioniero. Di qui la sua critica dei federalisti, colpevoli di credere ancora che gli Stati Uniti d’Europa nasceranno da un trasferimento delle vecchie sovranità a una sovranità superiore, sovranazionale. Secondo Amato simile trasferimento è oggi impensabile: perché la sovranità che si perde sul piano nazionale non passa ad alcun nuovo soggetto. E’ affidata a entità senza volto: la Nato, l’Onu, infine l’Unione. L’Unione è all’avanguardia nel mondo mutante: indica un futuro di Prìncipi senza sovranità. Sopravanza in questo senso gli stessi Stati Uniti, legati alla vecchia idea del Principe, incapaci di abbracciare il nuovo: lo si vede nei loro rapporti con l’Organizzazione internazionale del commercio e nel loro rifiuto della Corte penale internazionale. Il nuovo è senza testa, e chi ha i comandi non è afferrabile né eleggibile. [da sottolineare quest'ultimo punto: non è afferrabile né eleggibile! ndr] Questa intervista è la disputa fra chi crede alla vecchia sovranità, e chi non ci crede più. Amato è anche questa singolare mescolanza: di furbizia e di non confessato utopismo, di pessimismo sulle idee federaliste e di ottimismo sul Nuovo Mondo che spontaneamente e ineluttabilmente va verso lidi migliori, togliendo scettri al Principe. Di fatto la metamorfosi è già fra noi: basteranno alcuni ritocchi, e molta, molta furbizia. Perché i più non sanno, che il Mondo Nuovo già esiste. Non stupisce in questo quadro che Amato sembri relativamente poco interessato alla politica estera, che lascia fare a Dini senza commenti. Che pur condannando le vittime civili della guerra in Cecenia prenda per buone le spiegazioni di Putin, e neghi che il Cremlino sia impelagato in un conflitto coloniale [bah! Stupidaggini della signora Spinelli-in-Padoa-Schioppa, ndr]. Per eccesso di furbizia, e per fiducia nell’universo post-sovrano, Amato rischia non solo l’immobilità del governo italiano, ma la sua non-visibilità. Sono gli splendori e i vizi dei Sottili, quando la sottigliezza si fa quasi troppo furba. Pur dichiarandosi realistica, essa corre il pericolo di perdere il contatto con la realtà del potere. Giudica storicamente sorpassata la sovranità degli Stati Uniti, e finisce di fatto con l’accettare la loro egemonia, immutata da decenni. Ma lui dice che no, non è lui ma sono i federalisti a ignorare il mondo com’è: «Questo è l’errore del federalismo europeo. Federalismo che senza dubbio è stato il grande propellente dell’Unione, che in cinquant’anni ha realizzato l’essenziale delle proprie finalità, ma che ha finito col dar vita a una creatura assai diversa da quella che aveva concepito alla fine degli Anni ’40. Fondamentalmente, la loro idea era di togliere agli Stati una sovranità che per secoli era stata usata come arma in guerre fratricide, e di fondare uno Stato federale che avrebbe garantito la pace. Da questo punto di vista il loro successo è sicuro: irreversibilmente è stata cancellatal’idea che un conflitto tra Europei possa essere risolto con le armi, e perfino che l’Unione possa usare le armi contro un altro [chiamasi "castrazione", ndr]-- se si prescinde dagli interventi umanitari. Dalla cultura europea è stata cancellata l’idea della guerra come modalità della politica. La sovranità nazionale -- intesa come potere esclusivo dai pensatori dello Stato assoluto, da Bodin a Botero -- è stata progressivamente erosa nei vari insiemi della vita comunitaria. Ma si è prodotto un evento completamente diverso da quello ideato dai federalisti: non c’è stato il trasferimento delle sovranità statali a un livello superiore, come nel caso degli Stati Uniti o della Germania, e per questo ritengo che il federalismo sia uno schema del passato, che si nutre di una cultura politica non più servibile». E’ vero, l’Unione così com’è oggi non somiglia all’istituzione pensata dal federalismo. Sono troppo esigue le sovranazionalità, è ancora predominante il diritto di veto esercitato dagli Stati, e il Consiglio dei ministri rimane preponderante. Ma se così stanno le cose, perché non accelerare il passaggio alla sovranazionalità, come chiesto da Joschka Fischer e come adombrato sia pure prudentemente da Chirac? «Perché tutti costoro -- da Fischer ai federalisti -- si muovono nella cultura di ieri: la cultura statuale così come si è sviluppata negli ultimi tre secoli. Ancora pensano che denudando gli Stati Nazione della sovranità, questa traslochi a un livello superiore. E’ qui che sbagliano. La verità è che il potere sovrano, spostandosi, evapora. Scompare. I poteri sono trasferiti a livelli superiori senza che questi diventino sovrani, e per questo io parlo di trasferimento di funzioni e non di poteri. E’ un punto sul quale concordo in pieno con il politologo Schmitter, le cui analisi cito sempre: quel che sta prendendo forma, e che l’Unione europea prefigura alla perfezione, è un nuovo ordine post-hobbesiano, post-statuale. In esso non esistono più singoli, identificabili sovrani. Al loro posto esiste una moltitudine di autorità a diversi livelli di aggregazione, a ciascuna delle quali fanno capo diversi interessi degli esseri umani: livelli che posseggono competenze ambigue, condivise con altre autorità. Per Hobbes il sovrano era subito riconoscibile: era legato a un territorio, accentrava tutti poteri. Oggi nessuno è più sovrano. Al suo posto abbiamo un’Unione europea multilivello, composta di più soggettività». Questo sovrano che evapora nel nulla non mi convince, né mi convince l’idea di uno spazio lasciato vuoto. Nel vuoto politico si instaura sempre un potere, che ambisce a divenire sovrano. E’ il motivo per cui non mi sbarazzerei così rapidamente di Hobbes. E nemmeno di Schmitt, con le sue idee sul sovrano che in casi di emergenza decide in solitudine. Schmitt giustificò così l’avvento del nazismo, ma Schmitter mi pare non realistico. «Ma questa è una visione antiquata, legata agli Stati Nazione che i federalisti tanto criticavano e che generarono appunto i dispotismi del secolo. Cerchiamo di evitare, per l’Europa, il totalitarismo di un dèmos unico, compatto! Non esiste nel continente, un dèmos di questo tipo: tanto meno nell’epoca globale in cui si moltiplicano poderose passioni identitarie. Anche qui assistiamo infatti al tramonto delle identità nazionali esclusive, così come le concepì la Francia della Rivoluzione: la quale Francia si inventò tutti i riti, pur di frantumare le identità subnazionali. Operazione a suo tempo molto assennata, perché da essa scaturì il concetto della cittadinanza che prescinde dalle radici etniche. Ma operazione anacronistica nell’Europa odierna, dove le identità sono multiple e un unico dèmos è assente. E’ quello che spinge alcuni analisti come Whiler a dire, sbagliando: non ci può essere l’Europa finché non esisterà il dèmos. L’identità europea accompagna le identità nazionali, ma non le elimina. Di un nuovo dèmos totalitario non abbiamo bisogno nel nostro continente, e anche la cultura europea come pensarla, oggi? Di che è fatta?». Capisco bene la critica dello Stato Nazione e delle vecchie sovranità. Ma né l’uno né le altre hanno prodotto solo totalitarismi: hanno creato anche la democrazia rappresentativa. Quanto alla cultura europea, meglio passare ad altro: la cultura europea o è universale o non è grande cultura, come già diceva Goethe. Qui si tratta di fondare istituzioni civili, non cultura o identità. «E’ vero, la democrazia è figlia anche dello Stato Nazione e la cultura non può essere che mondiale. Ma lo Stato classico esprimeva prìncipi dotati di poteri esclusivi. Sono questi poteri che oggi si disperdono, senza tuttavia dar vita a una nuova figura sovrana come pensavano i federalisti». E’ il motivo per cui lei sostiene che gli Stati trasferiscono non già poteri, ma solo funzioni. E’ il motivo per cui ritiene che la Commissione deve far politica, ma senza proclamarlo. Di fatto, nel suo disegno i poteri restano in mano degli Stati. «Non è vero. Ripeto che Schmitter ha ragione: spostandosi, il potere sovrano cui eravamo avvezzi scompare. Così peraltro si è fatta l’Europa: creando organismi comunitari senza che gli organi dove sono presenti gli Stati avessero l’impressione che si imponesse loro un potere superiore. La Corte di giustizia come organo sovranazionale nacque per questa via: fu una sorta di atomica non vista, che Schuman e Monnet infilarono nei negoziati sulla Comunità del carbone e dell’acciaio. La stessa Ceca fu questo: una casuale miscela di egoismi nazionali diventati comunitari. Non mi sembra opportuno sostituire questo metodo lento ed efficace -- che dà agli Stati una tranquillità non ansiogena nel momento in cui li spoglia di poteri -- con i grandi salti istituzionali cari a Fischer e ai federalisti. Dice Fischer che Jean Monnet è sorpassato, ma in realtà si fraintende Monnet: egli era un federalista convinto, ma ritenne prudente nascondere il proprio federalismo sotto il federalismo funzionale -- applicato progressivamente per settori -- teorizzato da Harold Lasky. Quanto alla Commissione, vorrei essere chiaro. Per me il ruolo politico dell’esecutivo è indiscutibile. Sono solo convinto che lo eserciti al meglio usando i poteri tecnici che il Trattato le attribuisce in quanto organo esecutivo. Così fece Delors negli anni del massimo sviluppo politico della Commissione, tra l’86 e il ’92. Quando Delors volle agire esplicitamente come governo dell’Unione, dopo il ’92, la crisi in Europa fu immediata». Possono dunque esser pericolose, le proposte innovative e più politiche. Ma così il rischio dell’immobilità è grande. Ed è questo il rischio che alcuni temono, in Germania o all’Eliseo. Il nostro governo fa molto per l’Europa ma Lei mi è parso più che scettico. Più commentatore dello status quo, che innovatore. Quello che voglio evitare è l’impazienza. Io, come politico, devo evitare che si infranga l’attuale processo di unificazione. Devo ricordare che esiste la porta stretta della Conferenza di Nizza, quando l’estensione del voto a maggioranza e l’Europa delle Avanguardie (della «cooperazione rafforzata») dovrà essere approvata all’unanimità. Devo dunque convincere gli scettici. Attraverso quella porta dovremo passare in quindici. Tra ciò che io penso e le ragioni politiche contingenti devo trovare un compromesso. E non è tutto. Contemporaneamente, non posso dimenticare l’esistenza di un’Europa orientale, che dobbiamo integrare e che teme l’emarginazione. Devo tener conto delle riserve inglesi, spagnole, nordiche. L’Europa dobbiamo farla con tutti». Lei insiste molto sulla porta stretta. Vuol dire che una volta varcata la soglia diverrà più aperto a sovranazionalità e federalismo? «Prima dobbiamo passare quel varco. Se non lo passiamo, questa grande discussione sull’Europa la possiamo portare a San Remo per vedere chi ha cantato meglio. Passata la porta, bisognerà partire rapidi con alcune locomotive». E perché l’allargamento dovrebbe renderci più prudenti nelle riforme istituzionali? E’ per allargarsi senza traumi che si pensa a un potere sovranazionale capace di decidere, e a una semplificata spartizione di competenze tra Stati, istituzioni federali, regioni, comuni. «Non ne sono convinto, anche se capisco il beneficio che può venire da parole forti sul futuro europeo: parole che scongiurino l’avvento di uno spazio solo economico, il giorno in cui l’Unione sarà composta di una trentina di Stati. Tuttavia ci sono momenti in cui ho l’impressione che gli Europei orientali siano messi in quarantena. In fondo è quello che stiamo loro dicendo, con i nostri festival: aspettate fino a quando avremo partorito la nostra bellissima Federazione. Trovo scandaloso questo modo di agire, di pensare. Questi Paesi si sono beccati cinquant’anni di comunismo, ne sono usciti, stanno ritrovando un orgoglio nazionale che era stato loro vietato, rischiano di affondare nel cinismo e in un mercato senza regole, potenzialmente governato dalle mafie, e ad essi e al loro bisogno di Europa noi replichiamo: sì, siete europei ma siete dei mezzo sangue. Non siete all’altezza per entrare nella cerchia degli eletti. E' un atteggiamento che mi ripugna, e se le cose andassero così porteremmo dentro di noi la corresponsabilità del comunismo. E' un atteggiamento che rinvia sine die l’allargamento. Per questo sono contrario alla modifica di procedimenti che fanno nascere l’integrazione dalla cooperazione fra Stati. Per accelerarli ed estenderli, io volutamente volo basso». Mentre Lei invece vorrebbe anticiparlo, l’allargamento? «Sì, vorrei accelerarlo e smettere l’altezzosità dei Paesi fondatori. Sono stati pensati periodi transitori per la Spagna, il Portogallo, la Grecia. Che si faccia la stessa cosa con gli Europei centro-orientali, invece di lasciarli fuori. Saranno pronti nel 2004? Ebbene, che entrino già nel 2002, con due anni di transizione nelle aree in cui la loro condizione non è ottimale. L’ingresso va anticipato il più possibile». C’è però una contraddizione in quel che propone. Da una parte vuole anticipare l’allargamento -- che personalmente chiamerei riunificazione dell’Europa -- dall’altra non vuol urtare gli Stati scettici e in particolare l’ inglese, per far sì che l’Unione proceda alla velocità, lentissima, voluta da Londra. E’ come se dicesse: voglio un treno ultrarapido, ma che viaggi pian piano. «Anche qui, non dimentichi mai le forche caudine di Nizza: l’unanimità di cui abbiamo bisogno, perché un gruppo di Paesi corra più spedito. Ma è vero: la mia non è solo preoccupazione tattica. Sinceramente non vorrei un’Europa solo continentale, che si privi dell’immenso patrimonio dell’Inghilterra, e degli scandinavi ad essa è legata. Né vorrei perdere la Spagna, scettica sull’avanguardia. L’Europa è sempre stata questo: una integrazione tra Stati che non hanno l’impressione di subire diktat dall’alto. Avere con noi l’Inghilterra non sarebbe male: in tante cose Londra é già lì dove noi vorremmo arrivare. Non sarebbe male che con le sue esperienze di riforme economiche fosse presente nel Consiglio degli Stati appartenenti all’Euro». Veramente l’Avanguardia non esclude Londra: è lei che cronicamente si auto-esclude, salvo poi a salire sul treno già partito. Se avessimo atteso l’Inghilterra, l’Europa non sarebbe nata . «Lo so, non lo nego. Tuttavia non le nascondo il mio malessere. Sono state l’Inghilterra a l’Olanda ad avviare la rivoluzione industriale, fra ’600 e ’700. Sono ancora una volta loro, a entrare per prime nel ciclo tecnologico di questa fine ’900. Senza di esse, l’Europa ha un cuore debole, preda delle burocrazie franco-tedesco-italiane. Quindi preferisco andar piano, sbriciolare a poco a poco pezzi di sovranità, evitare bruschi passaggi da poteri nazionali a poteri federali. La stessa proposta di eleggere direttamente il Presidente della Commissione mi pare senza senso. Ecco un’altra idea giacobina: che invece di identità plurali aspira a un dèmos totale. C’è già un rappresentante del dèmos comunitario: va rafforzato, ed è il Parlamento europeo. D’altronde io avevo proposto che fosse quest’ultimo a elaborare la Carta europea dei diritti: la proposta fu respinta dai francesi». Ma i federalisti stessi sono per un processo costituente.Non chiedono un unico atto costituente. Però il salto di qualità ci vuole, altrimenti sarà impossibile l’allargamento. D’altronde sembrò pensarlo anche Lei: due anni fa sottoscrisse il progetto di una elezione diretta del Presidente della Commissione. «Lo sottoscrissi ma senza esserne persuaso. Proprio perché non credo a un dèmos europeo, e al Sovrano federale. Perché il nostro universo globalizzato è post-hobbesiano». Gli aggettivi che contengono il «post» sono spesso tanto equivoci! Spesso la particella traveste un arretramento, e il mondo che Lei descrive sembra pre-hobbesiano. Sembra precedere lo Stato Nazione. «E perché non tornare all’epoca precedente Hobbes? Il Medio Evo aveva un’umanità ben più ricca, e una pluri-identità che oggi può servire da modello. Il Medio Evo è bellissimo: sa avere suoi centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E’ al di là della parentesi dello Stato nazionale. Anche oggi, come allora, riemergono nelle nostre società i nomadi. Anche oggi abbiamo poteri senza territori su cui piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia non ha bisogno di sovrani». Ma come far politica, se il sovrano visibile non c’è più? Come fondare un patriottismo europeo, se a istituzioni federali come la Banca Centrale non si affianca un potere legittimato democraticamente? Era pensata a questo scopo, l’elezione del presidente della Commissione: per creare un’agorà, uno spazio dove il cittadino fa politica a un livello non più nazionale. «Il patriottismo europeo nascerà dalla Carta dei diritti, che dovrebbe essere il preambolo della Costituzione europea e della futura spartizione di competenze fra organi dell’Unione [!!! ndr]. Ma anche la Costituzione va edificata senza salti eccessivamente bruschi». Esiste anche quello che è stato chiamato il «diritto alla pace»: diritto a una difesa comune, e non solo volontà di scongiurare guerre. Simile diritto presuppone il passaggio dall’inefficiente potere nazionale a una nuova sovranità, ben visibile dall’avversario. In Kosovo fu necessaria la decisione di un organo capace di agire come sovrano -- non l’Onu ma la Nato -- per interrompere le pulizie etniche delle milizie serbe. «No, non fu la decisione di un sovrano. I poteri vennero devoluti alla Nato, che non è un sovrano [?! Tecnicamente la NATO non è un sovrano, ma nei fatti agisce per un ben chiaro sovrano, ndr]. Così penso che si dovrà fare le politiche comuni dell’Europa». Quali? «La locomotiva o il cuore dell’Europa dovrà occuparsi del governo comune dell’economia come di comuni regole sull’immigrazione. Dovrà definire diritti comuni per gli immigrati regolari: diritto di mandare i figli a scuola, diritto all’assistenza sanitaria, diritto della seconda generazione a essere integrata. Poi bisogna dar vita a comuni discipline del lavoro, e creare forze che presidino i comuni confini esterni. Come vede, i cantieri sono immensi». Esattamente per questo ci vuole un sovrano anche in democrazia: un sovrano che abbia non solo il potere, ma anche la responsabilità. Altrimenti le strutture di cui Lei parla diverranno poteri sovranazionali irresponsabili, inafferrabili. Bel vantaggio allora, aver superato Hobbes! In Italia abbiamo un capo di governo bravissimo nel commentare, ma che fa di tutto per non sbilanciarsi con visioni forti, come Fischer o Chirac. «Tutto sta a vedere dove va il lento processo costituente. Baron Crespo usò l’immagine dei due scalpellini al lavoro. Il primo è convinto di costruire un muro. Il secondo sa che sta costruendo una cattedrale. Io, con le mie piccole proposte, è una cattedrale che intendo costruire anche quando lavoro attorno al muro». Anche in politica estera? Il governo italiano, che è stato ai tempi di D’Alema coraggioso in Kosovo [l'espressione corretta è "servo", ndr], è oggi tra i più corrivi verso Putin. Ce lo rimprovera Le Monde: Dini è stato l’unico a dichiarare che «c’è un concreto cessate il fuoco in Cecenia», quando si sa che bombardamenti e distruzioni continuano. «Ho parlato a lungo di Cecenia con Putin, e mi è parso che la sua sensibilità sui diritti umani sia fortissima. Naturalmente le posizioni divergono: io non credo che si possa combattere il terrorismo islamico colpendo anche civili estranei, e penso sia indispensabile un negoziato politico sulla Cecenia. Ma non vedo perché non fidarmi di lui, quando mi indica i pericoli di un integralismo che non minaccia solo la Russia». Il nostro dialogo con Amato finisce qui. Molti disaccordi resterebbero da chiarire: specialmente sul sovrano, che per lui è un animale in via di estinzione. «Non rimanga alle categorie di Hobbes -- mi ha detto -- Non cerchi un Principe al quale delegare il potere». Non è facile: almeno finché resteranno sovrani come Putin, che annientano impunemente popoli interi trincerandosi dietro l’inviolabilità delle sovranità nazionali. Fino a quella data è rassicurante, sapere che esistono Stati antiquati come gli Stati Uniti [rassicurante? ndr], e personalità arcaiche come Fischer e Cohn-Bendit, che vogliono un governo europeo non completamente, ma sufficientemente sovrano. Non sono del tutto sicura che sia un mondo davvero migliore, ricco di umanità, il Brave New World senza più Principi né gerarchie che Amato sogna per il giorno in cui le democrazie si libereranno di Hobbes, e del suo Stato-Leviatano.
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lunedì, 19 maggio 2008

Controllo USA sui dati personali degli europei

  • Dall'articolo "Le transazioni finanziarie internazionali sotto controllo americano" (Jean-Claude Paye, Mondialisation via Comedonchisciotte, 2 maggio 2008):

Come nell'accordo sulla sorveglianza dei passeggeri europei, firmato nel giugno 2007, tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti, questo nuovo "accordo" sul controllo delle transazioni finanziarie, rende legittima una situazione creata di fatto dagli USA. Nei due casi l'amministrazione americana si era impossessata illegalmente dei dati personali dei cittadini europei, prima che l'Unione gli riconoscesse questo diritto e modificasse apposta il suo ordine giuridico.

Il 23 giugno, il "New York Times" ha rivelato l'installazione, da parte della CIA, di un programma di sorveglianza delle transazioni finanziare internazionali. Il giornale ha messo in luce il fatto che la società belga Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Communication) ha trasmesso al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, dopo gli attentati dell'11 settembre, decine di milioni di dati confidenziali riguardanti le operazioni dei suoi clienti.

Swift, società americana di diritto belga, gestisce gli scambi internazionali di circa ottomila istituzioni finanziarie situate in 208 paesi. Essa assicura il trasferimento di dati relativi ai pagamenti o ai titoli, comprese le transazioni internazionali in divise, ma non fa transitare denaro.

I dati scambiati vengono memorizzati su alcuni server. Uno situato in Europa, l'altro negli Stati Uniti. Ciascuno contiene l'insieme di tutti i dati. I messaggi interbancari, scambiati sulla rete Swift, contengono dati a carattere personale protetti dai diritti belgi ed europei.

Questa società è sottoposta anche alla legge statunitense, per via della localizzazione del suo secondo server sul suolo degli Stati Uniti. Così la società ha scelto di violare il diritto europeo, allo scopo di sottomettersi alle ingiunzioni dell'esecutivo americano. Malgrado la constatazione di multiple violazioni dei diritti belgi e comunitari, le autorità belghe si sono rifiutate di perseguire la società Swift.


Ricordiamo che il sistema Echelon e il programma di sorveglianza della NSA permettono di appropriarsi di informazioni elettroniche, tra cui i dati Swift FIN, in tempo reale. La loro lettura è ancora più facile se si pensa che i sistemi di criptaggio DES, 3DES e AES, dei dati relativi alle transazioni mondiali tra banche, sono tutti e tre degli standard americani brevettati negli USA. L'esecutivo degli Stati Uniti si fa quindi consegnare dei dati che già possiede o che può facilmente ottenere. Il fatto di obbligare le società private a violare il diritto europeo, così come spingere le autorità politiche di questo continente a trasformare la loro legalità allo scopo di autorizzare questa cattura, è il gioco principale delle esigenze americane. Per l'esecutivo degli Stati Uniti non si tratta solamente d'installare un sistema di controllo in tempo reale delle transazioni finanziarie internazionali, ma soprattutto di farlo legittimare.

La cessazione dei trasferimenti verso le dogane americane non è mai stata prevista. La trasmissione delle informazioni non è d'altre parte finita dopo la rivelazione della faccenda. Per conformarsi formalmente alla direttiva europea di protezione dei dati, Swift ha aderito nel 2007 ai principi di Safe Harbor, il quale "garantisce " che i dati immagazzinati nel server americano siano protetti da alcune norme analoghe a quelle in vigore nell'Unione Europea.

L'adesione ai principi di Safe Harbor procede tramite autocertificazione della società aderente, che dovrebbe fornire delle garanzie sulle possibilità di contestazione presso le autorità indipendenti. Ma la qualità d'indipendenza di queste autorità è poco definita. Il Safe Harbor lascia la persona interessata abbandonata a se stessa. Sta a lei verificare la situazione di conformità dell'organismo americano che tratta i dati, sta a lei trovare e convocare l'autorità indipendente di controllo adatta a studiare il suo caso. Se, nonostante tutti questi ostacoli, una persona o un’impresa hanno la possibilità di poter constatare una trasgressione alla procedura e hanno inoltre la capacità di avviare delle ricerche, l'amministrazione americana può ancora invocare la nozione di "segreto di Stato" allo scopo d'impedire ogni azione giudiziaria.

Quanto alla parte dell' "accordo" del giugno 2007, quello che autorizza il possesso dei dati personali da parte degli USA, esso porta ad un impegno unilaterale degli Stati Uniti. Non si tratta dunque di un accordo bilaterale, come desiderava il Parlamento Europeo, ma di un testo il cui contenuto non ha bisogno dell'accordo delle due parti per poter essere modificato. L'amministrazione degli Stati Uniti ha la possibilità, senza assenso né consultazione dell'altra parte, di modificare i suoi impegni secondo l'evoluzione della legislazione americana o secondo la sua volontà di emettere delle nuove esigenze [!!!, ndr].

Il Dipartimento del Tesoro dà delle garanzie puramente formali quanto all'utilizzazione dei dati. S'impegna a utilizzarli o a scambiarli con altre agenzie o con paesi terzi, esclusivamente per lottare contro il terrorismo. Ciononostante la definizione di terrorismo è così larga ch'essa può essere applicata a qualsiasi persona o organizzazione presa di mira dall'amministrazione.

I dati stagnanti non saranno conservati più di cinque anni dalla loro ricezione. Questo lascia molto tempo alle agenzie americane per utilizzarli secondo i loro propri comodi.

Come garanzia del rispetto della confidenzialità delle informazioni, la parte americana insiste sull'esistenza di numerosi livelli indipendenti di controllo. Il testo menziona "altre amministrazioni officiali indipendenti", così come uno "studio di audit indipendente". Che un'amministrazione sia considerata come un'istituzione indipendente da un'altra amministrazione dello stesso Stato dice già molto sulla formalità di questa autonomia. La stessa considerazione può essere fatta per ciò che riguarda l'audit indipendente. Così, quando il caso Swift è scoppiato nel giugno 2006, il governo americano aveva già dichiarato che non c'era stato nessun abuso nell'utilizzazione dei dati, visto che l'accesso a questi era controllato da una società privata "esterna", il gruppo Booz Allen. Quest'ultima è una delle più importanti società sotto contratto con il governo americano. L'inter-penetrazione tra pubblico e privato è organica. Che una tale società possa essere presentata come indipendente dal potere esecutivo degli Stati Uniti la dice lunga sulla solidità delle garanzie ottenute dai negoziatori europei.

Questo recente "accordo" rivela l'esistenza di una struttura politica imperiale, nella quale l'esecutivo americano occupa il posto d'onore e le istituzioni europee una semplice funzione di legittimazione nei confronti delle loro popolazioni. Infatti non si tratta di un accordo tra due potenze sovrane. Non esiste che una sola parte, l'amministrazione degli USA, che riafferma il suo diritto di disporre dei dati personali degli europei. In cambio, in un percorso unilaterale, concede delle "garanzie" formali che può unilateralmente modificare o sopprimere. L'esecutivo americano esercita così direttamente la sua sovranità sulle popolazioni dei due lati dell'Atlantico.
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A partire dal giugno 2007 era previsto che i dati Swift inter-europei non fossero più trasferiti agli Stati Uniti, ma su un secondo server europeo. A fine marzo del 2008 dei rappresentanti della società Swift hanno lasciato intendere che questo sarà situato nella regione di Zurigo e sarà operazionale alla fine del 2009. Questa nuova procedura è più conforme alla decisione-direttiva europea sulla protezione dei dati personali che i principi di Safe Harbor. Ciononostante la decisione-direttiva prevede delle eccezioni in materia polizia-giustizia e lascia la porta aperta all'accesso delle autorità americane ai dati finanziari di competenza europea. L'"accordo" dovrà semplicemente essere adattato Questo è evolutivo. E' costruito in modo da poter rispondere permanentemente alle nuove esigenze americane.

Ricordiamo che, per ciò che riguarda i dati dei passeggeri aerei, le dogane americane hanno direttamente accesso ai terminali delle compagnie situate su suolo europeo. Che questo avvenga tramite questo sistema o, più probabilmente, tramite determinate ingiunzioni, le autorità americane continueranno a farsi trasmettere dati finanziari europei. Che sarebbe poi l'obiettivo fondamentale di questo affare.
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sabato, 22 marzo 2008

Sull'euro-truffa - Parte 2

  • Dall'articolo "'Criminal abuse' of expenses by Euro-MPs" (Bruno Waterfield, The Telegraph, 21 febbraio 2008):

A secret European Parliament report has uncovered "extensive, widespread and criminal abuse" by Euro-MPs of staff allowances worth almost £100 million a year. Senior Euro-MPs and European Union officials have tried to hush up an internal audit that found severe problems and endemic misuse of funds worth at least £98.4 million a year, more than £125,000 for each of the 785 Euro-MPs. Such is the extent of the abuse found in a sample group of 167 Euro-MPs that "terrified" parliamentary authorities have shrouded the report in secrecy and security. Harald Rømer, the secretary-general of the European Assembly, was asked late on Monday night by Hans-Gert Pöttering, its president, and a group of senior Euro-MPs, to take measures to ensure that there was no "collateral damage" from the report. "We want reform but we cannot make this report available to the public if we want people to vote in the European elections next year," said a source close to the decision. Only Euro-MPs on the parliament's budget control committee are allowed to see the report. To do so, they must apply to enter a "secret room", protected by biometric locks and security guards. They may not take notes and must sign a confidentiality agreement. Last night, after an emergency meeting of senior officials including Mr Rømer and Mr Pöttering, triggered by The Daily Telegraph's investigation, a spokesman for the parliament denied a cover-up. "The document is not secret. It is confidential," he said. "It can be read by Euro-MPs on the budget control committee, in the secret room but not generally. That is not the same as a secret document nobody can read." The Daily Telegraph has learned that the report does not name specific individuals but has uncovered endemic abuse of staff allowances. Many Euro-MPs are diverting the office payments, worth £125,000 a year, to "providers", which are supposed to be accountants, professionals or companies delivering administrative services. But in many cases the whole allowance is paid to a single individual or Euro MP's member of staff, suspicious payments that are twice as large as the annual £61,820 salary paid to a British Euro MP. One source who read the report said: "The abuse is extensive. I felt the police should be reading this. Public finances are being skimmed off and there is every indication this is more widespread than anticipated." The internal auditor found that some Euro MPs claiming the allowance had no employees or just one member of staff. Another source who had also read the report said: "Some service providers simply do not exist. Others are individuals that work for or are dependent on the Euro MP." Chris Davies, a British Liberal Democrat Euro MP on the budget control committee, has complained to the EU's anti-fraud watchdog, OLAF, over the "disgraceful" handling of the report. He wrote to Mr Rømer that the findings "most definitely fall within OLAF's terms of reference", adding: "They are so serious that it should be assumed that criminal proceedings may follow." OLAF anti-fraud officials have demanded a copy of the report and have warned that they expect the full co-operation of Euro MPs and the parliamentary authorities. Jeffrey Titford, a UK Independence Party Euro MP also on the budget control committee, said: "We were elected to represent the interests of constituents, not to cover up the illegal activities of our colleagues."
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Sull'euro-truffa

  • Dall'articolo "La UE protegge gli euro-ladri" (Maurizio Blondet, Effedieffe, 23 febbraio 2008):

Chris Davies è un euro-deputato britannico.
Per giunta, è membro della Commissione Controlllo Bilancio dell’Euro-parlamento.
Eppure, per vedere il documento, ha dovuto firmare un impegno alla segretezza, ha potuto leggerlo solo in una stanza chiusa da congegni di riconoscimento biometrico, sotto lo sguardo di guardie della sicurezza; ovviamente non ha avuto il permesso di fotocopiarlo, e neppure di prendere appunti.

Che cosa c’è di tanto delicato in quel rapporto, da imporre tali misure di segretezza?
Forse i piani di un super-missile comunitario, di un brevetto strategico, il piano per la fusione fredda?
Niente di tutto questo.

Il rapporto, stilato dagli uffici contabili di Bruxelles, documenta in dettaglio le ruberie, malversazioni, peculati e appropriazioni indebite compiute dai membri del Parlamento Europeo. Reati e delitti su «una scala così vasta», ha spiegato Davies alla BBC, «da  impressionare. Coloro che hanno compiuto tali atti non meritano che anni di galera» (1).

Non ci sono i nomi dei malfattori da noi votati, ma solo le nazionalità.
Secondo Davies, «non» ci sono inglesi, né olandesi, né scandinavi (provate a immaginare quale Paese è invece ben rappresentato).
Davies, ha detto che la media delle appropriazioni indebite per ciascuno dei 785 euro-deputati ammonta a 166 mila euro.
Senza contare l’emolumento legale e i numerosi «benefit».

Hans Gert Poettering, il presidente dell’europarlamento, ha spiegato penosamente il fatto di aver sottratto il rapporto all’opinione pubblica con queste parole: «Vogliamo riformare il sistema, ma non possiamo mostrare questo rapporto al pubblico, se vogliamo che la gente voti alle elezioni europee l’anno prossimo».

Ha aggiunto, anche più penosamente: «Il documento non è segreto. E’ solo confidenziale. I deputati della Commissione Controllo Budget lo possono leggere nella stanza chiusa, solo non è aperto a tutti. Non è la stessa cosa che un documento segreto, il quale non può essere letto da nessuno».

Scusa ridicola, e smentita da due fatti: anzitutto, lo stesso Poettering ha chiesto ad Harald Roemer, segretario generale dell’assemblea europea, di prendere misure perché da questo rapporto non nascessero «danni collaterali» - fra cui evidentemente c’è anche il rischio che Poettering sia costretto a  dimettersi a furor di popolo per il mancato controllo, o per complicità nelle malversazioni.

Il secondo fatto: OLAF, l’ufficio anti-frode della Unione Europea (un po’ polizia interna e un po’ euro-KGB) non era a conoscenza del rapporto, o almeno così dice (2).
Ne ha avuto nozione solo quando il britannico Chris Davies ha scritto allo stesso OLAF, e per copia a Roemer, in questi termini: «Le risultanze dell’inchiesta cadono sotto la giurisdizione dell’OLAF, e sono così gravi che si deve ritenere ne debbano conseguire procedure penali».
Allora OLAF ha chiesto una copia del documento, ed ha diramato agli euro-deputati una circolare in cui «si attende piena collaborazione da lorsignori e dalle autorità parlamentari».
Vedremo se seguiranno le necessarie inchieste penali.

Intanto, il Telegraph ha condotto una sua inchiesta giornalistica, fra i pochissimi funzionari che hanno potuto leggere il rapporto, ed ha appreso qualcosa sul genere di frodi usate.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di diversione dei fondi assegnati ad ogni parlamentare per il funzionamento del proprio ufficio - 166 mila euro annui appunto - e che dovrebbero pagare contabili, traduttori professionisti, aziende che forniscono servizi amministrativi.
Ma i ragionieri autori dell’indagine hanno appurato che per lo più l’intero fondo annuale viene devoluto dall’eurodeputato «ad una sola persona del suo staf» qualche volta un parente stretto.
Anzi, molti europarlamentari che consumano l’intero fondo non hanno alcun impiegato al loro servizio, o uno solo come portaborse tuttofare, per giunta un parente che non parla se non una sola lingua.

«In altri casi», ha detto una fonte al Telegraph, «risultano pagamenti ad aziende di servizi che, semplicemente, non esistono; in altri sono individui che lavorano per il singolo euro-deputato e ne sono i dipendenti».
In altri casi sono «creste» sui biglietti aerei e le spese d’ufficio, in modo da assorbire l’intero fondo.

Vogliamo provare a indovinare di quale o quali Paesi sono gli euro-deputati più attivi in questa ruberia?
Forse riusciremo a capire perché  i nostro politici sono così entusiasticamente europeisti, e tanti desiderino diventare euro-parlamentari, benchè conoscano solo qualche dialetto irpino o romanesco o lumbard.
E come mai i giornali italioti non abbiano riportato una riga di questa informazione.
Per rispetto al loro amato presidente della repubblica, suppongo.

Non c’è che da notare che ad ogni strato di «politica» corrisponde una Casta, con relativo furto di denaro pubblico.
E gli strati che gravano sopra noi contribuenti sono tanti, si moltiplicano e sono molto «spessi», cioè affollati di percettori.
In Italia, si comincia dai consigli di zona delle grandi città (a Milano un presidente di consiglio di zona, di solito un partitante di mezza tacca, già riceve 2 mila euro mensili, più di un giovane ingegnere con responsabilità dirigenziali nell’industria privata), e poi via sovrapponendo: Comune, Provincia, Regione, Stato nazionale, aziende «partecipate»,  burocrazia europea…
E poi ancora gli organi globali, ONU, WTO, Fondo Monetario, Banca Mondiale.
Tutti con stipendi miliardari.
E noi paghiamo per tutti.

Si deve infine notare che le Caste hanno dato ai loro furti abitudinari uno status giuridico.
L’ultimo esempio ci riguarda: Padoa Schioppa, tra le mille cose di cui ha imbottito la Finanziaria, aveva decretato un «tetto» agli stipendi del personale di Bankitalia, che sono i più  alti e costosi del pianeta.
Una cosina giusta, finalmente.
Ma la Banca Centrale Europea ha bocciato il provvedimento, con la motivazione che il tetto di Stato ai compensi «mina l’indipendenza della Banca Centrale italiana».
Ragionamento di cui non si vede la logica - dopotutto, la magistratura non si assegna da sé i suoi emolumenti, e ciò non mina la sua autonomia - ma che si spiega nello spirito di Casta.

I privilegi indebiti sono «diritti acquisiti», i miliardi di stipendio «garanzia di indipendenza».
Non ci sarà mai modo di tagliarli, se non tagliando le teste, accorciando gli strati di «politica» che ci depredano.
L’appendimento dei responsabili a piedi in su a piazzale Loreto compirebbe la riforma.
Ma non osiamo sperare tanto.

Note

1) Bruno Waterfield, «Criminal abuse of expenses by Euro-MPs», Telegraph, 21 febbraio 2008.
2) L’OLAF si auti-definisce  come il «motore dell’‘Europa della legalità’ contro l’‘Internazionale del crimine’ ». Ne fanno parte 280 pagatissimi agenti e giudici. Nel  sito di Olaf si legge: «The mission of the European Anti-Fraud Office (OLAF) is to protect the financial interests of the European Union, to fight fraud, corruption and any other irregular activity, including misconduct within the European Institutions. In pursuing this mission in an accountable, transparent and cost-effective manner, OLAF aims to provide a quality service to the citizens of Europe.
Another source who had also read the report said: ‘Some service providers simply do not exist. Others are individuals that work for or are dependent on the Euro MP’ ».
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Sui conti segreti in Liechtenstein e altro - Parte 4

  • Dall'articolo "EU Bootboys Threaten Minnows" (Michael Huntsman, The Brussels Journal, 23 febbraio 2008):

Monaco, Andorra and Liechtenstein 
are all, unless they have been visited overnight by a trio of Bundeswehr Panzer Divisions, sovereign independent states. All are members of the United Nations. The former has a history as a polity going back to 1297; Andorra to 1278 and the latter to 1719. As such they are entitled to pass whatever laws they choose without interference from outside.

Each has made themselves prosperous by passing tax laws and setting tax rates that attract wealthy people and corporations to their lands, each has had the temerity to run themselves efficiently and frugally and thus has chosen to impose low tax rates upon its citizens, residents and corporations.

All of these qualities offend mainstream European politicians who have acquired the narco-habit of high taxes, high expenditure, inefficiency and profligacy, not least Frau Merkel, Chancellor of Germany, who plans to bully Albert II, His Serene Highness The Sovereign Prince of Monaco (and other knavish competitors) into all manner of ‘reforms’ to their laws. Thus, as The Times reports:

    Thomas Steg, a German government spokesman, said: “The Chancellor [...] will make clear that we […] expect Monaco to co-operate and to accept the OECD standards on transparency, information exchange and fair behaviour in taxing.”

I have no problem with them being asked to beef up their money-laundering restrictions (politely, mind) since the system of control of money-laundering depends on all being part of it. It is the phrase “fair behaviour in taxing” which raises my hackles. What business is it of Germany what the tax regime is in another State? None whatsoever.
 
When they refer to the concept of ‘fair’ in the context of tax regimes, however, what they really mean to say is ‘competitive’. The EU hates competition in the field of tax rates, not least because the ones with ‘low’ (or as they would see it, ‘unfair’) tax rates always seem to have the best growth and most efficient economies and are the ones which attract companies to move their corporate HQs and to set up new businesses.
 
This is, of course, all part of the next step which the EU will be taking once the Treaty of Lisbon comes into force. All that is required is a coalition of high-taxing nations to be assembled and tax harmonization will be transformed from an Onanistic fantasy into a wonderful reality.
 
For the moment the UK has zero-rating for VAT on food, children’s clothes and books. From time to time the EU has made a fuss about this and has tried to prod London into ‘harmonizing’ (which is another word for ‘imposing’) such rates. This has been strongly resisted whenever mentioned, not least because the government that imposes a 17.5% price hike on food and children’s clothing must expect to be out of power for a generation.
 
All this can be put to an end by the EU once they have their hands on the levers of real power. Once ‘reforms’ can be introduced without the need for further treaties (and thus inconvenient referenda) and pushed through with lots of Qualified Majority Voting (QMV), member states can be forced upon pain of some swingeing penalties to increase their taxes so as to be ever so harmonious with those of other member States. And of one thing you may be quite sure, the tax rates will never go down, only up. After all, wielding absolute power costs lots of money.
 
Of course, such a system will not work if there are pockets of independence around the place which continue to offer low (“unfair”) tax rates because that might undermine all the wonderful achievements of the EU. So we cannot have, can we, the likes of Monaco, Andorra and Liechtenstein offering a low tax regime that might attract lots of companies and individuals there? Thus they are going to have to be bullied into line.
 
And while they are at it they will have to breach every known rule of banking privacy and confidentiality and give the EU the low-down on every one of its ‘citizens’ who has a bank account or any other sort of presence there; or any money being transferred will be taxed automatically as it leaves the country. It will, then, be back to the tried and tested method of the suitcase in the back of the Merc.
 
Monaco is ruled by its own Prince as is Liechtenstein. They may feel inclined to tell the EU where it can stick itself. Poor Andorra, however, is ruled by two co-Princes, one the Bishop of the Seu d’Urgell and the other none other than Nicholas Sarkozy, President of France, so it may well find that some less-than-subtle pressure is applied to bully her into line.
 
None of which will work, ultimately, as other more distant tax havens will simply develop themselves yet further with lots more offerings of business-friendly low tax regimes and banking privacy laws. The only effect on the EU will be to suck money out of the system.
 
This is a process known as “cutting your nose off to spite your face."
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sabato, 15 marzo 2008

Sull'Unione Mediterranea - Parte 3

  • Dall'articolo "A geopolitical show-off" (Alexander Eliseev, RPMonitor, 31 gennaio 2008):

[...]

A NEO-IMPERIAL BARRIER FOR CHAOTIC MIGRATION


    The French president is obviously pursuing some personal goals in this geopolitical horseplay. It would be incorrect to explain his policy only with a backward glance at the United States, as France is one of the leading world powers, able to allow itself a lot of freedoms. Sarkozy is definitely motivated also with some considerations of his own.

    In fact, Sarkozy had made his career by displaying a harsh stand towards Afro-Asiatic immigration. His slips of tongue were very illustrative: "an African can't enter history", he was once quoted to have said. Ostensibly, the UMS project represents a revision of this attitude – as well as Sarkozy's recent expression of intent to guarantee ethnic and cultural diversity within the AMS.

    This shift is actually quite logical. In case Sarkozy just reiterated the phraseology of Jean-Marie le Pen, with his traditional anti-immigrant rhetoric, the domestic and international financial elites would hardly tolerate such a kind of "provincialism". Instead, Sarkozy is trying to sooth both the liberals and the leftists. Obviously, that is the reason for the liberal amendments he is going to introduce in the national constitution.

    On the background of this rhetoric, Sarkozy's government is actually preparing to restrict the inflow of immigrants. Brice Hortefeux, Minister of Minister of Immigration, has just reported of establishing a task force to elaborate constitutional amendments on immigration quotas. Thus, the liberal rhetoric may serve as a mere cover for a real crackdown on the inflow of immigrants.

    Meanwhile, the UMS is actually an imperial project, though the word "imperial" could be put in quotes. From the maximalistic standpoint of Evola, that is a surrogate empire. Still, it inevitably borrows some features from the traditional empire, as the UMS design suggests integration of a lot of peoples of various faiths. This integration can be successful only under the conditions of a serious ordering in all the regions of the imperial entity. In that case, the leader would be interested rather in colonization – which is essentially different from integration.

    It is true that while European colonial empires were existing, the problem of immigrants did not emerge, as their quantity was strongly regulated (the same being true for Russia and the Soviet Union until the 1990s).

    An imperial order prevents the chaos of irregular migration. In the conditions of an empire, ethnic minorities prefer to inhabit their native lands, preferring slow but stable development, not being forced to hunt for luck in an alien ethnic and cultural environment. Recognition if this fact has probably inspired Sarkozy for the initiative of a new empire, supposed to order the political and economic situation in the southern Mediterranean region. Still, the abovementioned lack of a cultural kernel makes the solution of this problem hardly available.

    RUSSIA AND THE BALTIC UNITY


    Sarkozy's France is distancing itself from Germany. In its turn, Germany may undertake a geopolitical move of its own, adequate to the French President's geopolitical initiative. Germany could initiate foundation of an Association of Baltic States – for instance, on the base of the existing Cooperation Council of the Baltic Countries. Emergence of such an alliance would be quite favorable for Russia, especially in the context of construction of the North-European ("North Stream") pipeline.

    The Russian-German axis of this alliance would not ignore the role of Poland and the Baltic states. Such kind of a union would be highly symbolic, as the coastline of the Baltic had historically served as the site of intensive Slavonic-Germanic connections. Tribes of Western Slavs, such as Liutizians and Obotrites, had once populated the area between the Oder and the Elbe, being eventually Europeanized – not by the German population as such but by fanatic Western Christians.


    Centuries before, Slavonic and Germanic tribes closely cooperated in the ranks of Varangian retinues which once played a crucial role in the culture of Eastern Europe, Rus, and Byzantium. The common equation of the Varangians to Scandinavs is essentially erroneous. According to such Russian authors as Fyodor Moroshkin and Ivan Zabelin, the history of the Varangians has once started on the southern coastline of the Baltics, extending later to the Volga Bulgaria. Definitely, Vikings could hardly extend to the Volga. In fact, the Varangians, or Warins, were a Slavonic tribe that once efficiently colonized the continental lands of Northern Russia.

    According to a different theory, Varangians were a multi-ethnic, Slavonic-Germanic unity of warriors, sailors, and merchants. Varangians are described by Helmold of Bosau, a medieval German historian, as the best sailors among the Slavs. Prince Rurik, whose name is also spelled in some sources as Rereg (a falcon), could have relied upon such a community. In the "Legend of the Princes of Vladimir", Rurik's origin is traced back to Prus, the younger brother of Caesar August. In its turn, The Life History of Monk Juvenalius, another ancient manuscript, links the Romanov dynasty to the posterity of Vetevdat, a Prussian king. Therefore, Eastern Prussia is abundant of meanings essential for Russia's destiny.

    The foundation of the Association of Baltic States is likely to resurrect old archetypes more essential than the current economic and political problems. The old times have never vanished; they are revivified in the politics or metapolitics of today, influencing minds and re-emerging in a new essence. (In fact, Sarkozy's strategy is similarly based upon ancient Roman geopolitics).

    The Union of Baltic States could fulfill several missions, 1) facilitating a further rapprochement of Russia and Germany, 2) mitigating the contradictions between Russia and Germany with Poland, and thus preconditioning a stable development from the Atlantic to the Urals, and 3) solving the problem of Russia's relationship with the Baltic States. This development is actually going to expand in other directions as well. In this regard, the UMS project may serve a role of an indispensable trigger of the world's diversity.
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Sull'Unione Mediterranea - Parte 2

  • Dall'articolo "Le riverains du Sud approuvent l'idée mais restent divisés" (Alain Barluet, Le Figaro, 14 marzo 2008):

SUR LES vingt-cinq pays du Sud considérés comme riverains de la Méditerranée, vingt-deux ont favorablement répondu au projet d'Union pour la Méditerranée. Absorbés par leur crise régionale, le Liban et la Syrie ne l'ont pas encore fait. La Turquie suspecte le projet d'être voué à remplacer l'adhésion à l'Union européenne. Chargé de ce dossier, l'ambassadeur Alain Leroy était il y a quelques jours à Ankara pour tenter de désamorcer cette méfiance. En revanche, le Maroc, l'Algérie, la Tunisie, l'Égypte, la Libye, l'Autorité palesti­nienne et Israël applaudissent des deux mains. Craignant au début de perdre les aides dont ils bénéficient dans le cadre du processus de Barcelone, ces pays ont été rassurés sur leur pérennité. Ils ont également été rassurés de voir Berlin et les Européens du Nord rester « à bord » ­grâce au compromis franco-allemand de Hanovre, le 3 mars. « Avec sur son sol 10 millions de Méditerranéens qui votent, l'Allemagne est un des pays les plus méditerranéens d'Europe », soulignait le Tunisien Chékib Nouira, président de l'Institut arabe des chefs d'entreprises, lors d'un récent colloque à l'Ifri. Le principe paritaire séduit dans la mesure où il promet d'associer le Nord et le Sud sur un pied d'égalité dans l'élaboration des projets.

« Méthode Monnet »

On constate toutefois des différences d'approche. Et les leçons tirées de l'échec de Barcelone sont contrastées. Manque de moyens, manque de structures ? Ou carences en matière de gouvernance et défaut d'intégration au marché transméditerranéen ? « L'idée d'une union de projets est excellente mais devra être accompagnée car notre tissu de PME est trop faible », relève Chékib Nouira. « Nous avons des difficultés objectives qu'il serait dangereux d'ignorer », souligne Hassan Abouyoub, ambassadeur itinérant du Maroc, pointant le « péril sécuritaire ».

En substance, s'interroge ce diplomate chevronné, quelle peut être l'efficacité de la « méthode Monnet » (un noyau d'États rassemblés sur un projet précis comme le fut la Ceca), avec des pays menacés dans leur stabi­lité par les défis terroriste, migratoire, climatique…

Les réticences des opinions publiques du Sud devront également être surmontées. « Dans le monde arabe, le débat entre modernité et islam nourrit deux courants contradic­toires qui détermineront la position des gouvernements, sur l'Union pour la Méditerranée  », relève aussi Hassan Abouyoub. « Entre l'accord officiel et un engagement sincère, le chemin est long », poursuit-il en soulignant, pour cette raison, la nécessité de s'attacher à des projets utiles aux populations. «  Si les chancelleries s'en mêlent, on retombera dans les ornières de Barcelone », prévient un observateur. Les démarches «  à géométrie variable  » offrant un rôle moteur aux entreprises et aux financements privés seront privilégiées. Mais ces pays du Sud auront à s'accorder sur une liste de chantiers forcément limitée (dépollution, eau potable, plan solaire, protection civile…). Les principaux obstacles seront toutefois les graves différends opposant certains pays, tels le Maroc et l'Algérie, à propos du Sahara occidental.
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Sull'Unione Mediterranea

  • Dall'articolo "L'Union méditerranéenne corrigée passe le cap européen" (Reuters, 14 marzo 2008):

Le projet français d'Union pour la Méditerranée (UPM) a passé jeudi le cap des dirigeants européens après avoir été sévèrement élagué par l'Allemagne, même si des doutes subsistent sur sa mise en oeuvre concrète.

Angela Merkel et Nicolas Sarkozy ont trouvé mardi dernier un terrain d'entente au prix d'une révision à la baisse des ambitions initiales du président français et ont présenté ensemble la nouvelle version au sommet européen de Bruxelles.


"Cette initiative a obtenu le soutien du Conseil et le travail va maintenant commencer (...) pour préparer tout ce qui est nécessaire", a déclaré le Premier ministre slovène Janez Jansa, dont le pays préside actuellement l'UE.

"Pour moi c'est une grande émotion de voir que cette idée (...) voit le jour puisque la totalité des pays européens l'a accueillie avec enthousiasme", a déclaré le président français.

"On est tous conscients qu'en Méditerranée on aura la paix ou la guerre et que c'est là où beaucoup de choses se jouent."

La Commission européenne, qui avait beaucoup à perdre dans le projet originel qui prévoyait de n'associer que les pays riverains de la Méditerranée, ce qui aurait réduit son rôle dans le pilotage, a donné le signe du ralliement après avoir eu l'assurance que tous les Vingt-Sept en feraient partie.

"En ce qui concerne l'Union méditerranéenne, nous la soutenons pleinement", a déclaré son président, José Manuel Barroso, tout en soulignant qu'il restait du travail à faire.

L'un après l'autre, les chefs d'Etat et de gouvernement de l'UE, qui se sont retrouvés à Bruxelles pour débattre de la situation économique et de la lutte contre le réchauffement climatique, se sont prononcés en faveur du projet révisé.


PROJET EUROPÉEN

"Ce qui est important, c'est que c'est un projet européen", a souligné le chancelier autrichien Alfred Gusenbauer. "Nous ne ferons pas un barbecue pour quelques Etats membres seulement."

La France voulait initialement limiter le périmètre de l'UPM aux seuls 22 pays strictement riverains de la Méditerranée, plus le Portugal, la Jordanie et la Mauritanie, ce qui avait suscité la colère d'Angela Merkel, qui évoquait une division de l'UE.

Le "processus de Barcelone" entamé en 1995 entre l'UE et les pays de la Méditerranée aurait été affaibli par ce projet qui prévoyait aussi de siphonner les fonds communautaires, ce qui était inacceptable pour de nombreux pays nordiques.

L'accord s'est fait selon cinq axes: relance du processus de Barcelone rebaptisé parité Nord-Sud, participation de tous, coopération régionale et appel à des fonds privés.

Sarkozy a également dû modifier son projet de lancer l'UPM le 13 juillet lors d'un sommet réunissant uniquement les pays riverains, avant une réunion plus large le 14 juillet.

Désormais, il n'est plus question que d'un seul sommet réunissant le 13 juillet les Vingt-Sept, les pays du Sud de la Méditerranée et la Commission européenne.

Le principal mérite reconnu à l'initiative française est l'ambition de redonner du tonus à une processus jugé peu productif et qui, selon Gusenbauer, était "dormant".

Mais il reste toutefois des problèmes à régler avant le lancement officiel de l'UPM le 13 juillet prochain.

LE PROBLÈME DE LA COPRÉSIDENCE

L'architecture institutionnelle, la principale novation du projet avec l'accent mis sur la coopération régionale - l'objectif est de présenter quelques projets emblématiques, comme la dépollution de la Méditerranée ou la lutte contre les feux de forêt - ne sera pas aisée à mettre en oeuvre.

L'UPM sera coprésidée pour deux ans par un tandem composé d'un pays de l'Union européenne et d'un pays du sud de la Méditerranée qui prépareront des sommets ayant lieu tous les deux ans ainsi que des réunions ministérielles.

Le poste de coprésident du côté de l'Union serait réservé "dans un premier temps" aux pays riverains, ce qui fait débat.

La coprésidence posera problème à cause du conflit israélo-palestinien, Israël faisant partie du processus de Barcelone depuis le début. Les pays arabes n'acceptent pas l'idée que l'Etat hébreu puisse les représenter.

Mais Jansa a estimé que ce conflit n'était pas une raison pour ne pas aller de l'avant dans la coopération.

"L'objectif n'est pas de résoudre les problèmes du Moyen-Orient ou le conflit israélo-palestinien", a-t-il dit.
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lunedì, 22 ottobre 2007

Lobbies nell'Unione Europea

  • Dall'articolo "Ceniamo questa sera, Commissario? La Lobby a Bruxelles" (Belen Balanyà, Rebelion via Comedonchisciotte, 26 luglio 2006):

Negli ultimi venti anni, Bruxelles è diventata un magnete per
                  i gruppi di pressione industriali e le imprese di relazioni
                  pubbliche, per il potere sempre maggiore che ostentano le
                  istituzioni europee. Attualmente più del 50% di tutta la
                  legislazione dei 25 paese membri dell’UE proviene da
                  Bruxelles, e per quanto riguarda il campo ambientale la
                  percentuale sale all’80%.
                  Si ritiene che vi siano circa 15.000 lobbisti che si dedicano
                  a tempo pieno nell’azione di influenzare le istituzioni
                  europee. Più del 70% di tali “corporati” rappresentano grandi
                  imprese.

                  Il mondo della lobby industriale a Bruxelles è formato da più
                  di mille gruppi di pressione, centinaia di imprese di
                  relazioni pubbliche, numerosi studi legali di avvocati che
                  offrono servizi di lobby, dozzine di laboratori “di idee”
                  finanziati dall’industria, oltre a centinaia di imprese che
                  possiedono un proprio dipartimento per le tematiche europee
                  [1]. Il fatturato annuale dell’attività di lobby aziendale a
                  Bruxelles raggiunge cifre tra 750 e 1.000 milioni euro
[2].

                  I gruppi di pressione si sono precipitati a Bruxelles, in
                  seguito all’unione, come mosche sul miele. Ma alcuni, in
                  particolar modo la “Tavola Rotonda Europea degli Industriali”
                  (ERT), si sono avvantaggiati e gomito a gomito con la
                  Commissione Europea, hanno svolto un ruolo fondamentale nel
                  disegnare ed accelerare il processo di unificazione [3]. A
                  metà degli anni ’80 e nei primi anni ’90, questo gruppo
                  formato dai capi di 45 delle maggiori imprese europee, ha
                  rappresentato un ruolo chiave nel promuovere l’integrazione
                  dei mercati, nel porre le basi delle riforme neoliberali che
                  hanno tempestato l’Europa negli ultimi anni.

                  Una perfetta sincronia

                  A differenza degli Stati membri, a Bruxelles regna una cultura
                  politica che fa in modo che l’attività di lobby sia la forma
                  più comune di fare politica. I procedimenti complessi, la
                  mancanza di un vero dibattito pubblico europeo e la relativa
                  debolezza dei gruppi sociali in scala europea, creano le
                  condizioni ideali del successo del “fare lobby” industriale.

                  In tale contesto, non è un caso che i corsi sull’azione di
                  lobby siano un settore in espansione. Un esempio abbastanza
                  indicativo è rappresentato dal corso intensivo di una sera
                  organizzato dal gigante delle relazioni pubbliche
                  Burson-Marsteller e dal settimanale più letto della città,
                  “European Voice”, celebrato nel luglio del 2004 [4].

                  “Ho bisogno di lobbisti, dipendo dai lobbisti”, diceva un
                  eurodeputato (del Regno Unito) alle più di 100 persone che
                  andavano spingendosi e comprimendosi in una stanza del Marriot
                  Hotel, dopo aver pagato 300 euro cadauna. Gli eurodeputati
                  sono schiacciati dalla quantità di temi sui quali devono
                  decidere fino al minimo dettaglio, sviluppando spesso una
                  dipendenza cronica dai lobbisti. Egli spiegava di non volere
                  commenti generali, bensì correzioni di un testo da poter così
                  presentare direttamente nei “comitati” o nelle sessioni
                  plenarie del Parlamento affinché possano essere votati.

                  Disgraziatamente è un procedimento di routine, che ha come
                  risultato che molti degli emendamenti redatti da parte dei
                  rappresentanti dell’industria (ed occasionalmente dei gruppi
                  della società civile) si convertano in legge. Gli eurodeputati
                  corrono il rischio di convertirsi in meri intermediari che
                  trasferiscono le richieste dell’industria alla macchina del
                  processo decisionale. Molti di essi, dopo un periodo in cui
                  esercitano la propria carica, passano al mondo della lobby
                  aziendale.
Un esempio è dato dai britannici Nick Clegg
                  (liberale democratico) e David Bowe (laburista) che si sono
                  uniti alla squadra di lobby del gruppo GPlus Europe, dopo aver
                  lasciato il Parlamento Europeo nel 2004.

                  In seguito, al termine della loro carica, anche molti
                  Commissari sono tornati a Bruxelles come corporati
                  dell’industria.
Un buon esempio è Leon Brittan, ex Commissario
                  del commercio (1994-1999), che preparò la posizione
                  dell’Unione nelle negoziazioni sui servizi del WTO (AGCS o
                  GATS). Dal 2000 Brittan si è dedicato a premere sui suoi
                  successori, Pascal Lamy e Peter Mandelson, in qualità di
                  Presidente del Comitè LOTIS, un gruppo di pressione che
                  rappresenta l’industria britannica dei servizi finanziari.

                  Più a destra

                  L’attività di lobby a Washington D.C. è famosa per i suoi modi
                  aggressivi, in contrasto con il tono più conciliatorio di
                  Bruxelles. Ma la differenza si va sempre più riducendo.
Uno
                  dei partecipanti al corso sulla lobby, svoltosi nel Marriot,
                  era Chrissie Kimmons, che dirige uno delle centinaia di
                  consultori sulle tematiche europee che vi sono a Bruxelles.
                  Kimmons, che prima era lobbista per conto della
                  GlaxoSmithKline, mostrava le principali strategie di lobby per
                  le imprese a Bruxelles. Consigliava di iniziare “con un Kofi
                  Annan”, combinato con un “terzo”. Nel suo gergo, fare un “Kofi
                  Annan” vuol dire relazionarsi con i legislatori per ottenere
                  un compromesso ed evitare così un risultato peggiore, mentre
                  un “terzo” significa stringere un accordo con ONG e sindacati.
                  Queste due strategie sono state usate notevolmente dalla lobby
                  impresaria negli ultimi venti anni ma ultimamente si vanno
                  imponendo tattiche più aggressive, come il “dentista”
                  (togliere per prima il peggior dente – la parte che meno piace
                  di una proposta - ed una volta eliminato dedicarsi al resto) o
                  “l’elicottero da combattimento” (minacce – per esempio di
                  ricollocamento – se non ritirano la proposta).

                  La posizione della padronale europea UNICE (Union of
                  Industrial and Employers’ Confederations of Europe, ndt)
                  costituisce un buon esempio di quello spostamento verso
                  tattiche più ostili. L’UNICE chiede una moratoria di tutte le
                  iniziative sociali fino a che si compia l’obbiettivo della
                  “Agenda di Lisbona” (il blocco economico più competitivo del
                  mondo). L’arrivo di Barroso alla Presidenza della Commissione
                  nell’ottobre del 2004 ha fatto in modo che il discorso
                  aziendale più duro si sia tolto la maschera della retorica
                  sociale ed ambientale. Barroso ha annunciato chiaramente che
                  gli obbiettivi di competitività dell’Agenda di Lisbona
                  avrebbero goduto della priorità assoluta durante il suo
                  mandato.

                  Le lamentele dell’industria sulle conseguenze della propria
                  competitività impoveriscono, una dopo l’altra, le iniziative
                  per proteggere la salute o l’ambiente. Un triste esempio è
                  REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction
                  of Chemicals, ndt), sistema proposto per registrare e testare
                  sostanze chimiche. La proposta dell’Unione per migliorare la
                  disastrosa normativa esistente sulle sostanze chimiche ha dato
                  luogo alla più grande campagna di lobby industriale che si sia
                  mai avuta in Europa fino ad oggi [5]. La campagna è stata
                  condotta dal CEFIC, l’associazione europea dell’industria
                  chimica, ed ha contato sull’appoggio deciso dell’industria
                  chimica statunitense e dell’amministrazione Bush. Come
                  risultato di tale campagna, nella quale si sono sprecati
                  allarmismo, studi di impatto pieni di falsità e tattiche per
                  ritardare il processo, REACH è andata perdendo impeto fino a
                  diventare un’ombra della proposta originale.

                  Norme per l’attività di lobby?

                  Malgrado l’aumento spettacolare del numero di lobbisti e della
                  crescente influenza politica delle grandi imprese, esistono
                  poche norme che regolano la lobby alle istituzioni europee.
                  Nel registro del Parlamento Europeo compaiono più di 5.000
                  lobbisti accreditati con pass, ma tale lista include solo il
                  nome e l’organizzazione, non per chi lavorano, né in che
                  campo, né con quale budget. Per quanto riguarda la Commissione
                  Europea, è risultata abbastanza ostile alle proposte di
                  regolamento del lobbing.
Negli ultimi anni non solo è
                  aumentato il numero di lobbisti, ma sono anche aumentate le
                  richieste affinché si ponga un limite alla sua influenza.

                  Il grande scetticismo verso le istituzioni europee che impera
                  tra la popolazione, spinge la Commissione a manovrare in cerca
                  di legittimità. Nel marzo 2005 il vicepresidente della
                  Commissione e Commissario per le tematiche amministrative,
                  auditorio e lotta contro la frode, Sim Kallas, annunciò la
                  messa in moto della Iniziativa Europea di Trasparenza
                  (European Transparency Iniziative, ETI) [6]. In un discorso
                  che colse molti di sorpresa, Kallas evidenziò l’influenza
                  degli oltre 15.000 lobbisti a Bruxelles e lamentò “l’assoluta
                  mancanza di norme sui rapporti ed i registri delle operazioni
                  di lobby nell’UE…”. Per la prima volta si apriva una porta
                  nella Commissione alla possibilità di rendere obbligatoria
                  l’informazione sulle attività di pressione.

                  Ma l’opposizione è e sarà feroce. Tra gli oppositori si
                  mettono in luce l’Associazione dei Professionisti di Tematiche
                  Europee (Society of European Affair Professionals, SEAP), la
                  cui ragion d’essere è stata, a partire dalla sua creazione nel
                  1997, prevenire qualsiasi tipo di regolazione vincolante sulla
                  lobby, ed EPACA, la “European Public Affairs Consultancies
                  Association”, creata nel gennaio del 2005 [7]. Oltre a questi
                  gruppi più specializzati, neanche le lobby impresarie sono
                  molto contente della proposta. Diversamente nella società
                  civile sono numerosi i difensori. Nel luglio del 2005 si è
                  formata l’Alleanza per la Regolazione sulla Trasparenza ed
                  Etica della lobby (Alliance for Lobbying Transparency and
                  Ethics Regulation, ALTER-EU), una coalizione di movimenti
                  sociali, sindacati ed accademici per combattere per una ETI
                  forte. Oltre a norme vincolanti per la trasparenza delle
                  lobbies, ALTER-EU reclama anche un miglioramento del codice di
                  condotta per i Commissari europei (che limiti la continua
                  ricerca dei candidati nel mondo industriale) e la fine
                  dell’acceso privilegiato a legislatori ed alte cariche delle
                  quali usufruiscono i lobbysti dell’industria [8].

                  A partire dal primo discorso di Kallas, ed in seguito ad una
                  feroce opposizione dell’industria e di gran parte della
                  Commissione, sembra che i responsabili dell’ETI si siano
                  allontanati dalla possibilità di norme vincolanti, esprimendo
                  preferenza per codici volontari ed altre bellezze simili. Gli
                  interessi impresari hanno scommesso, in gran parte, sulla
                  volontarietà, quel filone che così tanti buoni risultati sta
                  dando loro in altri campi. Sempre più frequentemente, invece
                  di opporsi frontalmente agli obbiettivi sociali o ecologici
                  che perseguono una regolazione potenziale, le imprese si
                  dichiarano portavoce degli stessi, ma con la condizione che
                  non vengano imposti obblighi e che si permetta loro di avere
                  le mani libere. Il fatto che i codici di condotta e gli altri
                  strumenti volontari si siano dimostrati, in modo crescente,
                  assolutamente inefficaci, non sembra un ostacolo affinché la
                  Commissione elimini una dopo l’altra la possibilità di norme
                  vincolanti
(uno degli esempi più recenti è quello relativo
                  alla Responsabilità Sociale delle Imprese –CSR). Nel caso
                  della ETI il risultato finale non è stato ancora deciso, ma è
                  possibile che nasca un qualcosa così tanto “decaffeinato” che
                  non permetta uno scrutinio efficace dell’influenza della
                  lobby, e che, malgrado ciò, cercherebbe tentativi di
                  legittimazione, facendo quindi più male che bene.

                  Delle buone norme potrebbero permetterci di accedere con una
                  certa facilità ai loro dati che solo adesso è possibile
                  osservare ma con sforzo. Nel renderli pubblici, la scandalosa
                  grandezza delle risorse investite per gli interessi aziendali
                  e le disastrose conseguenze sociali della loro influenza,
                  possono far sì che si alimenti un gran rifiuto popolare, più
                  di quanto abbiano fatto molte campagne fino ad oggi.
                  Certamente tali norme non significherebbero la fine del potere
                  delle imprese a Bruxelles, ma rappresentano un passo
                  necessario, e da qui l’importanza di lottare per queste.
                  Esponendolo alla luce del sole, aiuterà anche a porre termine
                  alla simbiosi tra attori politici ed economici. E potrebbe
                  portare la società a smettere di sacrificare il progresso
                  sociale ed ecologico sugli altari della “competitività
                  internazionale”, ed a esigere un controllo veramente
                  democratico dell’economia.

                  Belèn Balanyà
                  è membro di Corporate Europe Observatory. Questo articolo è
                  stato pubblicato nel nº 22 della rivista Pueblos, luglio 2006,
                  Especial Multinacionales, pp 15-17
                  Fonte:
www.rebelion.org
                  Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=34771

                  Traduzione per www.comedonchisciotte.org di RICCARDO ROSINI

                  NOTE:
                  [1] CORPORATE EUROPE OBSERVATORY (Julio 2005): Lobby Planet
                  Guide, Brussels, the EU Quarter.
                  [2] EUROPEAN VOICE: “A spoonful of sugar makes the message go
                  down”, Vol. 11 No. 33: 22 septiembre 2005.
                  [3] BALANYÁ, Belén; DOHERTY, Ann; HOEDEMAN, Olivier; MA’ANIT,
                  Adam Y WESSELIUS, Erik (2002): Europa, S.A., Barcelona, Icaria
                  Editorial, Colección Antrazyt.
                  [4] EUROPEAN VOICE Y BURSON-MARSTELLER: “Lobbying: developing
                  the strategy - delivering the results”, 15 de julio de 2004.
                  [5] CORPORATE EUROPE OBSERVATORY (Marzo 2005): “Bulldozing
                  REACH - the industry offensive to crush EU chemicals
                  regulation”.
                  [6] KALLAS, Sim (3 de marzo de 2005): “ The need for a
                  European transparency initiative”, European Foundation for
                  Management, Nottingham Business School, Nottingham.
                  [7] Evoluzione del “Gruppo del Codice di Condotta”.
                  [8] ALTER-EU (19 de Julio de 2005): “Ending corporate
                  privileges and secrecy around lobbying in the European Union”.
                  Per altre informazioni riguardo il dibattito sulla regolazione
                  delle lobby nell’UE.

postato da: Lif1 alle ore 18:22 | link |
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domenica, 21 ottobre 2007

Censura su Internet

  • Dall'articolo "Allarme terrorismo on-line - Ue divisa sulle contromisure" (Alberto D'Argenio, La Repubblica, 2 ottobre 2007):

L'Europa si prepara ad erigere una serie di barriere virtuali per
allargare al web la lotta al terrorismo. Mentre a Bruxelles il vicepresidente
della Commissione Ue, Franco Frattini, si prepara a sfornare una serie di norme
che renderanno più facile bandire i siti a rischio, in Germania il ministro
degli Interni, Wolfgang Schauble, si prepara ad usare le stesse tecniche degli
hacker per spiare i computer dei sospettati.
E come sempre in questi casi non
mancano le critiche contro misure che possono essere ritenute necessarie per
garantire la sicurezza o lesive della privacy dei cittadini.

Le proteste più accese si sono verificate in Germania, dove Schauble sta
lavorando ad un piano per spiare virtualmente i terroristi tramite le famigerate
Trojan, le e-mail fino ad oggi usate dai pirati informatici per irrompere
clandestinamente nei computer dei navigatori: l'intenzione del ministro è quella
di leggere i contenuti dei pc dei sospettati, tracciandone anche le password.
Una proposta che ha spaccato la "grande coalizione" di Berlino, con i
cristiano-democratici favorevoli e i socialisti contrari, e ha provocato la
mobilitazioni di numerosi gruppi per la difesa dei diritti, infuriati per la
violazione dei diritti dei cittadini.

E sempre nel nome dell'antiterrorsimo il ministero della Difesa svedese ha
avviato il monitoraggio del traffico delle e-mail senza il permesso di un
giudice, mentre il governo australiano ha introdotto una legge che abilita la
polizia federale a bloccare i siti web dei sospettati.

Esattamente il progetto che Frattini presenterà il prossimo 6 novembre. L'idea
dell'ex ministro degli Esteri italiano è quella di inserire in un corposo
pacchetto dedicato alla lotta contro il terrorismo una serie di norme proprio su
Internet: nel mirino saranno i siti con le indicazioni su come si fabbrica una
bomba e quelli in cui si incita al terrorismo. Insomma, si renderanno esplicite
una serie di "fattispecie criminose" legate ad internet, in modo da permettere
alle forze dell'ordine dei vari paesi Ue di chiedere ai provider la chiusura dei
siti con un iter molto più rapido. Ovviamente se non ritengano più utile
lasciarli attivi per tracciare le attività dei sospetti. Quello che invece non
sarà contenuto dalla proposta, al contrario di quanto riportato da alcuni media
[leggere più sotto, ndr],
sarà l'introduzione di una nuova tecnologia in grado di bloccare automaticamente
l'accesso ai siti in cui siano contenute parole chiave collegabili ad attività
terroristiche.

Proprio ieri i ministri degli interni dell'Ue riuniti a Lisbona hanno ascoltato
una prima sommaria relazione di Frattini sulle sue future proposte legislative.
Tutti hanno sottolineato che bisogna fare di più nella lotta al terrorismo,
anche se la proposta del commissario italiano non è stata accolta da tutti con
entusiasmo.

Il portoghese Rui Pereira, che presiedeva la riunione, ha indicato che sul tema
rimangono aperte "moltissime discussioni di carattere politico e tecnico".
Insomma, un modo per dire che simili misure potrebbero essere tacciate di
censura o di violazione della libertà di espressione. Cauta anche la francese
Michele Alliot-Marie: "Personalmente sono favorevole, ma non tutti i paesi la
pensano come me". Come il collega lussemburghese Luc Frieden, secondo cui
"sarebbe molto più importante capire i canali di comunicazione dei terroristi e
tenerli sotto monitoraggio".

  • Dall'articolo "Un commissaire européen veut bloquer la diffusion sur le Web d'informations dangereuses" (Le Monde, 10 settembre 2007):

Le commissaire européen Franco Frattini a préconisé lundi le blocage de certaines informations qui circulent sur Internet comme des modes d'emploi pour fabriquer des bombes. A la veille d'une rencontre, mardi 11 septembre, entre des représentants du secteur Internet et des responsables de l'Union européenne lors d'un forum européen sur l'innovation et la recherche en matière de sécurité, le commissaire européen Franco Frattini a préconisé lundi le blocage des informations qui circulent sur Internet, concernant notamment la fabrication de bombes. "J'ai la ferme intention d'entreprendre une étude avec le secteur privé... [...]

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Frattini il Commissario vuol chiudere internet (Maurizio Blondet, Effedieffe, 12 settembre 2007)

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